Ambiente 9 Febbraio 2023 14:29

Carbon footprint: quale impronta lasciano sul pianeta gli anestesisti italiani?

Per i ricercatori dell’Henry Ford Hospital di Detroit un’ora di anestesia inalatoria produce lo stesso impatto sull’atmosfera di un’auto che percorre 500 miglia (804,672 Km). Vergallo (AAROI-EMAC): «Hanno fissato l’obiettivo ad un uso inferiore di 3 litri al minuto per intervento chirurgico. In Italia siamo già sotto questa soglia»

Carbon footprint: quale impronta lasciano sul pianeta gli anestesisti italiani?

«Il livello di carbon footprint (impronta di carbonio) delle sale operatorie italiane è progressivamente sempre più ecocompatibile, grazie all’evoluzione delle tecnologie di cui disponiamo». Ad assicurarlo è Alessandro Vergallo, presidente dell’AAROI-EMAC, l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza Area Critica, dopo che l’inquinamento causato dagli anestetici inalatori è finito sotto la lente dei ricercatori dell’Henry Ford Hospital di Detroit.

Lo studio dell’Henry Ford Hospital

Attraverso uno studio ad hoc, che ha esaminato i dati relativi a 13 mila pazienti, raccolti in sette mesi, da marzo a settembre 2021, i medici del Michigan hanno dimostrato che l’anestesia inalatoria rappresenta fino allo 0,1% della carbon footprint globale. Utilizzare un anestetico per via inalatoria per una sola ora produrrebbe lo stesso impatto sull’atmosfera di un’auto che percorre quasi 500 miglia (804,672 Km). In base ai risultati ottenuti i medici dell’Henry Ford Hospital hanno fissato un preciso obiettivo: ridurre l’uso di anestesia inalatoria a meno di 3 litri minuto per intervento chirurgico.

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In Italia anestesia a prova di carbon footprint

«Quest’obiettivo gli anestesisti italiani – assicura Vergallo – lo hanno già raggiunto da tempo». Sono due le principali innovazioni che hanno contribuito a rendere le nostre sale operatorie a prova di carbon footprint: l’introduzione dell’anestesia endovenosa e l’ammodernamento dei sistemi di ventilazione per anestesia. «Sono ormai vent’anni che l’anestesia inalatoria è sempre meno utilizzata nelle sale operatorie italiane, grazie anche al forte sviluppo dell’anestesia endovenosa e delle tecniche di anestesia loco-regionali. La situazione è ulteriormente migliorata anche grazie all’introduzione di ventilatori che consentono bassi flussi delle miscele gassose utilizzate nell’anestesia generale inalatoria», racconta l’anestesista.

L’eccezione che conferma la regola

«I progressi in tali ambiti non solo contribuiscono a rispettare maggiormente l’ambiente, ma offrono anche vantaggi clinici, tra cui un miglior controllo della temperatura corporea del paziente in corso di anestesia generale con circuiti chiusi o semichiusi. Tuttavia, l’anestesia generale per via inalatoria, in alcuni casi anche ad elevati flussi, che tecnicamente si definisce a circuito aperto, non è sempre evitabile. In alcuni ambiti, per esempio in anestesia pediatrica, a volte può rendersi necessaria l’induzione dell’anestesia generale per via inalatoria, senza poter eliminare o ridurre l’inquinamento ambientale nei primi minuti», dice Vergallo.

I sistemi di ventilazione italiani sono moderni

Ma anche nelle sale operatorie in cui l’anestesia inalatoria non è completamente in disuso i livelli di carbon footprint restano comunque i più bassi possibile. «Solo i sistemi di ventilazione per anestesia più antiquati non consentono bassi flussi – dice Vergallo -. E queste apparecchiature, piuttosto obsolete, sono state ormai dismesse quasi ovunque. I sistemi di ventilazione più utilizzati sono quelli semichiusi che consentono di restare decisamente al di sotto della soglia indicata come limite massimo dagli studiosi del Michigan, ovvero in media, per un paziente adulto, 3 litri al minuto. Se il sistema di ventilazione adoperato è chiuso la soglia cala ulteriormente, assicurando un utilizzo al di sotto del litro al minuto. Inoltre, la miscela utilizzata è composta da gas alogenato (la sostanza inquinante) solo in minima percentuale, circa l’1-1,5%», sottolinea il presidente dell’AAROI-EMAC,

Dalla carbon footprint ai rifiuti speciali

Ma l’emissione in atmosfera di gas inquinanti e la misurazione della  carbon footprint non sono gli unici aspetti che preoccupano gli ambientalisti. Nelle sale operatorie, così come negli altri reparti ospedalieri, vengono utilizzati strumenti e dispositivi in materiali non riciclabili. «Usiamo quotidianamente notevoli quantità di mascherine, guanti, siringhe. Tutti rifiuti che, per la presenza di materiale organico, sono considerati speciali. Per questo, anche laddove si provvedesse alla sostituzione di questi dispositivi in materiale plastico con altri ecocompatibili la catena di smaltimento resterebbe la stessa: andrebbero separati da tutti gli altri rifiuti, seppur ugualmente riciclabili, e trattati come “speciali”, in quanto inevitabilmente contaminati da materiale organico pericoloso».

La sicurezza prima di tutto

Una prima e più immediata soluzione potrebbe essere l’utilizzo di materiali che, seppur non riciclabili insieme a tutti gli altri (perché contaminati), possano essere almeno biodegradabili. «Sono certo che gli anestesisti italiani sarebbero pronti e disposti ad utilizzare materiali ecocompatibili, così come in passato hanno ridotto progressivamente l’uso dell’anestetico inalatorio. Ovviamente – conclude Vergallo – a patto che i materiali siano stati adeguatamente testati, in modo da garantire la sicurezza sia dei medici che dei pazienti».

 

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