Salute 9 dicembre 2014

Ebola: “Ecco come abbiamo riportato in Italia Fabrizio”

Intervista esclusiva al Ten. Col. Marco Lastilla, a capo della task force dell’Aeronautica Militare che ha provveduto al rimpatrio del medico di Emergency in biocontenimento dalla Sierra Leone allo Spallanzani di Roma

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Fa ancora paura Ebola, in tutto il mondo e ora anche all’Italia, che da due settimane segue con apprensione gli alti e bassi del suo “paziente zero”, Fabrizio. Il medico siciliano di Emergency è stato rimpatriato dopo aver contratto il virus in Sierra Leone, dove era operativo da circa due mesi, in piena emergenza. L’intera operazione, portata a termine dall’Aeronautica Militare, ha messo in luce una storia: una storia di eccellenza, tutta italiana.

Ed è questa realtà che oggi vogliamo raccontarvi, con l’intervista esclusiva – rilasciata alle nostre telecamere – al Ten. Col. Marco Lastilla, medico specializzato in malattie infettive presso il servizio sanitario del comando logistico dell’Aeronautica Militare. Lastilla era a capo della missione che ha riportato in Italia il medico, dal prelevamento in biocontenimento a Freetown (Sierra Leone) all’arrivo in aereo a Pratica di Mare, fino all’ospedale Spallanzani, dove è attualmente ricoverato. Le procedure di prelevamento, trasporto, e la speciale attrezzatura utilizzata, vengono accuratamente descritte dalle parole di Lastilla e dal video pubblicato in esclusiva dal nostro giornale.

Quali meccanismi e apparecchiature specifiche permettono questo trasporto?

Il nostro team è composto da 12 unità, tra personale medico – infermieristico e personale addetto alla decontaminazione: tutti professionisti altamente qualificati e preparati. Lavoriamo con barelle particolari, dotate di sistemi isolati certificati per i trasporti aerei, che consentono da un lato il trasporto in sicurezza del paziente e dall’altro la gestione clinica durante il volo, che in questo caso è durato più di sette ore. La barella è composta da un telaio rigido e da un envelope, una membrana in PVC trasparente che isola ma al tempo stesso consente la visibilità e la gestione del paziente. Il ricambio d’aria è garantito attraverso filtri ad alta efficienza, e la pressione interna è negativa: un fattore fondamentale grazie al quale, in caso di rottura, l’aria tende a rimanere all’interno e non contamina l’ambiente circostante.

Quanto è durato il viaggio e quali sono state – se ci sono state – le maggiori criticità che vi siete trovati ad affrontare?
La missione è durata complessivamente ventisei ore, dal momento dell’allerta al rientro in Italia. Il trasporto, invece, è durato circa sette ore. Il paziente era in stato febbrile, anche se in discrete condizioni. E’ stato assistito, gestito, trattato ed alimentato durante il volo. La fase più complessa è stata sicuramente il momento del prelevamento: il team è uscito dal velivolo indossando i dispositivi di protezione individuale ed ha inserito nell’isolatore il paziente, che viene quindi sollevato e caricato a bordo. Dopo questa “messa in sicurezza” il personale può procedere a decontaminarsi. Durante l’assistenza in volo, infatti, si è liberi da dispositivi e si lavora con l’isolatore.

Dalle immagini emerge la grande cura e l’attenzione dedicata a tutto il procedimento. State seguendo anche il decorso della malattie del paziente?
Sì, siamo in contatto con i colleghi dello Spallanzani. Si tratta, com’è noto, di una patologia estremamente complessa, che ha i suoi tempi, e che richiede cure sperimentali. Più passano i giorni, più si può ragionevolmente sperare in una guarigione, ma il caso resta davvero impegnativo.

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