Formazione 23 gennaio 2017

In Francia è caccia ai camici bianchi italiani. La parola a un giovane medico italiano Oltralpe…

L’Europa del nord corteggia i medici italiani. Francesco Macrì Gerasoli, calabrese di Siderno, Responsabile Radiologia dell’Ospedale di Nîmes: «La nostra preparazione teorica non ha confronto, dovremmo incrementare la pratica che in Italia è carente»

AAA cercasi medici italiani in Francia. Ebbene sì, Oltralpe è caccia ai professionisti sanitari italiani considerati fra i migliori in tutta Europa. In Francia la carenza di personale sanitario si acuisce di anno in anno, soprattutto per quel che riguarda le zone rurali, dove è impossibile trovare un medico a meno di dieci chilometri di distanza. Numeri alla mano, la Francia conta 66,9 milioni di abitanti con soltanto 285mila dottori poco inclini a lavorare al nord dove le condizioni climatiche sono piuttosto ostili. Su questo tema Sanità Informazione ha intervistato Francesco Macrì Gerasoli, medico Radiologo messinese che oggi lavora al Centro Universitario Ospedaliero di Nimes, nella Francia del Sud.

Lei si è trasferito in Francia dove svolge l’attività medica. Perché questa scelta? Quale è stato il suo percorso?

«Ho studiato all’Università la Sapienza di Roma e fatto la mia specializzazione al Policlinico Universitario Umberto I. Il penultimo anno di specializzazione mi ero reso conto che non vi erano per me delle opportunità lavorative particolarmente interessanti. Volevo esplorare nuove opportunità e così leggendo varie testimonianze di colleghi italiani che erano già all’estero, ho cominciato ad orientarmi su un eventuale stage in un altro Paese. Dunque nel 2011, mio ultimo anno di specializzazione, ho chiesto un periodo di stage nell’Ospedale Universitario di Montpellier. Durante il percorso in Francia sono riuscito ad instaurare un buon rapporto con il capo del reparto di Neuroradiologia, Professore Alain Bonafé, che mi propose di tornare dopo la mia specializzazione, ma non avevo fondi per assecondare la richiesta. La fortuna volle che vinsi una borsa di 4000 euro della Società Europea di Radiologia e mi imbarcai di nuovo verso Montpellier. Al dunque il Professor Bonafé mi chiese se volevo restare in Francia ed accettai di buon grado. Fui trasferito al Policlinico Universitario della città vicina, Nîmes, dove lavoro tuttora. Mi sono integrato sin da subito e ho trovato una grande disponibilità nei miei confronti, tanto che ho avuto possibilità di fare una prestigiosa fellowship di due anni e mezzo in Radiologia d’Urgenza (Clinicato). In seguito sono riuscito ad istituire una convenzione tra l’università La Sapienza e quella di Montpellier per un dottorato in cotutela (PhD) della durata di 4 anni.  Dal 2013 sono stato nominato Responsabile della Radiologia del Pronto Soccorso e Responsabile della Radiologia Medico-Legale dell’Ospedale Universitario di Nîmes. Inoltre, da circa quattro anni, ho iniziato un’attività molto interessante,  che riguarda il settore delle autopsie virtuali».

I medici italiani vengono considerati tra i più bravi in Europa. Secondo lei la preparazione italiana è superiore a quella europea, in questo caso in particolare alla formazione francese?

«Non ho molta esperienza con altri medici stranieri, ma certamente rispetto ai francesi, da un punto di vista teorico, siamo davvero molto forti e preparati. Il problema per il giovane medico italiano è la pratica. A che serve conoscere patologie rarissime se poi non si ha esperienza di interventi chirurgici fondamentali una volta finita la specializzazione? Qui in Francia ci sono colleghi di 30 o 32 anni che sanno fare senza alcun problema degli interventi di chirurgia addominale maggiore, cosa estremamente difficile in Italia, oppure giovani oculisti che trattano la retina senza alcun problema come se avessero una lunga esperienza pratica. In Italia tutto questo lo si vede fare a colleghi specialisti di 50 anni e oltre e nemmeno tutti. In Italia solo i più agguerriti riescono a formarsi a tutto tondo. Posso dire che, in termini di formazione pratica, in Italia, rispetto alla Francia, per cui ho esperienza diretta, siamo veramente all’epoca della Preistoria».

La Francia dichiara di avere un numero esiguo di medici disponibili a lavorare nelle campagne. Perché? Tra le proposte dei politici francesi, quella di importare medici dall’Italia. Cosa ne pensa?

«In Francia è stato introdotto il numero chiuso circa 15 anni prima di noi (anni ‘70) ed è per questo che adesso ci si ritrova in questa condizione. In particolare si sono create naturalmente delle zone sprovviste di specialisti e di medici di famiglia in particolare. Queste zone sono chiamate “deserti medici“, questo perché si tratta di zone rurali, montagnose, climaticamente sfavorevoli. Lo Stato cerca di invogliare i giovani medici proponendo salari interessanti (dai 6.000 ai 10.000 euro al mese con agevolazioni, appartamenti in dotazione per esempio) ma pochi alla fine riescono ad posporre la qualità della vita allo stipendio, soprattutto se ci sono delle famiglie di mezzo».

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