Contributi e Opinioni 2 Luglio 2020

Radiologia Domiciliare: una realtà e un’opportunità, non solo in emergenza

di Carmela Galdieri, Presidente Commissione d’Albo TSRM dell’Ordine TSRM e PSTRP di Milano, Como, Lecco, Lodi, Monza Brianza e Sondrio

di Carmela Galdieri, Presidente CA TSRM Milano, Como, Lecco, Lodi, Monza Brianza e Sondrio
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Leggo con una certa perplessità l’articolo apparso il 15 giugno su questa testata dal titolo Radiologia Domiciliare: Realtà o propaganda?”. 

La domanda, innanzitutto, mi pare mal posta. La radiologia domiciliare è già una realtà – realtà presente in Italia fin dal 2007, anno di avvio di R@dhome, il primo progetto di teleradiologia nell’ambito della sanità pubblica nazionale. Proprio questo progetto ha portato alla stesura, da parte dell’ex Federazione Nazionale dei Collegi dei Tecnici Sanitari di Radiologia Medica (TSRM), ora Federazione Nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, di alcuni documenti di indirizzo per il tecnico di radiologia “fuori sede”. Parliamo di tempi non sospetti, quindi, in cui la radiologia domiciliare già s’imponeva come risorsa d’avanguardia per i soggetti fragili, allettati, portatori di diverse patologie o di deficit cognitivi. Tredici anni più tardi, l’epidemia da SARS-CoV-2 ha contribuito ad accelerare i cambiamenti fisiologici in atto nella Sanità italiana, portando al centro della scena questa e altre procedure innovative, operanti in via sperimentale.

La radiologia a domicilio è emersa quindi come possibile risposta all’emergenza, da declinare al servizio dei pazienti più a rischio. Un esempio virtuoso è la convenzione stipulata fra l’ATS di Bergamo e gli Ordini TSRM e PSTRP della Lombardia, con il supporto dell’Associazione Nazionale Alpini, che ha permesso di attivare un servizio di teleradiologia a partire dal 6 aprile scorso. Dalla data d’avvio del progetto sono state acquisite più di 500 radiografie del torace presso il domicilio dei pazienti o nelle RSA locali. Le unità mobili hanno consentito di allentare la pressione sul Servizio Sanitario Nazionale e di evitare una diffusione ulteriore dei contagi, con particolare beneficio per i pazienti delle RSA. Una popolazione anziana per la quale, è bene ricordarlo, un’individuazione precoce dell’infezione polmonare è quanto mai decisiva. Un progetto analogo è stato attivato il mese scorso anche nel bresciano grazie agli sforzi della Commissione d’Albo TSRM della provincia di Brescia, altra zona colpita duramente dall’epidemia.

L’apporto della teleradiologia appare cruciale nella determinazione della gravità del paziente anche e soprattutto in quei casi in cui i risultati del tampone non siano immediati: l’esito dello stesso, considerato quale standard di riferimento per la diagnosi di infezione da COVID-19, generalmente è disponibile in tempi più lunghi rispetto all’esito di una radiografia del torace e può comunque generare falsi positivi. Queste osservazioni sono state elaborate in un articolo di recente pubblicazione su Clinical Imaging, nel quale si pone l’accento sulla necessità di ridurre il più possibile gli accessi in ospedale sia da parte dei pazienti affetti da COVID-19 (qualora possano ricevere cure adeguate a casa), sia da parte di pazienti in cui l’infezione non sia ancora accertata. I primi potrebbero aumentare il picco dei contagi, i secondi, invece, essere esposti inutilmente al rischio di contrarre il virus.

La necessità di trattare i pazienti il prima possibile sul territorio, ben esemplificata dal modello bergamasco, è dunque già oggetto di letteratura ma non solo. È stata ribadita “sul campo”, infatti, da un gruppo di 100.000 medici che, nel cuore dell’emergenza, hanno formulato un appello alle Istituzioni condiviso dal Presidente FNOMCeO. Il loro grido d’aiuto è stato raccolto dal Ministero della Salute e dalle Regioni tramite call to action e protocolli operativi ad hoc, legittimando e di fatto incoraggiando le procedure di diagnostica domiciliare. È un aspetto innegabile, invece, che la normativa dovrebbe essere rivista, come gli Ordini stessi hanno rilevato da tempo. Vorrei però sottolineare che il medico radiologo, cui spetta la giustificazione dell’esame radiologico secondo la direttiva 2013/59/Euratom, è parte integrante della task force di teleradiologia, incaricato di supervisionare tutto il processo a partire dalla possibilità di visionare le immagini in tempo reale fino all’autenticazione del referto tramite firma digitale.

La radiologia domiciliare, in conclusione, non pretende di esaurire il dibattito sulla risposta sanitaria al COVID-19, né di soppiantare altre procedure diagnostiche fondamentali. Occultarne meriti e potenzialità, tuttavia, appare controproducente. Auspico, invece, che i rappresentanti delle figure professionali coinvolte possano trovare un punto d’incontro con le Istituzioni, per costruire protocolli condivisi e garantire così la sicurezza del personale come dei pazienti. Perché la radiologia domiciliare continuerà a essere una risorsa per i soggetti più vulnerabili, anche dopo la fine della pandemia.

 

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