Lavoro 11 ottobre 2016

Legge sui lavori usuranti, a chi si applica e a chi no? Intervista a Giuliano Cazzola

In vista delle misure annunciate nella prossima legge di Stabilità, il dibattito sulle pensioni si fa incandescente. Per i camici bianchi, occhi puntati sulla possibile revisione della legge sui lavori usuranti: come funziona adesso, e cosa potrebbe cambiare in futuro? Lo abbiamo chiesto a Giuliano Cazzola, vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ai tempi della promulgazione della norma

 

«Le norme sono severe e la legge non funziona». Con queste poche, lapidarie parole, Giuliano Cazzola, esperto di sistemi previdenziali e già vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, liquida l’attuale normativa sui lavori usuranti. A oltre 5 anni di distanza dalla legge, il dibattito politico è tornato sulla questione, sul tavolo del Governo per una possibile revisione. In riferimento ai camici bianchi, dal 2011 la norma consentirebbe l’accesso anticipato al pensionamento, purché in presenza di almeno 7 anni di lavoro notturno. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo: praticamente da sempre i sindacati di settore lamentano la scarsa fattibilità dei prepensionamenti, chiedendone un significativo allargamento. La prossima legge di Stabilità potrebbe contenere interessanti novità in questo senso, vista l’ampiezza del capitolo pensioni previsto: dall’Ape, il contestato anticipo pensionistico, fino alla nuova salvaguardia per gli esodati.

Professor Cazzola, il dibattito politico come sempre s’infiamma quando si tocca l’argomento pensioni. Lei cosa ne pensa dell’Ape, la proposta sull’anticipo pensionistico avanzata dal Governo?

 

Premesso che occorre essere cauti in attesa di vedere dei testi scritti, poi delle norme di legge, per come è stato descritto l’Ape io sono sostanzialmente d’accordo. In primo luogo perché non modifica i capisaldi della riforma Fornero. Non si tratta infatti di un pensionamento anticipato, ma di un prestito garantito dalla futura pensione. Il soggetto viene preso in carico dal sistema pensionistico solo quando matura i requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla legge. Chi vuole ritirarsi prima lo deve fare a sue spese, a meno che non versi in condizioni di disoccupazione, in una situazione di disagio o percepisca un trattamento medio-basso. In questi casi potrà compensare la rata di restituzione del prestito (capitale + interessi) attraverso un bonus fiscale.

 

Al di là del delicato tema del prepensionamento, risultano in discussione molti altri capitoli scottanti tra cui la ricongiunzione gratuita dei periodi contributivi, l’ampliamento della No Tax Area per i pensionati e una nuova salvaguardia per gli esodati. Un pacchetto ambizioso e dai costi molto alti: secondo lei, a cosa si dovrebbe dare la priorità?

 

Credo che dovranno essere compiute delle scelte all’interno di questo pacchetto. Io sono contrario ad un’ottava salvaguardia perché ritengo che le situazioni residue possano essere risolte tramite l’Ape. Mi aspetto però che l’operazione sarà fatta dal momento che tutte le forze politiche sono d’accordo. Il Governo finirà per accettare un’iniziativa di carattere parlamentare che può contare sui risparmi delle precedenti salvaguardie. Sono poi contrario alla questione dei c.d. precoci. Per ora  – si dice – riguarderebbe 80mila casi (quelli che potrebbero adesso far valere l’anzianità contributiva di 41 anni). I lavoratori che hanno cominciato a lavorare prima di aver compiuto 18 anni sono 3,5 milioni. Si aprirebbe quindi una falla che ci riporterebbe al ripristino della pensione di anzianità.  Propenderei per aggiustare il problema della ricongiunzione gratuita dei contributi, trattandosi di modificare una norma che si rivelò ben presto un grave errore.

 

Non pervenute misure a favore dei pensionati di domani, ovvero dei giovani che tra lavori saltuari e stipendi bassi rischiano di non cumulare un gruzzolo adeguato ad affrontare la vecchiaia con dignità. Le nuove generazioni si devono rassegnare o c’è qualcosa che la politica potrebbe fare?

 

Lei sfonda con me una porta aperta. A suo tempo presentai una proposta che le riassumo. L’ho chiamata ‘’il jobs act delle pensioni’’.  1) le nuove regole  dovrebbero  valere solo per i nuovi occupati (quindi per i giovani); 2) i versamenti sarebbero effettuati sulla base d un’aliquota uguale – e pari al 25-26 % –  per dipendenti, autonomi e parasubordinati (si può valutare una certa gradualità nell’operazione) dando luogo ad una pensione obbligatoria di natura contributiva; 3) sarebbe istituita per questi lavoratori un trattamento di base, ragguagliato all’importo dell’assegno sociale e finanziato dalla fiscalità generale che faccia da zoccolo della pensione contributiva o svolga una funzione assistenziale a favore di chi non ha potuto assicurarsi un trattamento pensionistico; 4) per quanto riguarda il finanziamento della pensione complementare sarebbe consentito  l’opting out (ovvero la possibilità di scorporare ed utilizzare diversamente in modo volontario con il relativo versamento del corrispettivo in una forma di previdenza complementare) di alcuni punti di aliquota contributiva obbligatoria. Oggi c’è un progetto di legge alla Camera, a prima firma Gnecchi, che rilancia, in parte, questa proposta.

 

In riferimento al personale medico, gli over 50 rappresentano più della metà dei camici bianchi attualmente in servizio; molti lamentano il difficile riconoscimento dello status di “lavoro usurante” per l’accesso al pensionamento anticipato. Qual è la situazione, attualmente?

 

Per ora il solo riferimento è quello del lavoro notturno. Ma le norme sono severe e la legge non funziona. Pensi che dal 2011 quando entrò in vigore la nuova disciplina sono state erogati solo 3,5mila trattamenti a titolo di lavoro usurante. La legge era finanziata con circa 300 milioni all’anno che non si sono spesi (il risparmio è stato di 1,4 miliardi stanziati e finiti in economia).

 

Sempre per quanto riguarda normativa sui lavori usuranti, i medici ne chiedono con forza l’estensione, ricomprendendo – ad esempio – anche chi opera nel settore emergenza-urgenza (pronto soccorso, rianimazione, terapie intensive), a prescindere dal numero di notti annue lavorate. A suo avviso, è un’ipotesi percorribile?

 

La normativa vigente, oltre a non essere applicata, ha un’impronta tardo-industrialista. Dovrebbe essere rivista, ma il problema è sempre quello delle risorse. Nella mia esperienza, però, mi sono sempre imbattuto in organizzazioni di medici che si sono battute per ritardare l’età di pensionamento. Ricordo, per esempio, che riuscirono ad evitare che le amministrazioni potessero ‘’pensionare’’ i medici d’autorità alla maturazione di 40 anni di versamenti, come per tutti gli altri dipendenti pubblici.

 

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