Mondo 8 Aprile 2020

Vaccino contro il Covid-19, a che punto sono le sperimentazioni condotte in tutto il mondo?

Negli Stati Uniti parte la sperimentazione sull’uomo di uno dei vaccini finanziati da Bill Gates, a Pittsburgh si pensa ad un “cerotto” mentre in Australia si riprova con un anti-tubercolare

di Gloria Frezza
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«Torneremo alla piena normalità quando ci sarà un vaccino, fino ad allora avremo accuratezza nei contatti e senso di responsabilità, che guiderà la ripresa e la riapertura delle attività». Le parole del viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, alla trasmissione “Circo Massimo” su Radio Capital, sono nette. Sarà solo il vaccino ad arrestare completamente il Covid-19. Resta pertanto quello l’obiettivo degli esperti della sanità mondiale, già al lavoro sulle sperimentazioni.

USA, INIZIA LA SPERIMENTAZIONE SULL’UOMO

Negli Stati Uniti l’azienda biotech americana Inovio ha ricevuto il via libera dalla Food and Drug Administration e dato inizio alla fase di sperimentazione del suo vaccino sull’uomo. La concessione è arrivata dopo i promettenti test sugli animali e ora sarà condotta anche grazie ai finanziamenti della Bill and Melinda Gates Foundation e della Cepi (Coalition for epidemic preparedness innovations).

Sono 40 i volontari che lunedì hanno ricevuto la prima dose di Ino-4800 – questo il nome del vaccino – che sarà seguita da una seconda tra quattro settimane. Tutti adulti sani provenienti da Philadelphia e Kansas City, dove sono stati effettuati gli screening. Se la sperimentazione continuasse con successo, dopo aver ottenuto i dati di sicurezza e immunogenicità si procederà agli studi di efficacia. L’azienda prevede di poter rendere disponibili almeno un milione di dosi per studi e usi di emergenza entro fine anno.

«Il nostro team di ricercatori, partner e finanziatori – ha dichiarato il Ceo di Inovio, Joseph Kim – si è mobilitato da quando la sequenza genetica del virus è diventata disponibile all’inizio di gennaio e continua a lavorare 24 ore su 24 per garantire l’avanzamento rapido di Ino-4800».

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS, ALLO STUDIO IL “CERTIFICATO DI IMMUNITÀ” PER TORNARE GRADUALMENTE AL LAVORO

IL VACCINO ‘CEROTTO’

Viene ancora dalla Pennsylvania, ma da Pittsburgh questa volta, il “vaccino-cerotto” di cui si è parlato negli ultimi giorni. Noto come “PittCoVacc”, si tratta di un tentativo sperimentale dei ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh. Già nel 2003 il team, di cui fa parte anche l’italiano Andrea Gambotto, sviluppò il vaccino per la Sars senza poterlo sperimentare a causa della scomparsa improvvisa della malattia.

Il cerotto, di 1,5 centimetri, sarebbe composto di 400 micropunture da adagiare sul braccio o su una spalla, per una dose di vaccino pari a un 1/5 di quella necessaria per un’iniezione. Di grande convenienza quando si deve produrre una quantità enorme di prodotto, come ha spiegato Gambotto a Repubblica.

Il cerotto rilascia la proteina “spike”, che è la chiave che il virus utilizza per entrare nell’organismo umano, nel punto in cui il cerotto viene adagiato. «A questo punto – ha dichiarato il ricercatore – il sistema immunitario si rende conto che è un corpo estraneo al nostro organismo e inizia a produrre anticorpi contro di essa. Quando poi la persona verrà contagiata da virus gli anticorpi già sviluppati ne bloccheranno l’infezione».

I test sui topi sono risultati estremamente promettenti, in quanto gli animali hanno sviluppato anticorpi specifici contro il Sars-CoV-2. Dopo l’autorizzazione della Fda, in massimo due mesi dovrebbe poter partire la sperimentazione clinica, che aiuterà a studiare una dose adatta all’essere umano. Se si dovesse proseguire con risultati positivi, il team di Gambotto assicura di poter avviare la produzione entro cinque mesi.

CONTRO LA TUBERCOLOSI E CONTRO IL COVID-19?

Dall’altro lato del pianeta, l’Australia scommette invece su un vaccino contro la tubercolosi sviluppato 100 anni fa in Europa, come riporta il New York Times. Il nome scientifico è Bcg (Bacillus Calmette-Guerin) ed è ancora utilizzato in molti Paesi in via di sviluppo. È proprio qui che gli scienziati hanno notato come, oltre a prevenire la tubercolosi, il vaccino fosse utile per ridurre l’incidenza di infezioni respiratorie.

Da qualche giorno un gruppo di scienziati di Melbourne ha dato inizio alla somministrazione del vaccino (o di un placebo) a migliaia tra medici, infermieri e operatori sanitari per testarne l’efficacia. Il dottor Nigel Curtis, ricercatore dell’University of Melbourne e uno degli ideatori del trial, ha dichiarato: «Quello che vogliamo fare è ridurre il lasso di tempo in cui un operatore sanitario infetto non sta bene, così che possa tornare al lavoro più velocemente». Sperimentazioni simili sono iniziate anche in Olanda e a Boston, sempre su operatori sanitari.

Tuttavia il virologo Fabrizio Pregliasco dell’Università di Milano invita a trattenere gli entusiasmi su simili tentativi. «È un’ipotesi che sta circolando – ha dichiarato all’Adnkronos Salute – ma tutto è da discutere e le basi sono deboli».

 

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