Salute 6 marzo 2018

«Chi svuota il pappagallo…?». Risate e memorie in camice bianco di Giacomo prima di Aldo e Giovanni

«Son passati ben 40 anni da quando lavoravo in corsia, oggi è tutto cambiato, la formazione è sempre più importante, ma soprattutto agli infermieri viene riconosciuta la loro funzione di pilastri nell’universo assistenziale» dal palco dell’Auditorium Parco della Musica, in occasione del Congresso FNOPI, Giacomo Poretti in scena

Turni massacranti, siringhe, flebo e pillole, gli strumenti del mestiere dell’infermiere ‘salati’ con un pizzico di comicità. Tutto questo in scena all’Auditorium Parco della Musica con lo spettacolo ‘Chiedimi se sono di turno’ scritto e interpretato da Giacomo Poretti del famoso trio comico ‘Aldo, Giovanni e Giacomo’ che, in occasione del primo Congresso Nazionale FNOPI (Federazione Nazionale Professioni Infermieristiche), torna in teatro per raccontare la sua esperienza personale. «Sono stato infermiere per ben 11 anni – racconta il comico ai nostri microfoni – undici anni pieni di storie interessanti che voglio condividere con un pubblico di ex colleghi che, spero, non mi ‘tiri le punture!’».

Uno spettacolo one man show che coniuga (lo si intuisce già dal titolo che fa il verso ad uno dei film più famosi del trio comico), la professione dell’infermiere e quella del comico che ‘Giacomino’ (per chiamarlo come farebbe Aldo) ha saputo sintetizzare nel suo percorso di vita. «Infermiere e attore comico non sono proprio due mestieri affini – sorride sotto i baffi Giacomo – eppure hanno qualcosa in comune. Chiaramente non basta ridere per risolvere tutti problemi, ma anche un infermiere serissimo, che non ride, riesce a farti percepire vicinanza, solidarietà e magari quel poco di positività che serve per sentirti meglio».

«Si tratta di un mestiere molto complesso – prosegue -. L’infermiere deve trovare quel giusto equilibrio non sempre facile da raggiungere, considerando che deve quotidianamente interfacciarsi con pazienti molto diversi fra loro, soprattutto dal punto di vista psicologico. C’è il paziente che esaspera un sintomo, quello che invece sopporta dolori strazianti, insomma, l’infermiere deve trovare il giusto mezzo. E lo stesso equilibrio lo deve trovare anche nel rapporto con il medico: quante se ne potrebbero raccontare sulla dialettica infermiere-medico sempre un pochino sul filo dell’asprezza! Intanto bisogna dirlo fuori da ogni retorica: uno senza l’altro non potrebbero far nulla».

QUANDO ALDO, GIOVANNI E GIACOMO DIVENNERO… CHIRURGHI. L’IRRESISTIBILE SKETCH

Nella sua performance sul palco dell’Auditorium, Giacomo realizza una serie di sketch che prendono le mosse da reminiscenze del suo passato trascorso nei corridoi dell’ospedale di Legnano dove, negli anni ’70, esercitò anche come caposala. «I tempi sono cambiati da quando lavoravo in corsia – racconta – basta pensare che nel 1973 le siringhe e i pappagalli erano di vetro… solo i cateteri non erano di vetro (e menomale!). Io posso dire di aver fatto parte di un’epoca di passaggio non solo della professione ma anche degli stessi materiali tecnici. Inoltre in passato erano pochissimi gli infermieri uomini, nella maggior parte dei casi erano le suore a svolgere questo mestiere, oggi è tutto diverso».

«La trasformazione non è avvenuta solo per quel che riguarda il personale ma anche dal punto di vista della formazione della professione infermieristica – ribadisce il comico -. Prima per diventare infermiere era sufficiente avere un biennio di scuola superiore e fare tre anni di scuola professionale, invece oggi bisogna avere il diploma di scuola superiore e accedere al corso universitario. Una vera e propria rivoluzione che ritengo importantissima perché la formazione è fondamentale».

Sintomo di questa trasformazione è anche il riconoscimento che la professione infermieristica ha ottenuto in questo ultimo anno grazie al Ddl Lorenzin che ha portato al riconoscimento di una tutela ordinistica che riconosce agli infermieri la funzione di pilastri dell’assistenza sanitaria. «Cambiamenti apprezzabili, trasformazioni fondamentali per la professione e per il cittadino – conclude Giacomo – tuttavia rimane ancora oggi lo stesso interrogativo che c’era anche ai miei tempi…. E adesso chi lo svuota il pappagallo?».

 

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