Salute 22 Aprile 2020

Test sierologici, il presidente del Policlinico San Matteo di Pavia frena l’entusiasmo: «Non sono il vaccino, dovremo convivere col virus»

Alessandro Venturi: «Parlare di patente di immunità sarebbe fuorviante e semplicistico. La presenza degli anticorpi è protettiva, ma occorre studiare quanto dura nel tempo»

di Federica Bosco
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Si chiamano anticorpi neutralizzanti e da domani saranno il principale obiettivo della ricerca dei laboratori lombardi chiamati ad effettuare test a tappeto alla popolazione per vincere la battaglia contro il Coronavirus. La paternità di questa importante scoperta che può finalmente far entrare nella fase 2 la Lombardia spetta ancora al Policlinico San Matteo, l’istituto di ricerca di Pavia che ha avuto più di 1200 ricoveri, ha processato due terzi dei tamponi della Lombardia e si è distinto anche per la sperimentazione del plasma da paziente guarito. Il Presidente del Policlinico Alessandro Venturi, raggiunto via Skype, nel riconoscere l’unicità del test invita però alla cautela.

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«Non bisogna riporre sui test sierologici un’aspettativa troppo alta, non sono una panacea, non sono la soluzione del problema e non sono il vaccino – specifica Venturi -. Servono ed hanno innanzitutto una funzione epidemiologica, servono agli esperti per fare analisi e studi di prevalenza e per capire come si è propagato il virus o quanto dura questa protezione. Il test di neutralizzazione è un test che risale agli anni ’60, un prototipo artigianale che permetteva di vedere questi anticorpi fossero presenti e che effetto facevano sul virus. Quindi sostanzialmente ha permesso di capire di più di questo virus, ha permesso di capire come attaccava le cellule, di mettere a punto una metodica di laboratorio sperimentata su campioni in vitro di tutto il materiale che passava per il policlinico San Matteo con una diagnostica che già faceva parte dell’attività clinica assistenziale».

«Di qui – aggiunge il Presidente – la verifica che là dove si sviluppano dei corpi neutralizzanti il virus non replica, quindi non si riproduce, come se fosse sterilizzato. Questi anticorpi sono gli unici che si collocano nella parte alta della proteina spike del virus, quelle zampette o chiodi che contornano la corona del virus e che permettono di penetrare nelle cellule e di riprodursi. Da questo studio è nata una collaborazione con un’azienda, DiaSorin, che ha testato il loro kit e ha ottenuto risultati estremamente positivi, che permetteva di pescare all’interno del siero gli anticorpi neutralizzanti».

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Se infatti l’organismo riesce a sopravvivere all’attacco virale, alcuni globuli bianchi “ricordano” il tipo di agente “invasore” e sono capaci di rispondere in modo più rapido ed efficace a una successiva infezione da parte dello stesso virus producendo gli anticorpi. Questa risposta si chiama immunità, ma è permanente? «Anche su questo dobbiamo essere molto precisi – risponde Venturi – perché parlare di patente di immunità sarebbe fuorviante e semplicistico. Noi ancora non sappiamo quanto dura l’immunità, non lo possiamo sapere oggi perché è passato troppo poco tempo. Siamo nelle condizioni di dire che la presenza di questi anticorpi è protettiva, ma nel tempo occorrerà sapere e studiare questa cosa».

«Bisognerà convivere col virus ed è possibile. In fondo il lockdown è servito per spegnere un grande incendio, ora è spento e ne abbiamo prova ogni giorno visto che la tensione sulle strutture ospedaliere inizia a calare. Il virus non è sparito, il rischio di contagio non è ridotto a zero. È chiaro che non si potrà più tornare alla vita di prima, ma non significa che dobbiamo continuare a stare chiusi in casa, questo non è più sostenibile e non è giusto. Ad un certo punto è necessario che maturi quella consapevolezza e quel grado di capacità di convivere con un rischio, che va mitigato», conclude Venturi.

 

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