Professioni Sanitarie 3 Agosto 2021 10:37

Assistenti sociali, l’allarme del CNOAS: «Età media in sanità è più di 50 anni, serve ricambio generazionale. Sfruttare PNRR»

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali festeggia l’ingresso nel ruolo sociosanitario della professione. La responsabile Sanità Mirella Silvani: «Ora declinare bene quali sono le funzioni, le attività, le competenze di chi entra a far parte di questo ruolo»

«Gli assistenti sociali dipendenti dal Sistema sanitario nazionale sono in maggioranza over 50. Se non si favoriranno politiche di turn over e di ricambio generazionale, rischiamo di perdere personale in tutti i settori». L’allarme arriva da Mirella Silvani, segretario del Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali e responsabile Sanità, all’indomani dello storico traguardo raggiunto dalla professione, con l’approvazione nell’ambito del Decreto Sostegni Bis dell’istituzione del nuovo ruolo sociosanitario in cui sono inseriti gli assistenti sociali.

Un passaggio essenziale per la professione, che apre la strada a un ruolo sempre più importante di questi professionisti all’interno del Ssn nel solco del motto “senza sociale non c’è salute“.

«Si è scritto nero su bianco in un atto normativo che la parte socio-sanitaria è all’interno della sanità e che quando si parla di salute non si può fare a meno di parlare di sociale. Noi assistenti sociali, in base a una datata normativa del 1979, eravamo messi all’interno del novero delle figure tecniche: l’ambito socio-sanitario non esisteva, pur essendo operativamente presente sia nei percorsi territoriali che ospedalieri, in quelli di base e in quelli specialistici», spiega Silvani a Sanità Informazione.

Dare concretezza all’ingresso nel ruolo sociosanitario

Ora però arriva la sfida più difficile: rendere concreto l’ingresso nell’area socio-sanitaria riempiendo di contenuti il nuovo dispositivo normativo. «Bisognerà declinare bene quali sono le funzioni, le attività, le competenze di chi entra a far parte di questo ruolo – continua il segretario CNOAS -. Per noi Assistenti sociali è fondamentale perché stabilisce che è pensato e definito un ruolo che si occupa e ha uno sguardo alla dimensione sociale della vita delle persone. È ormai evidente che le determinanti sociali incidono tanto nei percorsi di salute, sia in termini positivi che negativi. Quindi il fatto che all’interno della sanità e all’interno delle strutture ci sia un professionista che da subito sappia cosa fare, come valutare determinate situazioni e insieme agli altri professionisti, fare una valutazione multidimensionale del bisogno che permetta di mettere in campo il più precocemente possibile quelle azioni che attenuano gli effetti delle criticità sociali».

Il CNOAS naturalmente farà la sua parte, soprattutto nella definizione di quelli che sono i profili e funzioni del servizio sociale professionale in sanità. Così come la faranno i sindacati. Ma è chiaro che senza personale sarà difficile imprimere una svolta.

L’alta età media degli assistenti sociali in sanità

Dai dati in possesso del CNOAS, a gennaio di quest’anno gli assistenti sociali nel Servizio Sanitario in Italia sono 6.444 su un totale di 45mila professionisti. Molti di loro all’interno delle strutture dei servizi territoriali, nei consultori, nella salute mentale, negli IRCSS. Da qui l’allarme sul personale: «Stiamo rischiando di perdere personale in tutti i settori, sicuramente siamo in una situazione di cambio generazionale – spiega ancora Silvani -. Il dato che emerge è che gli assistenti sociali dipendenti nel Ssn sono in maggioranza over 50. L’altro elemento che sicuramente va potenziato è il tema della cronicità, nell’ambito dell’implementazione che avranno i progetti del PNRR. Come ordine nazionale stiamo mantenendo costante l’interlocuzione con tutti i soggetti attivi in questo ambito perché la messa a terra dei piani del PNRR avranno una ricaduta forte alla luce anche della presenza del ruolo socio-sanitario nelle nuove strutture come la casa della comunità. Una casa della comunità senza un servizio sociale ben definito e strutturato non aiuta quell’integrazione socio-sanitaria. Noi abbiamo regioni che hanno istituito già negli anni precedenti un servizio sociale professionale in sanità con proprie delibere (in tutto tre regioni) e altre regioni che non hanno fatto questo passaggio. È giunto il momento di agire e rendere uniforme questa conquista».

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