Politica 18 settembre 2018

Contratto, Quici (CIMO): «A queste condizioni non firmiamo». E propone passaggio medici sotto ministero Salute

Tra i tanti temi affrontati dal presidente nel corso dell’intervista esclusiva a Sanità Informazione, la proposta di una scheda curriculare che registri il percorso dei medici: «Dagli ECM alla casistica, così imbrigliamo i dg a scegliere i migliori professionisti». Sul ricalcolo delle “pensioni d’oro” aggiunge: «È una truffa» 

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Il balcone dell’ufficio di Guido Quici, presidente del sindacato Cimo, si affaccia sulla fine di via Nazionale, a Roma. A sinistra, la Banca d’Italia. A destra, il Quirinale. Di fronte, tra soldi e potere, la Torre delle Milizie da cui, secondo la leggenda, Nerone si affacciò per guardare il grande incendio che devastò la città. Ma Quici non ha alcuna intenzione di assistere inerme al declino della sanità pubblica italiana. Una sanità sbilenca, proprio come la Torre delle Milizie, pendente a causa del terremoto del 1348. Una sanità pubblica affetta da numerosi problemi che vanno affrontati e risolti, «se non la si vuole buttare al mare», i cui protagonisti, i medici, sono stanchi di turni massacranti e delle conseguenze della carenza di personale e, sempre più spesso, si “autodimettono”. Attendono inoltre da dieci anni un rinnovo del contratto che sembra irraggiungibile e assistono ad una trattativa lunga e colma di ostacoli che pare non concludersi mai, e che ha portato la Cimo a proporre una nuova governance della rappresentatività dei medici. Gli aspiranti camici bianchi, dal canto loro, sono bloccati tra imbuti formativi e blocco del turnover. Ma neanche lontani dagli ospedali i medici possono star tranquilli: adesso rischiano di vedersi tagliare la “pensione d’oro”: una truffa, secondo Quici, visto che sono pensioni tarate rispetto ai contributi versati. In una lunga intervista a Sanità Informazione, Guido Quici affronta questi e altri temi, e promette di dar battaglia per evitare che la sanità pubblica finisca, come la Roma di Nerone, in fumo.

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Presidente, la trattativa per il rinnovo del contratto della dirigenza medica è ancora bloccata. Quali sono i principali ostacoli che avete incontrato e quali le tappe da affrontare nei prossimi mesi?

«La trattativa è bloccata perché non ci sono risorse, e questo fa sì che la parte economica sia bloccata ab origine. Le Regioni avevano il dovere di accantonarle, ma sembra che non lo abbiano fatto. Chiederemo i dati nei prossimi giorni, ma secondo i nostri calcoli dal 2010 al 2015 sono stati messi da parte 360 milioni di euro per la medicina convenzionata e appena 12 milioni di euro per i medici e i dirigenti sanitari dipendenti. Poi c’è un problema che riguarda la normativa: l’Aran (l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) ci ha proposto un copia incolla del contratto siglato con il comparto che a noi non sta bene. Io sono dell’idea che il contratto, a queste condizioni, non vada firmato, a costo di rompere la trattativa e di essere l’unico sindacato che non lo firmerà. Su questo siamo irremovibili, a meno che le Regioni non dimostrino di aver accantonato le risorse e ci venga quindi dato ciò che spetta a tutti i dirigenti della pubblica amministrazione, non un centesimo di più. Se guardiamo all’evoluzione del salario e del potere d’acquisto, partiamo con un handicap di 3200 euro l’anno in perdita: se non c’è neanche il recupero di questi valori economici ovviamente la strada si fa sempre più in salita. Mi auguro che le altre organizzazioni sindacali seguano l’esempio della Cimo per dare un segnale politico forte, perché il contratto è la cartina al tornasole di cosa si vuole fare della sanità pubblica: se la si vuole buttare a mare, ce lo dicessero prima in modo chiaro».

La Cimo ha proposto di rivedere la governance della rappresentatività dei medici. Per quale motivo?

«Proprio alla luce delle grandi difficoltà che stiamo incontrando nella contrattazione decentrata, perché noi abbiamo più padroni: a parte il MEF che decide i finanziamenti, abbiamo la funzione pubblica, le Regioni e il ministero della Salute. Ma visto che è il ministero ad emanare i LEA, gli standard del DM 70 o il Patto della Salute, perché non fare un contratto di lavoro insieme ai medici di medicina generale, gli specialisti ambulatoriali e i pediatri di libera scelta direttamente con il ministero e le Regioni? In questo modo, chi definisce l’organizzazione del lavoro si confronta con il mondo medico che poi dovrà attuare quell’organizzazione. Chiaramente i contratti del medico dipendente e del medico convenzionato rimarrebbero separati, ma con delle peculiarità comuni su alcuni aspetti normativi che permetterebbero poi di avere un vero rapporto ospedale-territorio e di ottenere un maggior dialogo tra i medici. Inoltre avremmo un risparmio, perché una sola agenzia curerebbe questi aspetti, e il rapporto con il ministero, a cui bisogna dare un ruolo più centrale e importante, sarebbe più immediato e diretto».

Cambiando argomento, assistiamo sempre più spesso alle “autodimissioni” dei medici ospedalieri che fuggono dal pubblico. Quali sono le cause all’origine di questo fenomeno e quali le possibili soluzioni?

«I medici vanno via perché l’età media è elevatissima, perché c’è stato il blocco del turnover ed è mancato un rinnovo generazionale, sfociato nella carenza di personale. Poi nelle strutture pubbliche c’è un’eccessiva burocratizzazione della medicina, ci sono obiettivi di natura economica ma non c’è alcuna valorizzazione. E se si fanno notti continue a 65 anni, se si ha il terrore che la mattina non arrivi il cambio, se quando una collega rimane incinta si è preoccupati perché non si sa come coprire i suoi turni, se c’è il rischio dell’avviso di garanzia, o che la tecnologia non funziona, o di essere additato come quello che allunga i tempi di attesa, i medici tentenneranno sempre di più a voler entrare nel SSN. Chi ha una certa età, vorrà andare in strutture private dove magari si è un po’ più autonomi nella diagnosi e nella terapia, si lavora in un ambiente più confortevole e soprattutto si ha una stimolazione dal punto di vista professionale: pensi che chi entra nel servizio sanitario ha un tabellare che è uguale a quando va in pensione, non si ha nessuna aspettativa migliorativa. E il tutto condito da un disagio per l’utenza che si si tramuta nelle aggressioni. Allora sembra di andare in guerra, non di andare a lavorare per il bene dei cittadini».

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Un fenomeno, questo, legato anche alla carenza di medici. Cosa fare, a tal proposito?

«Noi abbiamo due imbuti: il primo è quando un medico si laurea e non riesce ad entrare nella scuola di specializzazione, il secondo è quando il medico si specializza e non entra nel SSN. Hanno voluto risparmiare e improvvisamente si accorgono che non ci sono medici, allora fanno contratti di lavoro interinale e sottopagati, tanti colleghi che vincono i concorsi non accettano di entrare e molti giovani, ultimamente, vengono assunti a tempo determinato senza specializzazione, cosa vietata dalla Legge. C’è un’anarchia assoluta. Noi siamo per una rivisitazione ed un ampliamento delle borse di studio e per gli ospedali di insegnamento, perché il medico deve fare il suo percorso formativo da un punto di vista pratico, in modo che poi possa essere assunto direttamente. Negli altri Paesi ci sono primari di 34-35 ani, da noi a 44-45 anni si entra nel SSN. È un gap che non ci possiamo permettere. Per quanto riguarda le soluzioni tampone, siamo del parere che debbano durare massimo due o tre anni, altrimenti si cronicizzano e poi non si risolvono i problemi alla fonte».

Avete anche parlato dell’introduzione di una scheda curriculare…

«Sì, abbiamo proposto di introdurre per ogni medico una scheda curriculare in cui registrare il percorso del medico: dove ha lavorato e in che modo, gli ECM, la formazione sul campo, la casistica o le procedure interventistiche messe in campo. In questo modo, quando si andrà a fare un eventuale concorso per struttura complessa non si fa una valutazione aleatoria e teorica solo sulle capacità gestionali, ma si imbrigliano i direttori generali a scegliere il miglior professionista, facendo una valutazione comparativa di quelle che sono le vere capacità sul campo dei medici».

Per concludere, il taglio alle cosiddette pensioni d’oro. Qual è la posizione della Cimo in merito?

«Già mi viene da ridere quando si parla di pensioni d’oro. Sono pensioni che sono tarate rispetto ai contributi. Se ci sono delle pensioni d’oro legate ad un incremento dell’ultimo mese che ha permesso di avere una pensione elevata, ovviamente non posso che essere contrario; ma se un medico ha versato per 30 anni un certo numero di contributi, è chiaro che la pensione debba essere commisurata ai contributi che ha versato. Quindi, se si tratta di un contributo una tantum va bene, altrimenti è una truffa, chi ha versato è giusto che abbia quello che debba avere».

 

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