L'Arte che cura 19 Dicembre 2018

Il potere simbolico della musica spiegato dalla musicoterapeuta Damiani: «Educa, previene, cura e risocializza»

La coordinatrice del master in “Le Artiterapie: metodi e tecniche di intervento” dell’Università Sapienza di Roma: «La musicoterapia attivo-propositiva è incentrata sull’improvvisazione, quella passivo-ricettiva sull’utilizzazione di un brano musicale opportunamente selezionato per le sue caratteristiche timbriche, ritmiche e melodiche»

di Isabella Faggiano

«Adolescenti, adulti, anziani, portatori di disabilità fisica o psichica. La musicoterapia non conosce confini, né di età, né di luoghi». A descrivere il potere terapeutico nascosto in  ogni singola nota, suonata o intonata, è la musicoterapeuta Anna Damiani, docente e coordinatrice del master in “Le Artiterapie: metodi e tecniche di intervento” organizzato dalla Facoltà di Farmacia e Medicina dell’Università La Sapienza di Roma.

«La musicoterapia –  ha spiegato la docente – è l’utilizzazione della musica in un’accezione completa e complessa di universo sonoro. Comprende quindi sia le improvvisazioni estemporanee vocali e strumentali, sia le sonorità oggettuali ed ambientali. Questo universo sonoro permette di creare un canale di espressione, di comunicazione e di condivisione dei propri vissuti».

Un approccio terapeutico adatto a chiunque, anche a chi non ha una specifica formazione musicale. Durante la terapia, infatti, il paziente può produrre musica o semplicemente ascoltarla: «Esistono essenzialmente due tecniche di conduzione – ha specificato la Damiani – la musicoterapia attivo-propositiva e quella passivo-ricettiva. La prima, conosciuta comunemente come corporeo-sistemica, è incentrata sull’improvvisazione vocale o strumentale estemporanea, libera o su tema dato dal conduttore, per consentire ai singoli partecipanti una condivisione dei propri vissuti esperienziali, attraverso l’esplorazione sonora degli strumenti ed oggetti sonori a disposizione o la costruzione di un dialogo sonoro interattivo. Il percorso si conclude, poi, con un momento di verbalizzazione».

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«La musicoterapia passivo-ricettiva, meglio definita immaginativo-simbolica – ha aggiunto la docente – è, invece, incentrata sull’ascolto di un brano musicale opportunamente selezionato per le su caratteristiche ritmiche, timbriche e melodiche. I partecipanti vengono invitati, nel mentre dell’ascolto, ad esprimersi graficamente o per iscritto, al fine di recuperare, rievocare, riattivare e quindi superare i propri vissuti esperienziali che, il più delle volte, per il loro carico emozionale ed affettivo, diventano fonte di disagio psico-fisico».

Anche la finalità della musicoterapia è duplice: «Ha una valenza sia educativo-preventiva – ha detto la musicoterapeuta – che terapeutico-riabilitativa-risocializzante. Per tale motivo si adatta alle più svariate tipologie di utenti».

Tutti gli individui, dunque, possono fruire della musicoterapia, ma chi può esserne conduttore? «Gli aspiranti musicoterapeuti, al pari di tutti coloro che intendono formarsi nelle discipline artiterapiche (danzamovimentoterapia, teatroterapia, arteterapia) – ha spiegato Anna Damiani – hanno la possibilità di scegliere tra svariati percorsi di studio che, in Italia,  sono generalmente promossi da enti, cooperative o istituti, che risultano spesso accreditati al Miur o che hanno richiesto il riconoscimento al Miur per il singolo percorso promosso. Sono percorsi variegati che non hanno un’uniformità di piano formativo, per lo più incentrati sull’approfondimento di una singola disciplina arteterapica e più espressamente di una sola metodologia teorico-pratica di intervento. In questo panorama si colloca il Master, organizzato dalla Facoltà di Farmacia e Medicina, che diversamente dagli altri percorsi, sostiene un progetto formativo incentrato sulla conoscenza informativa di tutte le discipline arteterapiche ed, all’interno delle stesse, di tutti i modelli di intervento più accreditati. Ad una analisi più puntuale del panorama legislativo italiano, ad oggi ancora carente ed incompleto, va menzionato quale unico documento che vede tutti gli operatori del settore concordi la norma tecnica (UNI ISO 11592) che stabilisce una serie di requisiti imprescindibili per chi opera nel campo delle Arititerapie: 1.200 ore tra studio in sede e a casa, di cui 300 di laboratori esperienziali, 200 specifiche sulla disciplina, 100 di tirocinio e 100 di supervisione (nella duplice accezione di formativa e clinica)».

«Tuttavia, aldilà di qualunque formazione teorica o pratica, un musicoterapeuta dovrà necessariamente possedere una sufficiente dote di “empatia”, cioè – ha concluso la docente – la capacità di entrare in risonanza con gli stati emotivi ed affettivi delle persone con cui avvia una relazione di aiuto».

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