Salute 29 Aprile 2020

I segni sulla pelle del Covid-19. Il dermatologo: «Tra i sintomi anche manifestazioni cutanee, dalle vescicole ai geloni»

Con il progetto “Skin Covid-19” si punta a realizzare un registro delle manifestazioni dermatologiche del virus per velocizzare le diagnosi. Marzano (Ospedale Maggiore Ca’ Granda): «Li ho notati durante la mia malattia, potrebbero essere una spia anche precoce dell’infezione, soprattutto in soggetti pauci- e asintomatici»

di Gloria Frezza
I segni sulla pelle del Covid-19. Il dermatologo: «Tra i sintomi anche manifestazioni cutanee, dalle vescicole ai geloni»

Tra i primi sanitari contagiati a Milano, il professor Angelo Marzano ha messo sin da subito la sua esperienza al servizio della ricerca sul Covid-19. Durante il ricovero all’ospedale Sacco notò per primo delle manifestazioni cutanee che si sono poi rivelate uno dei possibili sintomi della malattia. Ora che dal virus è guarito, Marzano, 57 anni, professore di Dermatologia all’Università di Milano e dermatologo all’IRCCS “Ca’ Granda” Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha dato l’avvio ad un progetto che punta a raccogliere tutti i casi simili al suo, per procedere ancor più veloce nella diagnosi. Il nome è “Skin Covid-19” e ha già richiamato attenzione all’estero.

«Durante il mio ricovero – racconta il professor Marzano – notai delle micro-papule e delle vescicole sul mio tronco, durate mediamente 7-10 giorni. Erano quasi asintomatiche, accompagnate solo da un lieve prurito, e quindi un aspetto da considerarsi marginale a fronte dei sintomi respiratori gravi, della febbre e di tutto quanto sappiamo del quadro clinico del virus». Tuttavia, dopo averne parlato, al dottore sono arrivate molte testimonianze da parte di colleghi e altri pazienti con manifestazioni cutanee molto simili a quelle descritte da lui.

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È partito così un iniziale studio su 22 pazienti, poi pubblicato sulla rivista Journal of the American Academy of Dermatology. «In questo studio che ho coordinato – specifica Marzano – abbiamo descritto un particolare aspetto: un esantema che simula la varicella, e pertanto lo abbiamo chiamato “varicella-like”, che interessa però più il tronco, con scarso o zero prurito». In ogni paziente il Coronavirus aveva avuto conseguenze e condizioni diverse, più o meno serie.

Dopo l’interesse suscitato dalla prima analisi è partita l’idea di “Skin Covid-19”, sotto l’egida della società scientifica Sidemast (Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse). Si tratta di uno studio multicentrico più grande che ha dato modo di diversificare i tipi di manifestazioni cutanee del virus.

«Puntiamo a creare un registro di tutte le tipologie di casi – spiega il professor Marzano –. Oltre alle vescicole simili alla varicella, abbiamo anche quadri vasculitici, lesioni di colorito rosso vinoso agli arti inferiori, fino alle eruzioni orticarioidi che sono meno caratteristiche».

Anche nei bambini è stato osservato il fenomeno. «Un certo tipo di situazione si manifesta principalmente nella popolazione pediatrica – aggiunge –. Le abbiamo definite “children like”, sono manifestazioni acrali che simulano perniomi alle mani e ai piedi». I cosiddetti “geloni”, che insorgono in prossimità delle articolazioni in una stagione anomala e anche in soggetti che non ne hanno mai sofferto. «Abbiamo inviato di recente un lavoro proprio sui pazienti pediatrici, coordinato dalla dottoressa Cristiana Colonna, anche lei dermatologa nel mio ospedale».

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«Ho pensato – racconta Marzano – che in realtà queste manifestazioni dermatologiche potessero essere una spia anche precoce dell’infezione, soprattutto in soggetti pauci- e asintomatici». Gli asintomatici restano, infatti, il tallone d’Achille di questa emergenza, in quanto difficili da individuare e di conseguenza da isolare. In alcuni studi si parla del 20% della popolazione italiana, ma il professore ipotizza anche di più. «In generale creare un registro potrà aiutare il dermatologo e altri specialisti a identificare un potenziale soggetto da sottoporre a tampone o indagini sierologiche, per fermare la seconda ondata di infezione».

Un’arma vera e propria per la Fase 2. «Per il futuro – osserva il professore – si può ipotizzare che la strada del teleconsulto, con l’invio delle immagini, possa essere d’aiuto. In questo la dermatologia si presta bene e, formando a sufficienza anche gli altri specialisti, il procedimento diagnostico potrebbe velocizzarsi».

Intanto grazie al lavoro fatto con “Skin Covid-19” dell’Italia si parla in tutto il mondo. Sono partiti studi in Spagna, Usa e Svizzera. Mentre da Budapest è arrivata la richiesta da parte del direttore della cattedra di dermatologia di collaborare con il lavoro italiano. Eccellenza in un mondo unito nella stessa battaglia.

 

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