Salute 19 Aprile 2018

Osservasalute, l’Italia è divisa a metà: al Sud meno longevi che al Nord. Impennata delle malattie croniche

Il rapporto annuale certifica: aumentano i tumori e le malattie croniche, ma migliorano le cure. Solipaca (Direttore ONSRI): «Tra gli anziani, troppi non-autosufficienti». Nel Mezzogiorno si fa poca prevenzione e si vive di meno.

di Isabella Faggiano
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Dove la prevenzione funziona, gli italiani sono più in salute: sconfiggono i tumori e convivono meglio e più a lungo con le malattie croniche. Ma la mappa del Belpaese, sotto questo profilo, è piuttosto disomogenea. «Chi nasce al sud Italia ha un’aspettativa di vita inferiore di 4 anni, in media, rispetto ad un cittadino del nord. Le speranze di vita di una persona che nasce, oggi, in Campania o in Sicilia sono pari a quelle degli abitanti di Romania, Bulgaria o Serbia», spiega Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane e presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, commentando i dati di Osservasalute 2017.

Il Rapporto, presentato oggi al Policlinico Gemelli di Roma, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, è  un appuntamento fisso, giunto alla sua quindicesima edizione, che fornisce annualmente i risultati del check-up della sanità italiana.

«Nonostante le differenze regionali, in Italia – ha aggiunto Ricciardi – l’aspettativa di vita ricomincia a crescere, dopo una battuta di arresto registrata due anni fa che, in alcune zone delle Penisola, corrispondeva addirittura ad una diminuzione. Oggi, anche se ci si ammala di più, specialmente di patologie oncologiche, si guarisce molto più facilmente».

Al 2017, dai dati provvisori, la speranza di vita alla nascita è pari a 80,6 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. Nei 5 anni trascorsi, dal 2013 al 2017, gli uomini hanno guadagnato 0,8 anni, mentre le donne 0,3 anni.  Cifre che piazzano l’Italia sul podio della classifica europea per la migliore aspettativa di vita: seconda solo alla Svezia per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini, stimata ad 80,3 anni,  e al terzo posto dopo Francia e Spagna per le donne, dove la media è 84,9 anni.

«Una tendenza positiva – ha spiegato Alessandro Solipaca, direttore Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane –  dovuta ad una maggiore diffusione di screening e stili di vita salutari. Grazie alla prevenzione è diminuita la mortalità precoce, tra i 30 e i 69 anni».

È migliorata l’efficacia delle cure e della prevenzione delle neoplasie. Lo dimostra la diminuzione dei nuovi casi di tumori al polmone tra i maschi (-2,7% l’anno dal 2005 al 2015) e della cervice uterina tra le donne (-4,1% annuo). È aumentata di 5,7 punti percentuali anche la sopravvivenza a 5 anni per il tumore al polmone e 2,4 punti per il carcinoma del collo dell’utero.

Ma dal Rapporto Osservasalute 2017 non emergono solo buone notizie. «Sono in aumento – ha detto Solipaca – gli anziani non autosufficienti». In particolare, tra gli ultrasessantacinquenni l’11,2% ha molta difficoltà o non è in grado di svolgere le attività quotidiane di cura della persona senza ricevere  alcun aiuto, percentuale che sale al 36,2% tra gli ultraottantacinquenni.

«La non-autosufficienza non è l’unica conseguenza dell’invecchiamento della popolazione – ha continuato il direttore Scientifico dell’ Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane – sono in aumento anche le malattie croniche».

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Il Rapporto ha registrato una crescita di tutte le patologie croniche più diffuse: l’ipertensione, che raggiunge il picco massimo tra i soggetti di 85-89 anni, in questa fascia di età ha una diffusione pari al 79,5%, il diabete è passato dal 7,5% del 2012 all’8% del 2016. Ancora, l’osteoartrosi è aumentata, in  4 anni, di un punto percentuale (dal 17% nel 2012 al 18% nel 2016). La situazione è peggiorata pure per i disturbi tiroidei che, nello stesso arco di tempo, sono saliti dal 12,5% al 15,3%.

Queste malattie, spesso, non si presentano da sole: la prevalenza di pazienti con multicronicità risulta in crescita dal 2012 (22,4%) al 2016 (25,1%).

Ma per Walter Ricciardi siamo di fronte ad una situazione che l’Italia è in grado di affrontare: «Il Rapporto di quest’anno dimostra che grazie alla prevenzione è possibile evitare delle morti ed aumentare l’aspettativa di vita. Che non significa solo spingere la popolazione ad adottare stili di vita corretti, ma anche fornire dei servizi. Mi riferisco, ad esempio, ai vaccini gratuiti non solo per i bambini, ma anche per adulti e anziani, e agli screening, in particolare per l’oncologia».

Sugli sili di vita gli italiani hanno ancora molto da imparare. Continuano ad aumentare gli obesi, soprattutto tra la popolazione maschile: è in sovrappeso il 44,5% degli uomini contro 27,2% delle donne e obeso l’11,1% dei maschi contro il 9,8% delle femmine.

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Un dato in contraddizione con l’aumento, seppur leggero, del numero di sportivi. «Tra le cattive abitudini è preoccupante soprattutto l’elevato consumo di alcol tra gli adolescenti», ha sottolineato Solipaca. Tra tutti i consumatori risultano a rischio il 23,2% degli uomini e il 9,1% delle donne.

Il numero degli italiani fumatori rimane piuttosto costante, anche se il vizio è duro a morire soprattutto tra i giovani e tra le donne. Non è un caso, infatti, che il tumore polmonare sia in sensibile aumento solo tra le signore: +1,6% tra il 2005 e il 2015.

Anche qui la soluzione è in un’unica parola: prevenzione. Per Alessandro Solipaca, l’eccessivo uso di alcol e sigarette tra i giovani può essere contenuto «investendo in campagne di promozione e sensibilizzazione nelle  scuole». Ovviamente, per portare avanti queste iniziative bisogna innanzitutto fare i conti con le finanze a disposizione della Sanità pubblica. E, stando al Rapporto, non sembrano godere proprio di ottima salute.

La spesa sanitaria pubblica pro capite è salita – dello 0,38% in un anno –  ma resta comunque più bassa rispetto agli altri Paesi europei, attestandosi a 1.845 euro. La spesa privata, invece, ha raggiunto, nel 2015, la quota di 588,10 euro, con un trend crescente dal 2002 a un tasso annuo medio dell’1,8%. Va male per il personale sanitario che continua ad essere sottoposto ad una riduzione di budget: l’incidenza della spesa per personale dipendente del Ssn sulla spesa sanitaria totale si è ridotta di 1,1 punti percentuali tra il 2012 e il 2015, passando dal 32,2% al 31,1%.

«È evidente – ha detto Ricciardi – il fallimento del Servizio Sanitario Nazionale, anche nella sua ultima versione federalista, nel ridurre le differenze di spesa e della performance fra le regioni. È auspicabile che si intervenga al più presto partendo da un riequilibrio del riparto del Fondo Sanitario Nazionale, non basato sui bisogni teorici desumibili solo dalla struttura demografica delle Regioni, ma – ha concluso il presidente dell’Iss – sui reali bisogni  di salute».

 

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