Racconti dalla seconda ondata 29 Ottobre 2020 13:36

«I problemi logistici li subiamo sempre noi in prima linea», la rabbia dell’infermiere Mario

Mario lavora in terapia intensiva a Ostia, ha visto l’ospedale trasformarsi in poche settimane. E si chiede perché non è stato fatto abbastanza in estate

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Dopo un’estate relativamente tranquilla, si è trovato in poche settimane catapultato tra i drive-in per i tamponi e la terapia intensiva. È la storia di Mario (nome di fantasia), infermiere all’Ospedale Grassi di Ostia, che da settimane affronta turni duri e bollettini preoccupanti, senza sentirsi sufficientemente protetto. Covid-19 è un virus sottile, ora è tornato a mordere e ai sanitari è di nuovo chiesto il sacrificio più alto.

LA STORIA DI MARIO

«Penso sia successo a molti – racconta semplicemente a Sanità Informazione -: nell’ospedale in cui lavoro da una stasi quasi totale in cui il virus sembrava sconfitto siamo tornati all’improvviso a riaprire la terapia intensiva Covid-19». «Pensavamo di avere più tempo, forse – prosegue – quel che è certo è che in estate l’infrastruttura non è stata potenziata e ora tocca di nuovo solo alla nostra capacità di adattamento supplire alle mancanze».

C’è rabbia nella voce di Mario, ma anche determinazione. Lamenta una promiscuità ancora eccessiva nelle zone filtro e vestizione/svestizione del suo ospedale. Si chiede perché, nonostante i finanziamenti, non si sia riusciti ad adattarle meglio alle esigenze della seconda prevedibile ondata.

«Non esistono reali zone di isolamento con pressione negativa, la nostra unica sicurezza sono i Dpi, che almeno non mancano. In Pronto Soccorso la situazione è terribile, anche gli operatori hanno ricominciato ad infettarsi». È «un film che nessuno avrebbe voluto rivedere».

Mario lavora in terapia intensiva, vede la faccia peggiore del virus tutti i giorni. «Il nostro – spiega – resta comunque il posto più sicuro per lavorare con Covid-19. I pazienti sono gestiti più facilmente e ci possiamo dedicare a seguire ogni loro cambiamento». Quelli che segue non sono pazienti anziani adesso. «Ci sono persone più giovani che non per questo reagiscono necessariamente bene, questo virus rende i pazienti estremamente instabili sul profilo respiratorio», racconta.

In che senso? Gli chiediamo. «Per esempio – ci dice – alle 8 del mattino i parametri dell’emogasanalisi ti indicano la possibilità di estubare il paziente, ma ad una seconda valutazione (2/3 ore dopo) lo stesso paziente si aggrava al punto da rendere necessario un secondo ciclo di prono/supinazione, con conseguente impossibilità di rimuovere il tubo e staccarlo dal ventilatore».

L’ESPERIENZA AL DRIVE IN

Il resto del tempo Mario lo trascorre al drive-in, a fare i tamponi. Dopo le prime settimane di caos, come lo descrive lui stesso, ora con la possibilità di prenotare ora e giorno del tampone, lo scenario è migliorato. «Ho visto colleghi staccare all’una di notte quando l’orario di servizio finiva alle 20 perché il flusso era troppo grande e non era possibile chiudere i cancelli».

«La gente è spaventata da un lato e dall’altro secondo me a volte non si rende conto della situazione. Talvolta presentandosi ai drive-in a piedi, quando la cosa è severamente vietata essendo un’area ad alto rischio di contagio date le attività svolte», insiste Mario. La burocrazia poi, è un problema ancora troppo grande.

«È assurdo – dice – che ai drive i pazienti debbano compilare quattro fogli. C’è una burocrazia infinita ed è folle. A volte arrivano senza la penna, e quella che io gli fornisco, nonostante io la sanifichi, è stata in mano ad altri pazienti. Questo è un altro grande motivo di promiscuità».

Sulle sue sensazioni non ha tempo per concentrarsi, questo non è il momento. «Io non sono agitato, sono risoluto – ribadisce -. Questo è il mio lavoro, me lo sono scelto. Mi fa rabbia il fatto che non siamo abbastanza tutelati. E che i problemi logistici e organizzativi siamo sempre noi in prima linea a subirli».

«Questa è la seconda ondata – conclude – eppure paradossalmente sembriamo più impreparati della prima. L’Italia ha la memoria corta, è triste ma è così».

 

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