«La banca non ha informato Divania sui derivati». Unicredit ora deve rimborsare 12 milioni di euro

Non solo anatocismo, mutui usurari e pubblicità ingannevole. Dai Tribunali continuano ad arrivare sentenze di condanna nei confronti delle banche anche per la questione derivati. L’ultima in ordine di tempo è del Tribunale civile di Bari, che ha condannato Unicredit a corrispondere alla curatela del fallimento di Divania 12 milioni di euro per le presunte […]

Non solo anatocismo, mutui usurari e pubblicità ingannevole. Dai Tribunali continuano ad arrivare sentenze di condanna nei confronti delle banche anche per la questione derivati. L’ultima in ordine di tempo è del Tribunale civile di Bari, che ha condannato Unicredit a corrispondere alla curatela del fallimento di Divania 12 milioni di euro per le presunte perdite causate proprio da questo strumento ad alto rischio.

Divania è una importante società di Bari che nel 2011 è stata dichiarata fallita dopo che nel 2006 è stata costretta a mandare a casa tutti i dipendenti perché sei anni prima aveva firmato contratti derivati a rischio altissimo che, secondo il giudice monocratico Valentino Lenoci, «non erano assolutamente coerenti con il profilo di rischio della società», dato che sono stati effettuati «investimenti in maniera inconsapevole, senza conoscere adeguatamente natura e tipologia degli strumenti finanziari sottoscritti». Questo perché circa quattro di quei contratti derivati su cinque erano una ristrutturazione di operazioni precedenti che avevano la finalità di «compensare le perdite e trasferirle nei nuovi contratti», e «non avevano una funzione protettiva dal rischio ma presentavano una forte componente speculativa, della quale Unicredit non aveva fornito alcuna informazione a Divania».

Il problema, dunque, non è l’utilizzo di derivati in sé, ma il fatto che, trattandosi di strumenti molto rischiosi, la scelta di firmare contratti di questo tipo deve essere oculata, informata e presa da soggetti che hanno i titoli e le capacità per farlo. Purtroppo non si tratta di una pratica rara. È per questo motivo che, ad esempio, i risparmiatori che dopo il decreto “Salvabanche” si sono ritrovati senza un soldo si sono sentiti truffati. Perché questo tipo di prodotto non può e non deve essere venduto con leggerezza e perché il diavolo, spesso, si nasconde nei cavilli. Lo sanno tutti quei correntisti che hanno acceso un mutuo o chiesto un prestito e si sono ritrovati a dover pagare tassi usurari o interessi anatocistici senza che ne riuscissero a capire il perché. Per loro fortuna, però, i giudici hanno cominciato da qualche anno a questa parte (e negli ultimi mesi in particolare) a ristabilire la giustizia violata da pratiche illegali come anatocismo, pubblicità ingannevole e mutui usurari attraverso cospicui rimborsi a chi fa ricorso.

Ma tornando alla sentenza del Tribunale civile di Bari, secondo il giudice «lo statuto di Divania non contemplava la possibilità di effettuare simili operazioni, anzi, inibiva ogni attività non necessaria per la fabbricazione e commercializzazione di poltrone e divani».

Insomma, stando a quanto scritto dal Tribunale civile di Bari ci sarebbero state, da parte della banca, «gravissime violazioni» relative agli «obblighi informativi», nonché una «notevole superficialità nella gestione documentale dell’operatività in essere» che ha causato «una serie rilevantissima di danni».

Il Tribunale civile di Bari si è espresso dopo che la Corte di Cassazione aveva nei mesi scorsi già detto la sua, assolvendo i dirigenti implicati da alcune ipotesi di reato.

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