Salute 23 Aprile 2020

A Vo’ Euganeo test sierologici anche sui gatti. L’esperto: «Gli animali domestici non sono diffusori di contagio, anzi vanno difesi»

Massimo Castagnaro, ordinario di Patologia generale veterinaria all’università di Padova: «Il virus potrebbe diffondersi dall’uomo ai gatti; per questo il paziente positivo che vive con un gatto o un cane deve restare lontano da lui come dagli altri familiari»

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Dopo i 3mila abitanti, tutti sottoposti per due volte al tampone per la ricerca del SARS-CoV-2, ora tocca ai gatti. Siamo a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, tra i primi focolai italiani dell’epidemia dopo Codogno. Qui, in Veneto, la Regione ha scelto la linea “controcorrente” del campionamento a tappeto, grazie anche alla convinzione del professor Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’azienda ospedaliera di Padova. E adesso, un’equipe composta da ricercatori di due dipartimenti dell’area veterinaria dell’Università di Padova ha progettato di effettuare test sierologici sul sangue dei gatti domestici avvalendosi della collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie e dei Servizi Veterinari della Regione. Lo scopo? «Capire che tipo di malattia l’uomo potrebbe passare all’animale, per la sua tutela e il suo benessere» spiega a Sanità Informazione il professor Massimo Castagnaro, ordinario di Patologia generale veterinaria e coordinatore della ricerca.

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«Lo studio sierologico sui gatti fa parte di un ampio e complesso progetto che mira ad affrontare le problematiche gestionali degli animali da compagnia durante l’epidemia di Covid-19» spiega il professore. Tante le domande, infatti, che sono emerse dai territori, dai colloqui con veterinari e proprietari. Le più frequenti sono state: “Cosa fare di un cane e un gatto il cui proprietario, a causa dell’infezione non è più in grado di accudire?”. “Chi può occuparsi correttamente dell’animale in modo da garantirne il benessere?”. “Se il proprietario è positivo, chi può prendersi cura dell’animale e con quali precauzioni?”.

Per rispondere a queste domande e pianificare una strategia condivisa anche in vista della Fase 2 dell’epidemia, è nata l’idea di uno studio unico. La malattia da SARS-CoV-2, come è noto, si trasmette da uomo a uomo e prevalentemente per via respiratoria, ma gli esperti vogliono comprendere il potenziale ruolo del gatto: se, e in che misura, può essere contagiato dal padrone, se è in grado di infettare altri gatti e, in generale, come risponde all’infezione. «Nella prima parte, lavoreremo all’elaborazione di indicazioni pratiche per la gestione degli animali di proprietà in relazione all’emergenza da Covid-19 partendo dalle linee guida predisposte dal Ministero della Salute. E lo faremo proprio per evitare allarmismi ingiustificati e potenziali spiacevoli fenomeni di abbandono. Di recente – specifica il professor Castagnaro – sono emersi alcuni casi nel mondo di infezione nei felidi (gatti, leoni e tigri) che hanno chiaramente evidenziato la possibilità che l’uomo possa trasmettere la malattia all’animale e non viceversa. Non sono certo gli animali a contagiare l’uomo, sia ben chiaro: i gatti – e i cani – non sono veicolo di Coronavirus. Al contrario, se c’è qualcuno che si deve difendere dall’infezione questi sono i gatti. Per questo, andremo a fare i prelievi anche lì dove ci sono infezioni in atto nell’uomo ed è per questo – sottolinea – che il paziente positivo che vive con un gatto o un cane deve restare lontano da lui come dagli altri familiari».

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Nonostante al centro della pandemia ci sia l’uomo «il nostro obiettivo è capire che tipo di malattia l’uomo passi all’animale e com’è la malattia nel gatto. I dati che abbiamo indicano che l’animale sviluppa una sintomatologia lieve, una blanda sintomatologia respiratoria, tuttalpiù gastroenterica. Niente a che vedere con la malattia dell’uomo».

Nell’unica ricerca finora condotta sui gatti prima e dopo l’infezione scoppiata a Wuhan, i veterinari cinesi non hanno identificato il virus nei gatti ma la risposta anticorpale al virus, nel 10-15% circa dei gatti. «Questo significa che, potenzialmente, potrebbe esserci una certa diffusione dall’uomo ai gatti. La nostra idea – continua il professore – è comprendere come e quanto in Veneto si sia diffusa l’infezione nel gatto relazionandola in modo particolare con la malattia nell’uomo».

Nella seconda parte del lavoro «la ricerca si può allargare agli altri focolai in Veneto. L’intento principale è sempre garantire il benessere e la serenità degli animali, perché «è evidente che la malattia passa da uomo a uomo, lo dimostra il fatto che con il distanziamento sociale il contagio diminuisce» precisa il professor Castagnaro.

La metodica è la stessa del test sierologico a cui si sottoporranno i cittadini: «Un semplice prelievo di sangue, su base volontaria, effettuato dai veterinari, usando kit specifici per gli animali. Spieghiamo ai padroni che lo scopo principale è capire la malattia per tutelare gli animali. Sempre in relazione al loro benessere stiamo valutando – conclude il professor Castagnaro – anche di utilizzare campioni di sangue già a disposizione dei veterinari perché prelevati precedentemente per scopi di diagnosi e cura di altre malattie».

 

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