Salute 16 giugno 2015

«Innovazione e fattore umano per combattere nuove malattie»

Il dottor Antonino Di Caro, direttore di Microbiologia dello “Spallanzani”, racconta come si contrastano Ebola e gli altri virus. In laboratorio e direttamente sul campo…

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Grazie ai progressi della scienza e della tecnologia, ora dobbiamo arrivare a trasmettere le competenze acquisite e le esperienze maturate alla popolazione locale». Secondo Antonino Di Caro, direttore del laboratorio di Microbiologia dell’Istituto nazionale malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” è questo il passaggio decisivo da compiere nella lotta all’Ebola e alle tante epidemie, emergenti e non, che minacciano milioni di persone.

Lo ha rivelato – ai microfoni di Sanità informazione –  a margine della conferenza stampa in cui è stata annunciata la guarigione di Stefano Marongiu, l’infermiere sardo di Emergency che aveva contratto l’Ebola in Sierra Leone ed è stato curato, come già accaduto al medico siciliano Fabrizio Pulvirenti, proprio nella struttura sanitaria di Roma, confermatasi un centro d’eccellenza in questo ambito.

Come sottolineato anche dal professor Giuseppe Ippolito (direttore scientifico dello “Spallanzani”), il ruolo dei laboratori è stato determinante grazie anche all’importante contributo dato dalla formazione. «In questo settore – spiega il dottor Di Caro – siamo arrivati ad un elevatissimo grado di specializzazione. Sono oltre dieci anni che ci prepariamo ed Ebola ci ha permesso di dimostrare le nostre competenze in questo senso. Ora però  è emersa la necessità di fare quel salto di qualità atteso da tempo. Come? Creando una struttura internazionale che possa rispondere alle richieste e che affianchi le ONG in questo lavoro. Anche il G7 si è posto il problema di come sviluppare e realizzare questo progetto ed i laboratori avrebbero senz’altro un ruolo importantissimo, per le tecnologie e le esperienze che apportano».

Insieme a scienza e tecnologia, il fattore umano continua però ad avere ancora un peso specifico notevole nella gestione delle epidemie. A più riprese è stato sottolineato il “gioco di squadra” fatto – a vari livelli – per salvare la vita a Stefano Marongiu: dal coordinamento internazionale per reperire i farmaci sperimentali fino alle sinergie tra istituzioni e forze armate, ma a spiccare è stata la forte coesione nel team coinvolto nel caso, composto da 62 operatori sanitari, di cui 23 costantemente nelle attività di analisi nei laboratori.

Molti di loro sono impegnati anche direttamente sul campo e lo stesso dottor Di Caro con diversi elementi della sua equipe avevano condiviso una parte dell’esperienza in Africa, nel centro di Goderich, proprio insieme a Marongiu. «Sono molto orgoglioso dei nostri ragazzi impegnati in Africa, e del rapporto che hanno creato tra loro. Quel tipo di lavoro, totalizzante e che ti fa vivere fianco a fianco coi colleghi  24 ore su 24, fa nascere relazioni umane profondissime. Stefano (l’infermiere di Emergency, ndc), ad esempio, è venuto a trovarci non appena rientrato in Italia, prima di tornare in Sardegna, proprio in virtù di questo rapporto di amicizia. E’ stato terribile il momento in cui abbiamo saputo che si era ammalato: seguivamo giorno per giorno l’andamento dei suoi parametri clinici, perché ormai grazie all’esperienza riusciamo a capire quando le cose si stanno mettendo male e quando, viceversa, il paziente ha buone possibilità di sopravvivenza».

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