Formazione 8 Maggio 2019

Aggressioni, Scotti (Omceo Napoli): «I medici che salvano la vita di Noemi sono gli stessi medici che vengono aggrediti»

«A Napoli il 90% dei medici non denuncia per paura di ritorsioni della criminalità organizzata, sì a una legge che bypassi la querela di parte». E su caso Aosta: « Giusta sospensione, ECM garantisce la salute dei pazienti e protegge i medici da azioni giudiziarie»

di Chiara Stella Scarano
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Tempi duri per i medici italiani: le aggressioni ai loro danni sono all’ordine del giorno, e una spada di Damocle chiamata sospensione pende sulle loro teste in caso di mancato assolvimento dell’obbligo ECM. E mentre in Campania il fenomeno delle aggressioni negli ospedali raggiunge livelli pericolosi, proprio a Napoli nei giorni scorsi il personale sanitario dell’ospedale pediatrico Santobono ha dato una grande prova di eccellenza. Ma l’opinione pubblica è una bandiera al vento: chi oggi è un eroe, domani sarà un capro espiatorio. Riabilitare l’istituzione sanitaria e il personale che in essa vi opera, portando a conoscenza dei cittadini l’impegno quotidiano dietro l’operato del personale sanitario è una priorità assoluta. Sanità Informazione ha affrontato questi temi con il presidente dell’Omceo di Napoli, Silvestro Scotti.

Presidente, il problema delle aggressioni ai medici e al personale sanitario è un problema reale presente in tutta Italia ma che al Sud assume dimensioni preoccupanti. Parliamo di qual è la situazione in Campania e a Napoli: dove getta le radici questo fenomeno e cosa si può fare (e si sta già facendo) per arginarlo?

Dobbiamo innanzitutto tenere conto della realtà dei territori in cui questi fenomeni nascono. Territori dove il disagio sociale è più presente che altrove, territori in cui sarebbero utili iniziative educative come la reintroduzione dell’educazione civica nelle scuole, nei cui programmi è compresa l’educazione all’utilizzo dei servizi sanitari. Così sarebbe più facile comprendere chi è e cosa fa il medico e l’operatore sanitario: un soggetto tenuto a norma di legge ad assistere una persona nel migliore dei modi, a volte mettendo anche a rischio la propria incolumità. La realtà di un territorio con disagio sociale, scarsa cultura, offerta dei servizi carente anche dal punto di vista strutturale (abbiamo una edilizia ospedaliera e ambulatoriale ai limiti dell’indecenza) dà una percezione al cittadino di un sistema in disfacimento. Dobbiamo capire che anche un luminare della medicina, se immesso in una struttura carente sotto tutti i punti di vista, dà al cittadino una percezione di instabilità nel percorso assistenziale. E a questo dobbiamo aggiungere i modelli di delinquenza organizzata (nella maggior parte dei casi infatti le aggressioni appartengono a dinamiche che fanno capo alla criminalità organizzata). La cosa preoccupante è che tutti quelli che assistono a questi fenomeni possano avere atteggiamenti emulativi, credendo che quello sia un modello comportamentale “normale” o addirittura giusto. Il pericolo è che si sviluppi un atteggiamento solidale con l’aggressore invece che con il medico aggredito. Abbiamo provato con tanti meccanismi ad arginare la cosa: iniziative, manifesti, incontri per sensibilizzare i cittadini rispetto alla professione del medico. Inoltre continuiamo a spingere per il provvedimento di legge, che riconosca al medico nell’esercizio delle proprie funzioni la qualifica di pubblico ufficiale,per poter procedere non solo tramite querela di parte ma d’ufficio. Assurdo infatti che nel momento in cui un medico viene aggredito lo Stato non assume automaticamente la sua difesa, e considerando che nel 90% dei casi i medici non denunciano dal momento che – come prima accennavo –  gli aggressori appartengono spesso alla criminalità organizzata, rimaniamo, come si dice a Napoli, “cornuti e mazziati”.

Ai medici e agli operatori sanitari è richiesto un grande sangue freddo soprattutto in alcune situazioni estreme: è il caso della piccola Noemi, la bambina di 4 anni rimasta gravemente ferita nei giorni scorsi a Napoli durante una sparatoria. L’on. Paolo Siani, in un post su Facebook, ha sottolineato il fatto che nessuno dei chirurghi, radiologi e infermieri dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli dove è stata operata ed è attualmente ricoverata la bambina, avesse mai avuto a che fare con ferite da arma da fuoco. Eppure il personale sanitario tutto ha svolto un lavoro eccezionale, salvando la vita della piccola. Questo dimostra quanto sia importante avere una formazione eccellente.

Importantissimo, soprattutto quando accadono eventi di questo tipo. Un medico non sa mai davvero cosa può entrare dalla porta del suo ambulatorio. Il sangue freddo e la sicurezza con cui si opera è formalmente legato alla capacità di formarsi, aggiornarsi e mantenersi in esercizio rispetto ad alcune dinamiche. E’ chiaro che nessun chirurgo possa prevedere di trovarsi a fronteggiare una ferita d’arma da fuoco su di un bambino, ma questo non significa che quel chirurgo non debba avere tutti gli strumenti formativi, di preparazione e aggiornamento, che gli garantiscono di eseguire quel tipo di procedure nel miglior modo possibile. Al di là dell’esito di questa vicenda, che naturalmente mi auguro si risolva in modo positivo, è incontestabile l’impegno di tutto il personale sanitario coinvolto, che ha operato, diagnosticato, definito il percorso del proiettile e determinato tutti i modelli di ragionamento sull’intervento da efffettuare per stabilizzare le condizioni della piccola Noemi. Questa è quella parte di lavoro che si fa in silenzio e che invece dovrebbe essere portato con più forza all’attenzione della popolazione, relativamente anche alla questione posta in precedenza: le persone che salvano la vita a Noemi sono le stesse persone che vengono aggredite. Il messaggio, che abbiamo proposto già molto tempo fa, è sempre lo stesso: chi aggredisce un medico aggredisce se stesso, perchè sta aggredendo qualcuno che potrebbe, un minuto dopo, salvargli la vita.

Lei parlava giustamente di formazione e aggiornamento. A questo proposito, una recente sentenza della Commissione Albo Odontoiatri di Aosta ha disposto la sospensione temporanea dell’esercizio della professione nei riguardi di un odontoiatra reo di non aver adempiuto all’obbligo di formazione continua. Secondo lei, è meglio un sistema sanzionatorio di questo tipo o al contrario un sistema che incentivi il medico a formarsi?

L’Albo Odontoiatri di Aosta ha formalizzato in conferma una sentenza riferita alla Francia, dove il collega era già stato per questo motivo sanzionato, e ha decretato la sanzione nei termini di 3 mesi di sospensione. L’Omceo di Napoli riceve continuamente richieste da parte degli avvocati che hanno giudizi di contenzioso nei confronti dei medici, la valorizzazione dell’aggiornamento di quei medici. E’ fondamentale che quindi si prenda coscienza del fatto che (ahinoi) la burocratizzazione e la ratifica degli atti di formazione è un modo di garantire il cittadino rispetto all’assistenza a loro assicurata ma anche di garantire se stessi rispetto ad azioni giudiziarie. Il concetto espresso da questa sentenza è sicuramente corretto: l’obbligo di aggiornamento è un obbligo deontologico previsto dal nostro codice, il non adempiere a quell’obbligo equivale indirettamente a procurare un danno, significa non essere a conoscenza di una nuova pratica o di una nuova tecnica. Il problema a mio avviso è che l’attuale strutturazione delle dinamiche disciplinari previste dal nostro ordinamento è parziale, e i nostri strumenti d’intervento sono ridotti. D’accordo con la sospensione, ma al di là di questo, in considerazione anche della carenza di medici che abbiamo in questo Paese, io quel medico l’avrei sospeso per fare in modo che quel periodo di sospensione fosse utile alla sua formazione. Credo inoltre che dovrebbe istituirsi un sistema con cui periodicamente i medici, attraverso gli ordini, attuino dei meccanismi di valorizzazione e di esame che, oltre alla formazione certificata, ne mantengano l’accreditamento professionale. Sarebbe un modo per dare più ruolo agli Ordini e più significato alla professione.

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