Salute 20 Dicembre 2021 11:51

Sharenting, quando la deriva social dei genitori diventa patologica (e rischiosa per i figli)

Lavenia (Associazione Di.Te.): «L’abitudine compulsiva di postare contenuti relativi alla propria famiglia e ai propri figli mina l’autenticità delle esperienze vissute ed espone i minori a pericoli di adescamento e cyberbullismo»

Sharenting, quando la deriva social dei genitori diventa patologica (e rischiosa per i figli)

Quella strana sensazione di sentirsi involontariamente catapultati nella vita quotidiana altrui, in dettagli familiari, privati, che immortalano un momento particolare o un’abitudine consolidata, con protagonisti (a loro volta involontari) bambini e adolescenti. Sono gli effetti dello sharenting, neologismo formato dal verbo inglese “to share”, “condividere”, e il gerundio “parenting” che fa riferimento appunto alla genitorialità, e si traduce nella condivisione spasmodica sui social da parte dei genitori di post, foto, notizie e in generale contenuti che riguardano la propria famiglia.

Un fenomeno cresciuto enormemente dall’avvento della pandemia e dal lockdown, a causa della necessità di bypassare un imposto vuoto relazionale e sociale attraverso la vetrina dei social network. Ma si tratta di un’abitudine che, oltre ad essere lesiva della privacy, mette a repentaglio la sicurezza dei minori ed è al tempo stesso indice e causa di criticità nel vissuto personale e familiare. Ne abbiamo parlato con il prof. Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo).

Le insidie di un fenomeno in rapida evoluzione

«L’esposizione della vita dei minori sui social network da parte dei genitori è una realtà che esiste da ben prima della pandemia – spiega Lavenia -, ma che la pandemia ha sicuramente amplificato. È uno dei problemi tipici relativi alla carenza di educazione digitale dei genitori, che spesso dimenticano che il web invece non dimentica nulla. Le foto di bambini piccoli postate sui social network rimangono anche quando i soggetti sono ormai adolescenti, così come le foto che li ritraggono adolescenti restano quando diventano ormai adulti affermati. E questo potrebbe essere motivo di imbarazzo – sottolinea – in alcuni casi anche di cyberbullismo».

L’identikit del genitore a rischio sharenting

«In relazione a questo fenomeno – spiega Lavenia – esistono tre tipi di genitori: i protettivi, che tendono a non pubblicare contenuti relativi ai figli; gli orgogliosi, che invece tendono a condividere in modo massivo questo tipo di contenuti, e poi quelli restii a qualsiasi contatto con il digitale e i social. I più inclini allo sharenting sono perlopiù “tardivi digitali”, coloro che sono approdati anagraficamente tardi al digitale e sono immersi in una sorta di “luna di miele” con questo strumento, che li porta a farne un uso spasmodico non solo per quanto riguarda i figli ma in generale. Questo perché – aggiunge lo psicoterapeuta – non hanno (ancora) contezza dei rischi, tra cui quell’adescamento online, reso più facile dal fatto di aver reso di dominio pubblico, oltre alle foto, anche orari, abitudini, luoghi frequentati. Al contrario i nativi digitali hanno una maggiore competenza in materia, comprese le sue insidie».

Lo scollamento tra virtuale e reale

«C’è poi da sottolineare un altro punto – osserva Lavenia – e cioè lo scollamento tra il “racconto” virtuale e l’effettiva realtà familiare. Alcuni episodi familiari ostentati sui social come abitudini virtuose, come può essere il consumare un pasto tutti insieme, si rivelano spesso, appunto, episodi molto sporadici. Così come il continuo immortalare e postare momenti oggettivamente appaganti, distoglie dal vivere qual momento. Un esempio “la mamma fa foto della colazione che ci prepara ma con noi non parla”. Ed è facile capire – prosegue – come il tempo che passa tra lo scattare dieci foto, selezionarle, postarle, è tempo sottratto al vivere realmente quell’esperienza oggetto di condivisione».

Uscire dal loop dello sharenting (o minimizzarne l’impatto)

«Per aiutare questi genitori sul lato pratico – afferma Lavenia – è fondamentale informarli della necessità di rivedere le impostazioni della privacy dei propri social network, far capire loro che è molto rischioso pubblicare foto dei propri bambini nudi, anche se piccolissimi, portare quindi l’attenzione sui rischi che i minori corrono a causa di una cattiva abitudine dei genitori. Ma soprattutto – conclude lo psicoterapeuta – aiutarli a rendersi conto che il tempo che abbiamo a disposizione coi nostri figli è limitato, ed è meglio viverlo piuttosto che darli in pasto al web».

 

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