Salute 4 Giugno 2019

Psicologia della cronicità, Lastretti (psicoterapeuta): «Esiste una vita prima ed un’altra dopo la diagnosi»

Non solo social network, chat, blog e app, ma anche dispositivi medici dotati di intelligenza artificiale, capaci di prendersi cura del paziente. L’esperta: «In un futuro non troppo lontano le learning machine potrebbero diventare gli alleati più fedeli dei malati cronici»

di Isabella Faggiano

Rimettere insieme i pezzi della propria esistenza, convinti che nulla potrà mai tornare come prima. È questo il primo passo che si trova ad affrontare chi riceve una diagnosi di malattia cronica. Una grande sfida durante la quale, nell’era del web 3.0, ci si incontra e ci si scontra con i benefici e i rischi delle nuove tecnologie: non solo social network, chat, blog e applicazioni per smartphone, ma anche dispositivi medici dotati di intelligenza artificiale, capaci di aiutare il paziente a prendersi cura di se stesso.

«Quando una persona riceve una diagnosi di malattia cronica, notizia che può arrivare in tarda età ma anche quando si è molto giovani, si trova di fronte ad una vera e propria rottura biografica: esiste una vita prima ed un’altra dopo – spiega Mara Lastretti, psicologa e psicoterapeuta, coordinatrice dell’Osservatorio di Psicologia in Cronicità dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, relatrice durante il Festival della Psicologia, conclusosi in questi giorni a Roma -. Si può sperimentare uno stato di shock, un blackout emotivo: il paziente viene bombardato da una serie di informazioni, spesso difficili da comprendere perché troppo grandi da gestire».

E in che modo la tecnologia può essere di aiuto? «In un futuro non troppo lontano – risponde la psicoterapeuta – le learning machine potrebbero diventare gli alleati più fedeli dei malati cronici. Si tratta macchine dotate di intelligenza artificiale capaci di apprendere, man mano che vengono utilizzate, i bisogni del paziente in base ai suoi comportamenti. Proprio in questo periodo, con il mio gruppo di lavoro, stiamo sperimentano un microinfusore di insulina per diabetici. L’intelligenza artificiale di cui è dotato non aiuta solo il paziente, ma anche chi se ne prende cura. Lo specialista, analizzando i dati del dispositivo, potrebbe prevenire comportamenti disadattati: un’accelerazione cardiaca che si ripresenta più volte nell’arco della stessa settimana, ad esempio, potrebbe essere indice di uno stato d’animo alterato al quale il paziente diabetico risponde rifugiandosi nel cibo, nuocendo gravemente alla sua salute».

LEGGI ANCHE: LA PSICOLOGIA AI TEMPI DELLE APP: DALLA TERAPIA ON LINE ALLA VIRTUAL REALITY EXPOSURE THERAPY

Ma se questo dispositivo è per ora solo in fase di sperimentazione ne esistono altri che, se correttamente utilizzati, già contribuiscono al miglioramento della vita del malato cronico. Si tratta di tecnologie più semplici e diffuse dei dispositivi dotati di intelligenza artificiale come pc, tablet e smartphone. «Quando un paziente riceve la diagnosi di malattia cronica la sua percezione del tempo subisce un arresto – commenta Lastretti -. Si ferma e si chiude in se stesso». E durante questo periodo di chiusura è molto probabile che scelga di rifugiarsi nella propria camera, accendendo pc o smartphone per collegarsi in rete.

Cercando notizie sulla propria malattia, spesso, ci si imbatte anche in blog in cui persone che vivono la stessa condizione si confrontano sulle proprie esperienze e sentimenti: «In questo modo – continua la psicoterapeuta – il paziente sperimenta, per la prima volta dalla diagnosi, la sensazione di essere uguale a qualcun altro, non solo un malato cronico ma anche persona dotata di emozioni. Si avvicina ad altri individui che crede possano comprendere la sua condizione, proprio perché la sperimentano essi stessi sulla propria pelle. E, soprattutto, comprende che la vita dopo la diagnosi va avanti».

Oltre a ricostruire la propria socialità partendo dalle relazioni virtuali, i malati cronici scoprono man mano di poter contare sull’aiuto di numerose App per la gestione della propria malattia. Applicazioni scaricabili sul proprio telefonino, in grado di selezionare notizie utili in tempo reale, ma anche di migliorare l’aderenza terapeuta e i corretti stili di vita.

Ma tra blog, social e app non si rischia un’iperconnessione, un allontanamento dalla vita reale, vissuta fuori dalla propria stanza? «All’inizio – spiega Lastretti – c’è un utilizzo compulsivo della tecnologia. Pensiamo anche ad un semplice contapassi: appena lo scopriamo sembra che non possiamo fare a meno di usarlo. Poi, man mano, questo bisogno di utilizzo cala, fino a far subentrare addirittura la noia. Lo dimostrano numerose ricerche scientifiche: le tecnologie vengono sfruttate al massimo del proprio potenziale durante i primi sei mesi». E poi cosa accade? «Si avvertirà la necessità di condividere i risultati raggiunti con gli altri, di incontrare anche fisicamente le persone conosciute in rete. Ricostruendo così le relazioni di una nuova vita, quella che per tutti, prima poi – conclude – ricomincia dopo la diagnosi».

 

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