Salute 10 Marzo 2021 16:04

SLA: tra le cause un accumulo eccessivo di ferro nel cervello

Uno studio di Università di Milano, Policlinico e Istituto Auxologico italiano riconosce, con una risonanza magnetica nucleare, nell’accumulo di ferro nella corteccia motoria la causa di alterazione del primo motoneurone

di Federica Bosco

Un accumulo di ferro nella corteccia motoria potrebbe essere una delle cause scatenanti della Sclerosi Laterale Amiotrofica, meglio nota come SLA.  Ad evidenziarlo un recente studio dell’Università degli studi e del Policlinico di Milano con l’Istituto Auxologico Italiano. Il risultato è stato raggiunto grazie ad una RMN (Risonanza Magnetica Nucleare), come ci spiega il professor Vincenzo Silani, primario di neurologia all’Istituto Auxologico e docente all’università di Milano, tra gli autori dello studio.

Professore, come siete arrivati a questa conclusione?

«Questi dati si sono consolidati nel tempo attraverso un numero importante di pazienti in cui si è evidenziato come questo accumulo di ferro fosse presente già in una fase precoce della malattia. Quello cha abbiamo dimostrato è che la variazione di suscettibilità magnetica, e quindi di accumulo di ferro, nella corteccia motoria dei pazienti affetti da SLA avviene in maniera eterogenea nei diversi quadri clinici, e correla fortemente con i segni di compromissione del primo motoneurone. Esiste dunque un segnale alterato evidenziato dalla risonanza magnetica che può essere estremamente utile dal punto di vista diagnostico»

Alla luce di questa scoperta, cosa cambia per il paziente SLA?

«Le conseguenze terapeutiche sono due: prima di tutto ci permette di velocizzare la diagnosi e questo può aiutare nell’indirizzare il paziente verso la poca terapia disponibile, il secondo elemento importante riguarda la rimozione dell’eccessiva quantità di ferro attraverso dei chelati, come avviene già in altre patologie anche non neurologiche».

Il fatto di aver scoperto che un accumulo di ferro è tra le cause di questa malattia, potrebbe portarvi, attraverso un’analisi del sangue, a capire chi è predisposto ad ammalarsi?

«Noi abbiamo un approccio verso il profilo genetico del paziente che è molto esteso, ma non abbiamo ancora approfondito questo aspetto che sicuramente è da provare. L’accumulo di ferro è sulla cellula infiammatoria, e alcune di queste invadono la corteccia. È in corso uno studio anatomo patologico che deve stabilire dove questo ferro si accumula, ma quello che ha suggerito è sicuramente di grande importanza perché potrebbero esserci degli individui geneticamente predisposti ad accumulare ferro».

Si potrà un giorno vincere la battaglia contro la SLA?

«La soluzione verrà trovata quando meno ce l’aspetteremo. È difficile prevedere quando però, perché l’impatto conoscitivo su questa malattia è talmente forte e potente che ragionevolmente ci sarà una breccia da qualche parte che poi permetterà molto velocemente di definire tutta la patologia. Questa malattia neurodegenerativa è tra le più severe perché ha un sistema molto sensibile con poche possibilità di difesa, per cui quando il processo parte diventa automaticamente drammatico. Oggi però lo studio della SLA ha aperto molte vie interpretative verso altre patologie. Può essere che si arrivi ad una soluzione attraverso un’altra malattia».

Avete già individuato quale possa essere?

«C’è una convergenza assoluta di molte malattie neurodegenerative, per esempio la demenza fronte temporale, o ancora abbiamo dimostrato che mutazioni del gene Huntington possono avere un fenotipo SLA, e poi siamo in un’epoca storica in cui le risposte che cerchiamo potrebbero arrivare dall’intelligenza artificiale».

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