Aggressioni in aumento anche per i veterinari, Vacca (FVM): «Colleghi costantemente intimiditi, tra auto in fiamme e colpi di pistola»

Ai nostri microfoni la Consigliera Nazionale della Federazione Medici e Veterinari racconta gli episodi più gravi subiti dai veterinari pubblici e monitorati negli ultimi 10 anni da un osservatorio ad hoc

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Aggressioni fisiche, spari, auto incendiate, minacce terribili e costante senso di paura e insicurezza. Sembrano gli elementi principali di un film poliziesco o, se trasportati al mondo reale, la vita di una persona sotto scorta. In realtà parliamo, in questo caso, di veterinari. Sì, perché se tutto il personale sanitario è protagonista e vittima di una escalation di casi di violenza senza precedenti, non fa eccezione chi tratta – sempre da un punto di vista medico – gli animali. In particolare, ciò è vero per chi svolge l’attività per il settore pubblico e di fronte non ha padroni arrabbiati perché un veterinario d’ambulatorio non è riuscito a salvare il suo cane vecchio e malato, ma professionisti che lavorano in attività produttive che spostano masse di denaro molto grandi, come macelli e società di produzione e trattamento carni.

La dottoressa Angela Vacca, consigliera nazionale FVM (Federazione Medici e Veterinari), segue da anni l’andamento di questo fenomeno: «È dal 2010 – spiega ai nostri microfoni – che monitoriamo la situazione con un apposito osservatorio. Posso dire che gli episodi più gravi si presentano con continuità e colpiscono in maggioranza le donne».

Dottoressa Vacca, il problema delle aggressioni al personale sanitario è molto sentito in questo momento. Ci può dire qual è la situazione attuale?

«Cosa sta succedendo è sotto gli occhi di tutti ma non è una novità. Parliamo di decenni di aggressioni e atti intimidatori che forse non sono stati presi abbastanza in considerazione. La situazione oramai è diventata grave perché le aggressioni ai professionisti della sanità, ovvero medici, infermieri e veterinari, sono diventate veramente pesanti».

Nel caso specifico dei veterinari?

«Da decenni osserviamo e registriamo tantissimi esempi di intimidazione e aggressioni. Nel nostro caso, nel 2010 è stato istituito l’Osservatorio sulla Sicurezza e sulle Attività di Medicina Veterinaria. Purtroppo non ha portato a risultati tangibili e concreti per contrastare questi episodi. Oggi ne è stato istituito un altro che riguarda però tutti gli operatori sanitari. Speriamo riesca a fare qualcosa in più e a proporre le giuste soluzioni alla politica in quanto abbraccia tutta la componente sanitaria. Soluzioni che, tra l’altro, abbiamo già proposto e che al momento sono al vaglio della FNOMCeO, che il 29 marzo incontrerà tutte le parti per discutere del problema».

In questi ultimi anni, per quella che è la vostra esperienza, avete assistito ad un aumento dei casi?

«Diciamo che i casi, in particolare quelli gravi, sono continui. Per quanto riguarda la veterinaria, esistono momenti in cui si verifica un aumento netto dei casi che riguardano situazioni in cui, o per motivi economici o a causa di malattie infettive, è necessario adottare provvedimenti particolarmente pesanti che talvolta inaspriscono fortemente gli animi degli operatori e, dunque, si arriva alle aggressioni, ad intimidazioni, ad atti vandalici nei confronti dei beni e delle proprietà dei professionisti».

Ci può fare qualche esempio concreto?

«Di esempi ne abbiamo tanti. In alcuni casi vengono dati alle fiamme gli uffici periferici dei veterinari, in altri si sono verificate aggressioni a mano armata e quindi con rischio per la vita degli operatori».

Oltre il caso vostro, che in quanto veterinari pubblici vi rapportate principalmente ad aziende e professionisti che hanno in ballo interessi economici, conosce anche casi di veterinari di ambulatorio aggrediti dai padroni?

«Assolutamente sì, si sono verificati diversi casi in cui il veterinario libero professionista è stato aggredito e malmenato perché, per fare un esempio, il proprietario del cane riteneva che questo non fosse stato curato a dovere. In sostanza, le professioni sanitarie sono soggette ad aggressioni a 360 gradi proprio in virtù del loro ruolo nel sistema pubblico e privato».

Esiste un problema maggiore nel caso di veterinari donna?

«Sicuramente ci sono maggiori rischi per le donne che spesso sono costrette a muoversi, magari di notte o in zone periferiche e disagiate, nei turni di reperibilità. Sono situazioni potenzialmente rischiose perché lavoriamo da sole: purtroppo non abbiamo un sistema organizzato e spesso siamo esposti al rischio di aggressioni fisiche. Questi problemi organizzativi nel mondo del lavoro ci impongono di andare da sole in certi territori quando, invece, dovremmo essere organizzati in team».

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Cosa si può fare per superare questa situazione?

«Si potrebbe, ad esempio, adeguare gli organici e dare quindi la possibilità alle aziende di creare team di lavoro. In questo modo il veterinario non è più costretto a muoversi da solo in certi ambienti. Un altro aspetto da considerare è che laddove succedono fatti intimidatori o aggressioni e il sanitario procede con una denuncia, questo non ha le sufficienti tutele da parte dell’azienda per farlo in maniera corretta: deve infatti sobbarcarsi tutto l’onere di portare avanti da solo la denuncia penale».

 

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