Salute 15 Maggio 2020

L’impatto del Covid su chi convive con l’Hiv e il rischio di recrudescenze causate dalla chiusura dei centri. L’appello di Anlaids

Riaprire ambulatori e centri community based, garantire continuità assistenziale e diagnosi e non dimenticare la prevenzione. La vicepresidente Anlaids Valeria Calvino: «Per Hiv la strada del vaccino è ancora lunga, i più fragili sono i primi a perdersi»

di Gloria Frezza
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Riaprire ambulatori e centri, riprendere ad effettuare i test e prestare attenzione alla distribuzione dei farmaci. Sono queste le richieste che 27 associazioni italiane per la lotta con Hiv e Aids hanno inviato in una lettera al ministro della Salute Roberto Speranza. «Era un nostro dovere», commenta a Sanità Informazione Valeria Calvino, vicepresidente di una delle firmatarie: Anlaids (Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids).

Visite sospese e in alcuni casi difficoltà nel reperire i farmaci antiretrovirali sono state le prime avvisaglie di quanto la fase 1 dell’emergenza Covid-19 sia pesata sulle Plwhiv (people living with hiv). «Le visite sono state ridotte solo alle urgenze – racconta Calvino – e parlare col proprio medico curante per chi vive con Hiv è molto importante, è un rapporto essenziale. Non aver potuto comunicare con il proprio medico è stato motivo di ansia e stress per molti, unito all’ansia generale della situazione».

In ospedale i reparti sono stati convertiti per la gestione dei contagiati da coronavirus, quelli di infettivologia nello specifico. Molte associazioni hanno organizzato servizi di consegna farmaci, ma non sempre si è riusciti a raggiungere tutti. «Non dimenticando i problemi di privacy – aggiunge la vicepresidente Anlaids –. Di questi tempi dire “vado a fare la visita infettivologica” generava subito domande di approfondimento durante i controlli e lo stigma contro l’Hiv non è ancora estinto».

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Anche la diagnostica procede estremamente a rilento, alcuni ospedali hanno mantenuto i servizi di testing in maniera ridotta ma i centri community based, gestiti dalle associazioni, sono stati costretti a chiudere. «Questi centri – specifica Calvino – hanno il vantaggio di agganciare tutta una fetta di popolazione che ha difficoltà ad andare in ospedale: parlo delle key population, degli uomini che fanno sesso con uomini (msm), dei e delle sex workers, di persone che anche per privacy e per evitare momenti di discriminazione si sentono più a loro agio nei nostri centri». Anlaids ne ha uno a Roma dove si effettuavano test rapidi salivari due volte al mese, altre associazioni coprono Milano, Bologna e altre città.

«Adesso la situazione sta riprendendo timidamente – racconta, riferendosi a queste settimane di inizio fase 2 –. Gli ambulatori stanno riaprendo anche se in maniera ridotta, in quanto l’emergenza non è debellata. Gli appuntamenti vengono dati in maniera molto scaglionata, ma non siamo certo a una ripresa della normalità e riaprire le nostre sedi richiederà tempi lunghi».

Da qui l’urgenza di scrivere al ministro Speranza, cercando un confronto. Tra i firmatari della lettera molti dei componenti del comitato tecnico scientifico sezione M, la vecchia consulta delle associazioni di lotta contro Hiv e Aids. «Prima di tutto – elenca Calvino – abbiamo chiesto di non abbassare la guardia. Perché il Covid prima o poi finirà, ci sono buone speranze di trovare un vaccino, ma per l’Hiv questa prospettiva è ancora lontana. L’Aids ha fatto 32 milioni di morti al mondo e per tenerla sotto controllo deve funzionare tutto».

I dati dello scorso anno, riferiti al 2018, parlavano di 2847 nuovi casi di persone positive all’Hiv in Italia, un trend in diminuzione. Tuttavia questa discesa, specifica Calvino, «la si deve alle terapie e al fatto che le persone con Hiv in terapia e con carica virale azzerata non trasmettono il virus. Perciò bisogna garantire pienamente la continuità assistenziale e i test, perché più persone possibili inizino le cure». Quindi la richiesta di ripristinare i centri diagnostici, in quanto «le persone che hanno difficoltà economiche e sociali sono le prime a perdersi per strada in situazioni come questa e questo potrebbe significare una recrudescenza dell’infezione».

Senza dimenticare la prevenzione, su cui si basa tanta parte delle attività di associazioni come Anlaids. «Con il progressivo ritorno alla normalità – spiega la vicepresidente – tornerà il bisogno di affettività e sessualità, che ha bisogno di una adeguata protezione. Penso agli ambulatori che erogano la profilassi pre-esposizione (Prep) che attualmente sono chiusi. Penso ai progetti attuati nelle scuole, che le associazioni portano avanti sulle proprie forze e che ora, con le scuole chiuse ci stiamo sforzando di continuare sul web».

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I rischi ci sono, avverte Calvino, e non vanno sottovalutati. Non poter fare il test per l’Hiv significa non sapere di essere positivi, non mettersi in cura rischiando di ammalarsi e di trasmettere ad altri l’infezione. «I più fragili sono i primi a perdersi. Nella lettera ricordiamo al ministro la situazione di Grecia e Romania, in cui a seguito di tagli sul welfare e sulle politiche di riduzione del danno c’è stata una recrudescenza di infezione da Hiv, specie tra persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa».

Per chi convive con l’Hiv questo è stato un periodo particolarmente complesso anche psicologicamente. «Le Plwhiv per tutta una serie di problematiche storiche – fa presente Calvino – sono spesso già gravate da un fardello di angoscia, difficoltà di rapporti, e sono persone più predisposte ad avere problemi di depressione dovuti a un carico già forte. Questo periodo poi non è facile per nessuno».

Le associazioni fanno molto per supplire a questi disagi, ma anche loro si basano su donazioni private che ora il Covid sta spostando sulla problematica più recente. «Riceviamo sempre richieste di informazione, aiuto economico e di reperimento farmaci. Abbiamo attivato crowd funding per distribuire mascherine e servizi di consulenza psicologica online diretta anche alla popolazione generale. Grazie alla nostra esperienza con l’Hiv e il suo portato di isolamento e stigma, sappiamo cosa il lockdown e il distanziamento sociale possono fare alla psiche».

Anlaids e le altre 26 associazioni di lotta contro l’Hiv aspettano di ripartire con un nuovo spirito. «Ci auguriamo – conclude Calvino – che sia una normalità ripensata, in quanto è chiaro che alcuni modelli non sono stati funzionali fino ad ora. Speriamo che questa epidemia, almeno, porti a una revisione generale delle politiche sanitarie ed economiche».

 

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