Contributi e Opinioni 2 Novembre 2020

Dirigente delle professioni sanitarie professione inarrivabile. Perché?

di Calogero Spada, Specialista TSRM in Neuroradiologia

In Italia è diventato più facile diventare magistrato o professore ordinario che dirigente delle professioni sanitarie; ormai la casistica di concorsi che pure si svolgano all’interno di una cornice di legalità ma che di fatto propongano strane “criticità” vecchie e nuove continua ad allungarsi: dopo Parma (2016) e Torino (2018), il 15 ottobre u.s. si è svolto a Padova un altro concorso pubblico per DPS.

A parte una inedita, quasi marziale organizzazione, rivolta al rispetto delle modalità organizzative oltreché di quanto previsto in riferimento all’attuale condizione sanitaria, ciò che doveva saltare agli occhi di tutti gli aspiranti era di vedersi “assembrati” in un ambiente pur grande (palasport) ma unico, mentre in fase di produzione delle domande già erano stati suddivisi in 8 differenti gruppi di ammissione, corrispondenti alle 8 aziende ospedaliere che mettevano in palio un solo posto.

La seconda (gradita) novità è stata la riunione della prova scritta e della c.d. “prova pratica” (effettivamente costituita da un ulteriore quesito a risposta scritta). Una stranezza (forse dai più non colta) è stata che, sebbene il bando prevedesse che solo la terza “prova orale” sarebbe stata

«Vertente sull’approfondimento delle materie oggetto della prova scritta, nonché su argomenti relativi alla organizzazione dei servizi sanitari in generale   E   del Servizio Sanitario della Regione del Veneto in particolare»

in realtà declinazioni in chiave normativa regionale o addirittura di recentissime Delibere della Giunta Regionale Veneto, fossero presenti in ognuno dei 12 quesiti da cui estrarre a sorte le 4 domande da sottoporre, in luogo di argomenti

«… vertenti sulla funzione da conferire, nonché sull’impostazione di un piano di lavoro nelle materie inerenti al profilo a concorso»

per i 3 quesiti della prova scritta, e di

«utilizzo di tecniche professionali orientate alla soluzione di casi concreti»

per l’unico quesito della prova pratica.

Tuttavia, in quanto concorso pubblico questa selezione era rivolta a candidati in possesso di requisiti sia generali (il principale dei quali era la cittadinanza italiana) sia specifici (1: Laurea specialistica; 2: Cinque anni di attività nel SSN, ovvero di altre PA; 3: Iscrizione all’Albo Professionale); requisiti da confermare con titoli di studio validi a tutti gli effetti di legge su tutto il territorio nazionale.

A fronte di tutto ciò sarebbe legittimo chiedersi come mai alcuno insorga contro evidenti e tutt’altro che infrequenti prassi irregolari, vere cortine fumogene di apparente legalità che altresì costituiscono un mero e costoso (€ 15,00 di “contributo spese”) insulto intellettuale per tutti coloro che vantino curricula da dirigente…

Se poi si confronti la scuola con la sanità un altro dato emerge: 32.000 posti e 64.000 domande per il recente concorso del Ministero dell’Istruzione – ove diventerebbe inutile il concorso – per la prima (che indurrebbe anche a sfatare il mito della scarsità di risorse e conseguente carenza di posti) ed un assai dissimile, eufemistico “squilibrio” tra posti disponibili ed aspiranti per la seconda; come mai?

Fondamentalmente vi è un assurdo limite normativo: ossia il vincolo per cui l’istituzione dei posti di DPS debba avvenire attraverso modificazioni “compensative” della preesistente dotazione organica complessiva aziendale, senza ulteriori oneri e ad invarianza di spesa (art.6 , l. 251/2000), condizione che certamente, oltre a comprimere la domanda (e creare i presupposti di arcinote logiche sia di scambio, sia di nepotismo, sia clientelari), va ad inasprire l’astio con la classe medica, che comunque continua a beneficiare di una abbondanza (anche covid-19 veicolata) di posti a concorso.

Livore che diventa reciproco a guardare le pretese formative, ove appaia una inversione di ruoli: perché se per un medico specialista è noto il proprio campo di azione e responsabilità, malgrado le aree di competenza (che quindi puntualmente delineano la «funzione da conferire») di un laureato magistrale delle professioni sanitarie siano quelle di: 1: organizzazione e management; 2: ricerca ed innovazione; 3: formazione ed educazione e di disciplina degli ordinamenti didattici …

in realtà i quesiti per i concorsi della dirigenza delle professioni sanitarie spaziano in lungo ed in largo su tutto lo scibile dell’universo sanitario; non solo: a rendere le selezioni ancor più “complicate”, si pongono ulteriori difficoltà quali proporre i quesiti in formula oscura, ad es. esempio introducendo nella c.d. “prova pratica” il nodale, ma pure arcinoto e ritrito (nonché beffardo) argomento della carenza di personale con il lemma inglese “understaffing” in modo da confondere le idee anche a chi è ben preparato e restringere ulteriormente i caratteri di una selettività che non si può più definire equanime.

Malgrado la pandemia stia monopolizzando ogni attenzione, peraltro facendo emergere più il peggio che il meglio di quanto sia stato “seminato” nei decenni precedenti ogni dove ed in qualsivoglia ambito sanitario, urge una finalmente seria riflessione sullo stancante aggrovigliarsi tra quello che è o sembri sia normativamente legittimamente prevedibile e le immani pragmatiche difficoltà di affermazione della figura del DPS, soprattutto alla luce di una quasi completamente assente consapevolezza di attori che in teoria sarebbero in grado di risolvere simili quesiti di tale ampio respiro e complessità, ma in pratica non sanno non farsi, così facilmente… irridere.

Già nel 2016 l’allora presidente dell’Anac Raffaele Cantone suggeriva in merito che tutto dovesse avvenire in vera trasparenza e che era necessario che la burocrazia dovesse «consentire l’esercizio della discrezionalità, senza che diventi arbitrio» … un monito passato pressoché inascoltato.

 

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