Salute 16 gennaio 2017

«Ecco cosa vuol dire davvero lavorare H24…». Vite da pronto soccorso? Parla Maria Pia Ruggieri (Simeu)

Perenne stato di emergenza e turni massacranti, ecco le condizioni in cui lavorano i camici bianchi negli ospedali italiani. Maria Pia Ruggieri Presidente Società italiana Medicina emergenza-urgenza: «Sistema Sanitario lacunoso e sovraffollamento, i pronto soccorso in pessime condizioni»

Le carenze dei pronto soccorso italiani sono tornate all’attenzione mediatica in questi giorni in seguito al caso dell’ospedale di Nola. La riduzione dei posti letto, le ristrettezze organizzative, i tagli alla sanità, in concomitanza con il picco di influenza stagionale e con l’ondata di maltempo che ha investito il Paese, hanno generato il collasso di alcune strutture. Per l’ennesima volta sono emerse le insufficienze del Sistema Sanitario e le difficili condizioni in cui lavorano i medici per non parlare della scarsa assistenza riservata ai pazienti. Su questo tema, ai microfoni di Sanità Informazione, interviene Maria Pia Ruggieri, Presidente Nazionale della Società Italiana di Medicina Emergenza-Urgenza che ci racconta il suo punto di vista.

Quella del medico nei pronto soccorso che vita è?

«La vita dei pronti soccorso italiani, insieme a quella delle persone e dei professionisti che ci lavorano, è una vita difficile – spiega Ruggieri -. Il pronto soccorso ha la porta aperta 365 giorni all’anno e accoglie tutti coloro che hanno necessità di assistenza. Però il Sistema Nazionale ha molti problemi nell’organizzazione, per cui ci si trova a gestire pazienti in emergenza urgenza ma poi a non sapere dove ricoverarli, da qui nasce il sovraffollamento che sfocia in una situazione difficile sia per gli operatori sanitari sia per i cittadini che vi accedono».

Riguardo il sovraffollamento è anche un problema di orari di lavoro?

«Certamente. Inevitabilmente il problema del sovraffollamento si intreccia con il dilemma dei turni di lavoro. E’ pur vero che il sistema dell’emergenza deve essere disponibile 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Dunque si tratta di un apparato che non può chiudere mai».

Gli orari di lavoro così intensi si legano al tema dell’usura del personale, eppure si fatica a riconoscere questo elemento in chiave pensionistica?

«Purtroppo sì. La professione medica non è considerata professione usurante. Eppure si tratta di un lavoro ad altissima intensità fisica ma soprattutto mentale. Il cronometro del medico è estremamente veloce e non si può mai fermare. Questo elemento dovrebbe essere tenuto in maggiore considerazione. Questo è uno dei tanti problemi che si trascina il Sistema Sanitario insieme all’organizzazione che ha dei buchi evidenti».

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