L'Arte che cura 19 dicembre 2018

Parkinson. La teatroterapia aumenta l’autostima e migliora il benessere emotivo

Il coordinatore dello studio: «Risultati positivi confermati anche da una precedente ricerca. Ora puntiamo ad un’osservazione internazionale su un campione di almeno 100 pazienti»

di Isabella Faggiano
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Aumento dell’autostima, miglioramento del benessere emotivo e, nei casi più complessi, diminuzione del grado di depressione. Così, alcuni malati di Parkinson, che in via sperimentale hanno associato la teatroterapia alla cure farmacologie, hanno migliorato la qualità  della propria vita.

«Lo studio, durato 15 mesi, è terminato da circa un anno ma l’’80% dei pazienti ha continuato a pagare di tasca propria la teatroterapia per non rinunciare ai progressi ottenuti».  A tracciare il bilancio, a circa 12 mesi dalla pubblicazione dei risultati, è  Giovanni Mirabella, ricercatore di Neurofisiologia Cognitiva e docente di Fisiologia all’università La Sapienza di Roma, consulente scientifico dell’ospedale neurologico mediterraneo di Pozzilli (Is), coordinatore e autore dello studio.

«Sono stati gli stessi pazienti a chiedere di poter continuare il percorso e i loro caregiver sono stati ben lieti di assecondarli. Anche coloro che si prendono cura di questi ammalati – ha aggiunto Mirabella – hanno evidenziato l’utilità della terapia integrativa. Ci hanno rivelato che le difficoltà da affrontare per accompagnarli in  teatro sono ben inferiori ai benefici ottenuti: il miglioramento del benessere emotivo ha avuto ripercussioni positive anche nelle altre attività quotidiane del paziente».

L’efficacia della teatroterapia è stata testata su quei sintomi del Parkinson cosiddetti non motori: « Chi soffre di questa patologia – ha spiegato il ricercatore – oltre a manifestare tremori e rigidità (sintomi motori), può avere dei disturbi che compromettono il benessere emotivo, come senso di inadeguatezza nella società, bassa autostima o depressione. È su questi ultimi, i sintomi non motori appunto, che la pratica teatrale ha influito positivamente».

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I pazienti  si sono cimentati in delle vere e proprie performance teatrali, «diventando protagonisti – ha raccontato Mirabella – di scene, dialogate o mimate, dal forte contenuto emotivo. Le emozioni sono la guida delle nostre azioni, – ha aggiunto il docente  – quindi se la teatroterapia migliora la sfera emotiva,  successivamente avrà benefici anche su quella motoria». Per comprendere meglio il significato di questa stretta correlazione tra l’azione e l’emozione il professore fa un esempio tratto dalla vita d tutti i giorni: «I pazienti affetti da Parkinson, spesso, provano imbarazzo per la propria condizione di salute. Se vanno al mercato a comprare della frutta – ha spiegato Mirabella – tenderanno ad usare un tono di voce molto basso, quasi inudibile. Chi impara a gestire questo suo stato d’animo, prima durante le prove teatrali, poi su un palcoscenico, arrivato davanti al banco del venditore non avrà problemi a chiedere ciò che desidera utilizzando un tono di voce alto e deciso».

Lo studio ha coinvolto pazienti con malattia moderata, «perché – ha spiegato Mirabella – sarebbe più difficile evidenziare grossi risultati in quelle persone che sono nella prima fase della patologia. Allo stesso modo, chi vive una fase molto avanzata sarà molto probabilmente allettato e quindi impossibilitato a seguire le lezioni in teatro. Per questi pazienti, però – ha rivelato il docente – vorremo sperimentare un progetto virtuale, proponendo delle lezioni via web, per capire se è possibile ottenere dei risultati anche senza che gli ammalati si cimentino realmente nella performance teatrale».

La ricerca coordinata dal professore Mirabella non è l’unica ad aver mostrato gli i benefici dell’arte sulla salute:  «L’effetto dell’arteterapia – ha specificato il docente –  è molto discusso. Di sicuro non è una panacea: i risultati dipendono molto dalla malattia che si va ad affrontare.  Di solito, quando il danno è localizzato, come nel Parkinson, gli effetti sono più evidenti. Altri studi hanno mostrato l’efficacia del tango e dell’Irish dance, ma si tratta sempre di ricerche effettuate su un campione piuttosto limitato di pazienti. Fa eccezione una ricerca sugli effetti del tai chi – un’antica arte marziale cinese – che, invece, ha coinvolto 200 ammalati».

Il campione ristretto è un limite con il quale ha dovuto fare i conti anche lo studio del professore Mirabella: la ricerca è stata condotta su 24 pazienti, metà coinvolti in attività teatrali – una sessione giornaliera di tre ore una volta a settimana – un’altra metà impegnati nella fisioterapia. «Pur se su un numero esiguo di pazienti – ha aggiunto il ricercatore – lo studio ha dato lo stesso risultato per due volte consecutive. Una medesima ricerca, effettuata su circa 20 pazienti,  era stata già pubblicata nel 2010. Tuttavia – ha concluso Mirabella – per avvalorare gli esiti ottenuti finora dovremmo riproporre lo studio su un campione di almeno 100 pazienti, magari coinvolgendo anche altri Paesi, per verificare – ha concluso – se a culture diverse possano corrispondere differenti reazioni».

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