Salute 14 Aprile 2020

Covid-19, ritardi nei tamponi e mancata assistenza domiciliare. Tanti gli sfoghi online dei contagiati

La storia del professor Valli, deceduto a Roma, che aveva denunciato accessi differenziati ai tamponi per la ricerca del Coronavirus nonostante i sintomi conclamati. Numerose le testimonianze di cittadini abbandonati a se stessi

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Forti criticità sull’uso dei test per la ricerca del virus SARS-COV-2 continuano a sollevarsi da più parti e su vari aspetti. Medici e cittadini, tutti sintomatici e aventi “diritto” al tampone, esprimono sconcerto, rabbia e incredulità per la mancanza o i ritardi con cui vengono fatti e, più in generale, per la gestione della pandemia.

Secondo la circolare datata 4 marzo 2020 del ministero della Salute, i tamponi per la ricerca del virus SARS-COV-2 dovevano essere effettuati ai sintomatici (in presenza di almeno un sintomo tra febbre, tosse e difficoltà respiratoria) che erano stati in un Paese o in un’area colpita dal virus nei 14 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi o che erano venuti a contatto con un caso probabile o confermato di Covid-19, oppure alle persone sintomatiche con infezione respiratoria acuta che necessitavano del ricovero ospedaliero.

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Nella circolare, tra i contatti stretti di un positivo per Covid-19, risultavano inseriti anche «un operatore sanitario od altra persona che fornisce assistenza diretta ad un caso di Covid-19 oppure personale di laboratorio addetto alla manipolazione di campioni di un caso di Covid-19 senza l’impiego dei DPI raccomandati o mediante l’utilizzo di DPI non idonei».

Tuttavia, medici, infermieri e operatori sanitari hanno denunciato non solo la mancata effettuazione dei tamponi ma anche la carenza di dispositivi di protezione individuale, oltre a quella di protocolli specifici per affrontare una pandemia. Inoltre, Ordini dei medici di tutta Italia, sindacati e Federazioni hanno richiesto l’estensione del test con tampone a tutti i medici e sanitari, anche se asintomatici, per evitare che medici e ospedali – come è successo al Nord – diventassero vettori di diffusione della malattia.

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Eppure il tampone agli operatori sanitari non veniva fatto nemmeno in presenza di sintomi riconducibili al virus. Ne è una testimonianza la storia del dottor Edoardo Valli, 62 anni, ginecologo, ricercatore e docente all’università di Tor Vergata, che fa parte della lista dei 115 medici deceduti in Italia a causa del Coronavirus. Si era ammalato un mese fa e aveva atteso per giorni il tampone, sfogandosi su Facebook. Il post, nato forse come risposta a un collega, conteneva l’amara riflessione: «Fanno tampone a Zingaretti, Porro (noto giornalista tv, ndr) Sileri (viceministro della salute, ndr), io ho febbre da tre giorni, stasera 38,7 ma ho chiamato il numero Regionale e mi dicono che con questi sintomi non è necessario. Stai a casa (grazie) e se peggiora chiamare il 118! Spero che scenda, ma faccio il medico… boh».

Ma le domande, i dubbi e le perplessità dei contagiati sono trasversali e si estendono dal nord al sud della penisola e gli organi competenti, spesso, forniscono risposte vaghe, confuse, o discordanti. È il caso di Veronica Rencricca, romana che vive a Milano: il Covid-19 le è stato diagnosticato “telefonicamente”. La sua storia, su Youtube, raccoglie più di 250mila visualizzazioni. Veronica denuncia pubblicamente l’impossibilità di avere un tampone dopo aver segnalato la presenza di gravi sintomi riconducibili alla malattia, niente assistenza domiciliare, niente ricovero ma soprattutto informazioni diverse e confuse da parte di tutte le istituzioni contattate (Regione Lombardia, Ministero della Salute, Ats di Milano, guardia medica di Milano, 112, Croce Rossa e Protezione Civile) sulla quarantena da seguire: «Nessuno si è sincerato delle mie condizioni – spiega-, non mi è stato fatto il tampone per capire se sono guarita, ma io prima o poi dovrò uscire e ho paura di essere ancora contagiosa, sono preoccupata per gli altri. Chissà quante persone che non hanno avuto un tampone pensano di esser guarite e sono in giro». E ancora: «Io non sono un medico, ma in maniera autonoma devo decidere quando mi sento bene e quando poter uscire. Potenzialmente posso essere ancora contagiosa, ma questo, qui a Milano, sembra non interessare a nessuno».

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Anche Roby Festa racconta la sua drammatica storia familiare sul noto social network: la mamma, vittima del Coronavirus, i familiari contagiati e il papà da accudire a casa, costretta a reggere una situazione terribile, angosciante e insostenibile: «Non ci hanno mai fatto un tampone, nonostante le mie continue richieste – si legge nel post -. Dove sono le mascherine? Perché non c’è un servizio di assistenza medica domiciliare in Lombardia?». E ancora: «Quando mia madre è morta non ci siamo potuti nemmeno abbracciare tra di noi… è un mese che tenevo tutto dentro. Condividetelo, in modo che sia noto come noi famiglie siamo state abbandonate» conclude.

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