Salute 25 novembre 2014

Ebola: medico italiano contagiato, ricovero immediato allo Spallanzani

Ma la ricerca tiene testa al virus: il siero “salvavita” funziona. Nuovi fondi dall’Ue in West Africa

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E’ arrivato a Roma il primo italiano contagiato dal virus Ebola: Fabrizio è un medico infettivologo di Emergency, siciliano, cinquantenne. Una carriera dedicata allo studio e alla lotta contro le malattie infettive che, dal 18 ottobre, lo ha portato in Sierra Leone, dove ha contratto il virus.

Alla notizia del test positivo sono state immediatamente attivate l’Unità di crisi della Farnesina e l’Aeronautica Militare per le operazioni di trasporto del paziente presso l’Istituto Spallanzani di Roma, dove il medico è attualmente ricoverato. Il trasferimento e il trattamento del medico italiano è stato organizzato con trasporto ad alto biocontenimento, su un aereo Kc 7667 dell’Aeronautica militare dotato di una barella chiusa – denominata “Aircraft Transit Isolators” (Ati) – impiegata appositamente per il trasporto aereo di soggetti colpiti da patologie infettive altamente contagiose e diffusibili. Presente a bordo anche una ‘Unità di isolamento aeromedico’: un team della stessa Aeronautica composto da ufficiali medici e infermieri addestrati per questo tipo di emergenze. Il direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore della sanità, Gianni Rezza, afferma che “le procedure per il trasferimento del malato non comportano alcun rischio per la comunità” e che “lo Spallanzani è attrezzato per gestire al meglio la situazione”. L’istituto, infatti, ospiterà il paziente nell’ala speciale di massima sicurezza riservata alle infezioni ad alta contagiosità: sedici stanze separate dal resto dell’edificio, con ingresso e ascensore a parte e task force di infermieri e medici appositamente formati e addestrati. Il reparto è dotato, inoltre, di un sistema di condizionamento a senso unico. L’aria entra e non esce, in modo da impedire la diffusione di virus e batteri. Un protocollo rigidissimo impone la distruzione di qualsiasi strumento venga utilizzato nel reparto: persino le cartelle cliniche sono bandite, sostituite da fogli e matite che mai più usciranno da quelle stanze. Il paziente, in condizioni stabili pur presentando uno stato fabbrile, è attualmente trattato con un farmaco antivirale non registrato in Italia e specificamente autorizzato dall’AIFA.

Le notizie dal West Africa, intanto, non sono rassicuranti: l’ultimo bollettino diramato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 5.420 decessi a fronte di 15.145 persone infettate. Il rallentamento nella diffusione del virus, che nelle scorse settimane aveva acceso un barlume di speranza, si inquadrerebbe semplicemente nel tipico andamento altalenante delle epidemie. La Commissione europea dal canto suo ha incrementato gli sforzi per affrontare l’emergenza, e ha deciso lo stanziamento di altri 29 milioni: di questi, 17 saranno destinati all’invio di aiuti e attrezzature mediche nei paesi colpiti dal virus, e 12 andranno invece a supportare i paesi limitrofi.

Una buona notizia arriva però dagli Stati Uniti, dove i ricercatori hanno dato conferma ufficiale dell’efficacia del siero Zmapp. Sviluppato e prodotto dalla californiana Mapp Biopharmaceutical, si tratta del più promettente farmaco sperimentale contro Ebola, già testato mesi fa su due cittadini statunitensi guariti dal virus. All’epoca gli scienziati prudentemente specificarono che non si sapeva se fosse stato il siero ZMapp a salvargli la vita. Ora, dalla ricerca arriva finalmente una certezza. La struttura del siero e le sue modalità di azione sono state svelate e analizzate, mostrandone i punti di forza e di debolezza, che potranno ora diventare aprire un varco verso nuove terapie. Allo studio i nuovi anticorpi dei sopravvissuti, per sviluppare altri farmaci nel caso in cui il virus dovesse mutare e diventare resistente alla terapia. E una speranza potrebbe venire da due gemelline americane, affette da una rarissima malformazione genetica, la sindrome di Niemann Pick di Tipo C. Se da un lato la malattia di cui sono affette le rende in costante pericolo di vita, dall’altro il malfunzionamento del gene NPC1 le rende, di fatto, immuni al virus Ebola.

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