Salute 23 Aprile 2020

«Papà ti saluta, non so se ci conosceremo»: le ultime parole di Carlo prima della sua lotta (con lieto fine) contro il Covid-19

Il 39enne siciliano, dopo 24 giorni all’ospedale Niguarda, racconta la sua storia: «Delle prime 48 ore ricordo solo la sensazione di paura. Poi ho sconfitto il virus, e lo stesso giorno è nato mio figlio»

di Isabella Faggiano

«Ciao piccolo, papà ti saluta, non so se ci conosceremo. Ma non ho altra scelta che andare». Sono queste le ultime parole che Carlo ha pronunciato accarezzando il pancione della compagna, giunta ormai al nono mese di gravidanza. «Stavo così male – racconta ancora – che non sono riuscito ad aggiungere altro. Mi sono messo in un angolo del letto ad aspettare che l’ambulanza venisse a prendermi: ero sfinito, facevo talmente fatica a respirare che quasi avevo perso ogni speranza di sopravvivere. Ero quasi certo di aver contratto il Covid-19».

Ora Carlo, 39 anni, siciliano di adozione milanese, dopo 24 giorni di calvario trascorsi all’ospedale Niguarda di Milano, è tornato a casa. Circondato dall’affetto della sua famiglia al completo, la compagna e i due figli, Andrea di 5 anni ed Emanuele che ancora non ha compiuto un mese di vita, racconta a Sanità Informazione il suo faccia a faccia con il Coronavirus. E lo fa partendo dal lieto fine, da quell’emozione indescrivibile di trovarsi di nuovo fuori, all’aria aperta: «Il vialetto per uscire dall’ospedale Niguarda mi sembrava infinito – dice -. Ho avuto l’impressione di camminare per chilometri e chilometri. Eppure non saranno state che qualche centinaia di metri». Poi la gioia e un fiume di lacrime: «Rivedere mio figlio Andrea, stringerlo forte a me, è stato meraviglioso», dice. Per conoscere il secondogenito Emanuele, invece, ha dovuto attendere ancora una settimana. E soltanto in quel momento, quando la famiglia si era finalmente ricongiunta, Carlo ha capito che quell’incubo era finito: «È stato un inferno. Il mio Vietnam. Ma ne ero uscito».

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Carlo ha cominciato a combattere la sua battaglia contro il Covid-19 il 6 marzo scorso: «Era notte – racconta -. Mi sono svegliato di soprassalto, spaventato da uno stranissimo sogno. Deliravo. Ho provato ad alzarmi dal letto ma ho perso l’equilibrio, non riuscivo a reggermi in piedi. La febbre era già salita a 39. La mattina seguente ho chiamato il mio medico di base per avere la prima consulenza telefonica. Ma la presenza di sintomi intestinali ha confuso un po’ le acque: pareva trattarsi di una comune influenza e così sono stato curato con la tachipirina».

Dopo cinque giorni le condizioni di Carlo non facevano altro che peggiorare: «Il mio medico di fiducia mi ha prescritto l’antibiotico. Ma la mia paura che potesse trattarsi di Covid-19 era sempre più forte, così dal giorno seguente (il sesto dalla comparsa dei primi sintomi) ho provato a contattare i diversi numeri di emergenza, ma senza successo. Al decimo giorno la situazione era drammatica: avevo la febbre a 40 fin dalle prime ore del mattino – spiega -, così ho chiesto alla mia compagna di attaccarsi al telefono fin quando non avesse ottenuto una risposta. Finalmente siamo riusciti a metterci in contatto con il 118. Quando è arrivata l’ambulanza ero quasi semi-incosciente».

Trasportato all’ospedale Niguarda di Milano Carlo è stato sottoposto immediatamente ad una tac: «Il mio polmone destro era fortemente compromesso dalla malattia». La positività al Covid-19, invece, è arrivata solo al secondo tampone: «Sono stato trasferito nel reparto di malattie infettive, dove mi hanno attaccato all’ossigeno e somministrato prima l’antibiotico, poi un farmaco anti-reumatoide. Dei primi due giorni non ricordo quasi nulla: respiravo così a fatica che non riuscivo a restare vigile. Però ricordo bene la sensazione di paura: c’era una doppia porta che mi separava dal resto del mondo. E chi si avvicinava lo faceva solo dopo aver indossato quelle tute che nella mia testa, fino a quel momento, avevo associato solo al disastro di Černobyl.  Ed invece, erano proprio lì, davanti ai miei occhi».

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Poi è arrivata la luce: «Il 26 marzo, il giorno di san Emanuele, il nome che io e la mia compagna già da mesi avevamo scelto per nostro figlio, ho capito che ce l’avevo fatta. I medici hanno rimosso il catetere venoso e mi hanno comunicato che ero clinicamente guarito, anche se per effettuare il tampone dovevano trascorrere ancora alcuni giorni. Avevo la sensazione che mio figlio avesse voluto mandarmi un messaggio. Una sensazione – sottolinea Carlo – che si è trasformata in certezza quando il 6 aprile a distanza di pochi secondi sono successe due cose straordinarie: Emanuele veniva alla luce e la negatività al tampone accertava che avevo vinto la mia lotta contro il Coronavirus».

Una battaglia che Carlo, seppur distante da tutti i suoi affetti, non ha condotto da solo: «Medici, infermieri e tutto il personale sanitario, nonostante fossero ininterrottamente indaffarati, sotto stress e sotto pressione, non hanno mai smesso di preoccuparsi della mia salute, di starmi accanto. La degenza 21 dell’ospedale Niguarda era diventata “l’interno 21”, come se fosse il numero di un appartamento. Quel reparto – conclude Carlo – era diventato la mia casa».

 

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