Lavoro 5 Giugno 2020

Violenza camici bianchi, parla un medico aggredito: «Da eroi a capri espiatori. Ddl potrebbe non bastare»

David Di Lello, anestesista rianimatore all’ospedale Veneziale di Isernia: «Siamo l’oggetto della rabbia, il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario è ormai dilagante. Come porvi un freno? Rifinanziando la sanità pubblica e rivalutando il ruolo sociale del medico»

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Una rabbia che non accenna a diminuire, un fenomeno che non conosce freni: neanche l’emergenza sanitaria da Sars-coV-2 è riuscita ad arginare le aggressioni verso gli operatori sanitari.

A dimostrazione della presa di coscienza del problema da parte della politica e delle istituzioni, la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità il Ddl contro la violenza sugli operatori sanitari che prevede pene più severe e multe fino a 5mila euro e che ora attende l’ultimo passaggio in Senato.

«Il Ddl discussione in Parlamento potrebbe non bastare: va valorizzato, recuperato il ruolo sociale del medico e il prestigio del passato». Ne è convinto David Di Lello, medico anestesista rianimatore dell’ospedale Veneziale di Isernia e presidente AAROI-EMAC Molise, che ha deciso di raccontare a Sanità Informazione la brutta esperienza che ha vissuto, suo malgrado, di recente: l’aggressione fisica e verbale, in corsia, da parte del familiare di un paziente.

Dottore, ci racconta cosa è successo?

«Qualche giorno fa sono stato chiamato per un’urgenza dal reparto di chirurgia, dove sono stato aggredito dal familiare di un paziente novantunenne che era degente e che, purtroppo, è deceduto. Prima ancora di entrare nella stanza del paziente, sono stato assalito. Non era vero che ero in ritardo come diceva i parenti, ma indipendentemente dalle motivazioni, sono altri gli strumenti da utilizzare per far sentire le proprie ragioni. Nessun motivo può giustificare la violenza. Successivamente, i familiari del paziente mi hanno fornito alcune spiegazioni, ma hanno sollevato lamentele prive di fondamento».

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Nonostante l’attacco verbale e fisico, lei ha prestato comunque assistenza, è corretto?

«Certamente, è il mio dovere. Malgrado fossi tramortito, ho fatto il massimo che potevo fare per il paziente. Solo in un secondo momento sono stato costretto ad andare in Pronto soccorso perché non mi sentivo bene. Poi ho sporto denuncia e querela, l’aggressore è stato identificato e procederò per vie legali. Anche in virtù della carica sindacale che rivesto, ho deciso di denunciare l’accaduto per essere un esempio per i miei colleghi: le prevaricazioni ai danni dei medici e del personale sono sempre più frequenti, è ormai un fenomeno dilagante a cui va posto un freno. Il Ddl in discussione in Parlamento potrebbe non bastare; è il ruolo sociale del medico che deve essere rivalutato».

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Andrebbero presi in considerazione anche altri provvedimenti, oltre al Ddl?

«Il Ddl è un passo avanti di tipo repressivo ma non è solo questo da tenere in considerazione. Va recuperato il prestigio del medico del passato: nei tribunali queste cose non succedono, eppure noi salvaguardiamo il bene più prezioso che c’è, la vita umana. È necessaria una maggiore attenzione alla sanità pubblica, sia da parte delle istituzioni che da parte delle aziende sanitarie che possono contribuire con sorveglianza e vigilanza alla sicurezza negli ospedali».

Le stesse persone che in questi mesi di pandemia sono state applaudite ora si trovano, nuovamente, sotto attacco. Qual è il motivo, secondo la sua opinione?

«Era prevedibile, da eroi a capri espiatori il passo è breve. Siamo l’oggetto della rabbia per le le lunghe liste d’attesa, i ritardi e le carenze di tipo organizzativo che indubbiamente ci sono nelle strutture sanitarie che soffrono del definanziamento. Chi è in prima linea subisce il malcontento a volte totalmente ingiustificato: lo dimostrano le tantissime denunce che i medici ricevono e che nella stragrande maggioranza dei casi sono archiviate. Si è cercato di limitare i contenziosi con una legislazione al riguardo, ma non credo sia stata sufficiente. La sanità pubblica va rivalutata e rifinanziata in modo adeguato. Tuttavia, io ho viaggiato tanto per lavoro e posso affermare che gli italiani non devono mai dimenticare l’importanza di un sistema sanitario pubblico che garantisce l’assistenza a tutti, e non è così in molti posti del pianeta».

 

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