Politica 2 marzo 2018

Vaccini, Giulia Grillo (M5S): «Obbligo giusta misura in caso di aumento contagi o crollo coperture»

La Deputata uscente, ricandidata alla Camera, entra nel dettaglio del programma sanitario del Movimento: «Maggiori risorse al comparto, sblocco del turn over e “sistema tedesco” contro l’imbuto formativo»

Liste d’attesa e intramoenia, imbuto formativo e partnership tra sanità pubblica e privata, sblocco del turn over e obbligo vaccini. Giulia Grillo, medico e deputata uscente del Movimento 5 Stelle ricandidata alle elezioni del 4 marzo, spiega ai nostri microfoni la visione che il M5S ha della sanità italiana, sia dal punto di vista attuale che in prospettiva per i prossimi 10 anni.

Onorevole Grillo, uno dei 20 punti che compongono il programma presentato da Di Maio è dedicato alla Sanità. Quanto puntate su questo settore e sul suo rilancio?

«Nei 20 punti si parla dei temi più sensibili per l’opinione pubblica, come l’abbattimento delle liste d’attesa e l’abolizione dei ticket sui farmaci. La nostra attenzione sarà però volta anche a individuare maggiori risorse economiche per il comparto pubblico e come obiettivo vorremmo arrivare, come spesa sanitaria, al 6,7% di rapporto al Pil in 5 anni. Ovviamente qui parliamo solo del minimo sindacale. Accanto a tutto ciò nella scorsa legislatura abbiamo individuato le risorse per attuare definitivamente lo sblocco del turn over, che il Ministro Lorenzin ha previsto sulla carta ma che non ha potuto concretizzare a causa della mancanza di risorse economiche. Consideriamo anche che il blocco del turn over previsto dal Governo Berlusconi nel 2003 ha generato una classe medica nel Servizio sanitario con un’età media molto alta, superiore ai 54 anni, che aumenta con il passare del tempo. Per cui un altro aspetto da affrontare è quello del percorso di inserimento dei medici laureati nel corso di specializzazione, che va rivisto. Abbiamo una sorta di imbuto paradossale che blocca i camici bianchi appena formati perché i posti nelle scuole di specializzazione sono inferiori rispetto al numero dei laureati. Vorremmo dunque mettere a regime una programmazione seria per evitare la carenza, annunciata da recenti previsioni, di circa 60mila unità nei prossimi 10 anni. Dobbiamo prepararci a questa eventualità ed evitare di lasciar andare i nostri medici in altri Paesi che li specializzeranno e se li terranno mentre noi saremo costretti ad importare medici specialisti dall’estero. Il rischio è quello di rimanere senza personale e perdere materiale umano oltre che di investimento».

Su questo punto ovviamente l’imbuto è sempre dovuto ad una questione di risorse: a fronte del numero di laureati che abbiamo non ci sono abbastanza borse…

«Il problema vero è che originariamente il numero di figure da formare dovrebbe essere deciso sulla base del fabbisogno stabilito dalle Regioni in collaborazione con il Ministero. È successo che con il blocco delle assunzioni, il personale mancante viene sostituito da lavoratori con contratto a termine. Allora perché non provare ad emulare il sistema tedesco? Lì i medici che vengono formati all’interno di una branca specialistica hanno poi la possibilità di essere assunti nella struttura in cui sono stati formati o in una ad essa collegata. Quindi c’è un collegamento tra formazione e lavoro che risolve a monte il problema della copertura dei posti vacanti. Questo modello per noi sarebbe l’ideale ed è il nostro obiettivo principale. Sarà complicato attuarlo, ma non credo sia impossibile. Credo che quando si parla di sostenibilità della sanità pubblica dobbiamo per forza di cose programmare i prossimi 10 anni, non di meno. In realtà, si tratta di un metodo che vogliamo applicare a tutti i settori perché è fondamentale ragionare in termini quinquennali in alcuni e decennali in altri, come l’energia e il comparto dei precari della scuola».

Come vede le partnership in sanità con il mondo privato? Qualcuno avanza addirittura l’ipotesi che già al momento della formazione possano avvenire delle collaborazioni, e quindi una parte degli specialisti venga formata, per l’appunto, in partnership con enti privati.

«Noi non demonizziamo il privato. Non abbiamo pregiudizi ideologici. Vogliamo solo che sia garantito l’articolo 32 della costituzione e che quindi venga garantita a tutti i cittadini una sanità efficiente ed egualitaria. È chiaro che oggi il comparto privato riveste un ruolo fondamentale perché copre un numero enorme di posti letto. Posso però dire che ho notato che mancano controlli seri sugli accreditamenti delle strutture e su come vengono impiegate le loro risorse economiche. In alcune strutture, purtroppo, esistono conflitti di interesse in cui persone che possiedono o che lavorano in società che gestiscono case di cura private hanno anche ruoli nella politica o in altre strutture. Detto questo, per quel che riguarda la formazione si può sicuramente pensare ad una partnership ma, anche qui, va rivisto il metodo di accreditamento».

In merito al problema delle liste d’attesa, ci sono alcuni partiti che propongono un graduale superamento dell’intramoenia. Qual è la vostra proposta?

«Questa estate ho fatto approvare una mozione alla Camera su una serie di regole da attuare per migliorare l’organizzazione dell’intramoenia, perché molto spesso i problemi legati a questa pratica sono sorti sia in relazione alle prenotazioni che alle fatturazioni. Se non si fanno le fatturazioni in rete non si riesce a fare un controllo reale. Prevedevamo un tetto salariale, secondo il quale l’attività di intramoenia non deve superare del 50% quella istituzionale, e un vincolo che legava il Direttore Generale di una struttura al raggiungimento di determinati obiettivi relativi alla riduzione delle percentuali dei tempi delle liste d’attesa. L’intramoenia poteva essere un’opportunità per la sanità del nostro Paese, a patto di usarla in maniera corretta. I dati economici che abbiamo a disposizione però dicono tutt’altro. È un tema delicato che non si può liquidare facilmente: ci sono una serie di questioni che vanno valutate in maniera attenta».

Uno dei temi principali di questa campagna elettorale è stato senza dubbio quello dei vaccini. Anche nel M5S si sono alternate voci non sempre concordi. Lei cosa ne pensa e qual è la proposta del Movimento?

«La posizione del Movimento è quella espressa nella proposta di legge che abbiamo depositato tempo fa al Senato. Era una proposta che fotografava la situazione precedente all’approvazione dell’obbligo, con specifiche ulteriori che in parte sono presenti nel Decreto Lorenzin. Una riguardava le anagrafe vaccinali; la seconda era una migliore e più serrata farmaco-vigilanza; la terza, che poi non c’è nel decreto Lorenzin, è una massiccia formazione dei genitori. C’è inoltre una clausola di emergenza e salvaguardia che prevede la possibilità di rendere l’obbligatorietà più vincolante nel momento in cui ci sono situazioni evidenti come il caso del morbillo, in cui si è sicuramente verificato un aumento dei casi di contagio e dunque era giusto intervenire con una misura coercitiva (ed anzi, sarebbe stato meglio estenderla anche all’età adulta), e del calo vaccinale. Il Ministro Lorenzin si è mosso tardi: la tendenza era cominciata anni fa e si poteva tranquillamente intervenire prima, invece di adottare una misura fortemente contestata nelle modalità e che ha portato ad includere nell’obbligo vaccini come quello contro la varicella che, per quanto importante e fastidiosa, è una malattia che non può assolutamente essere paragonata ad altre più pericolose. Questa insomma è la posizione del Movimento fin da quando abbiamo depositato la proposta. Ciò non toglie che siamo una comunità grandissima e che alcuni attivisti possono avere posizioni diverse».

Dunque da medico lei non è contraria all’obbligo in sé ma ad un obbligo generalizzato. Quando però si verifica un calo vaccinale importante o una situazione critica secondo lei è giusto rendere i vaccini obbligatori…

«Riconoscere l’importanza delle vaccinazioni e poi obbligare la gente a farle sembra una contraddizione anche agli occhi dei cittadini. Secondo me era dunque più sensato dare informazioni ai più dubbiosi per farne capire l’importanza. Anche perché obbligando i genitori non è che li abbiamo convinti… Tant’è vero che l’iniziativa che prevedeva un numero verde per ricevere informazioni è stata una mossa intelligente che ha permesso a molte persone di accedere a dati e notizie che non riuscivano ad ottenere in altro modo».

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