Lavoro 8 maggio 2017

Lavagna ed equazioni fra le corsie. La scuola in ospedale raccontata dall’insegnante ‘migliore d’Italia’

È stata premiata nel corso della prima edizione dell’Italian Teacher Prize. Si chiama Annamaria Berenzi e insegna ai giovani pazienti dell’Istituto Castelli a Brescia

Insegna matematica ai giovani pazienti del reparto di oncologia dell’ospedale di Brescia. Si chiama Annamaria Berenzi, 50 anni ed è la vincitrice della prima edizione dell’Italian Teacher Prize, premio per il migliore insegnante dell’anno che riesce ad andare oltre ‘la scuola’ come ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, durante un’intervista a Radio24. L’iniziativa è frutto di un gemellato con il Global Teacher Prize di Dubai. «Sono orgogliosa di rappresentare tutti coloro che insegnano in ospedale» ha spiegato la professoressa ai microfoni di Sanità Informazione.

«Mi sono avvicinata a questo ambiente perché sentivo di poter essere utile, sapevo che potevo dare il mio contributo». La ‘prof’ così come la chiamano i suoi studenti, ogni giorno si siede alla cattedra della sezione ospedaliera dell’Istituto Castelli, all’interno del Civile di Brescia e armata di penna, registro e un grande sorriso, si dedica ai suoi allievi «ragazzi che hanno delle lungo degenze – spiega – quindi che hanno un percorso scolastico ospedaliero lungo. In questi casi viene preparato un piano didattico in coordinamento con la scuola di provenienza dello studente. Per le degenze più brevi invece, ci si può basare solo sulla consultazione del registro elettronico, mentre per i lunghi periodi di degenza allora serve un lavoro di squadra».

Ma com’è la giornata ‘tipo’ della professoressa Berenzi? «La mattina appena arrivata in ospedale – racconta – mi coordino con gli altri docenti, infatti la base di tutto è una grande elasticità. All’ospedale di Brescia siamo quattro docenti, ci vediamo e facciamo un punto della situazione perché in questo contesto bisogna aggiornarsi di giorno in giorno sull’evoluzione dei ragazzi, non solo a livello didattico ma soprattutto clinico. Una volta organizzate le classi, procediamo con le lezioni. Purtroppo ad insegnare negli ospedali in Italia siamo pochi: meno di un migliaio su un territorio così vasto, basta pensare a quanti ospedali importanti esistono e a quanti ordini di scuola. Io insegno nelle scuole superiori ma siamo anche quelli meno numerosi. In realtà la maggior parte dei docenti viene destinato all’istruzione primaria e la secondaria di primo grado, le medie per capirsi».

Per quel che riguarda la formazione? I professori che affrontano questo difficile percorso negli ospedali sono preparati a fronteggiare eventuali emergenze? «Ogni due anni circa il Ministero organizza dei convegni nazionali sull’insegnamento in ospedale, dove c’è la possibilità di confrontarsi con i colleghi. A parte questo, di fatto, non esiste una preparazione che introduca a questo tipo di attività. Quest’anno è stato indetto un Master per la prima volta dall’Università di Torino per docenti di scuola in ospedale: è il primo caso e spero che diventi una prassi, un obbligo. Purtroppo a noi docenti manca una conoscenza su aspetti dell’area medica, dell’area psichiatrica e psicologica, che per la nostra attività sono importanti, ma siamo una minoranza troppo esigua e per adesso aggiornamenti costanti non sono contemplati».

«Per quel che riguarda il rapporto con gli operatori sanitari – spiega la professoressa – è ottimo. Certo, è corretto fare una premessa: viviamo tutti in un ritmo frenetico e sempre in carenza d’organico su tutti i fronti. In tutti i reparti la sensazione è sempre quella di non avere tempo. Per noi docenti non è grave, al massimo si rimane indietro di un capitolo, ma per i medici ovviamente non è così, le terapie non possono rimanere indietro. Tuttavia, nonostante questa criticità, c’è una collaborazione di base fra insegnanti e medici per cui si riesce a sintonizzarsi. Il segreto per far funzionare le cose è lavorare in squadra, il collante è la reciproca stima».

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