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Ricerca 14 Giugno 2018

Come si è evoluto l’approccio chirurgico per le malattie della tiroide?

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La chirurgia tiroidea è sicura ed efficace, facile sia per chi la esegue ed anche per chi la subisce. Tuttavia, la tiroidectomia è un intervento delicato, in quanto la ghiandola da asportare è vicina a strutture nobili, che controllano importanti funzioni come la voce e l’equilibro del calcio nell’organismo. Per questo, la scelta chirurgica deve essere attentamente valutata. Recenti studi epidemiologici hanno dimostrato che In Italia si eseguono troppi interventi sulla tiroide.

Inoltre, recentemente è divenuto sempre più evidente che il carcinoma tiroideo, in generale, e in particolare alcune varianti, hanno un comportamento clinico peculiare che li fa differire dagli altri carcinomi. Infatti, quelli tiroidei, sono caratterizzati da un’estrema indolenza, ovvero in pratica questi “tumori” non crescono, sono pigri, praticamente dormienti. In altre parole, non infiltrano i tessuti circostanti, non danno metastasi locali o a distanza. Insomma, non fanno danni o non possono causare la morte del paziente. Molte di queste varianti “buone” per anni sono però state considerate e conseguentemente trattate come dei veri cancri, quindi con l’asportazione totale della ghiandola tiroidea, la radioiodioterapia e le conseguenze indesiderate delle cure. Le nuove conoscenze derivate dalla clinica e dalle scienze di base determineranno un cambiamento, nei prossimi anni, nell’atteggiamento chirurgico, che sarà molto meno aggressivo e persino nei casi di bassissimo rischio anche solo “osservazionale”, quindi una chirurgia oncologica oltre la chirurgia: senza la chirurgia.

Quindi, la chirurgia tiroidea si è evoluta diventando da un lato sempre più conservativa e dall’altro sempre più personalizzata, una sorta di chirurgia “sartoriale” ovvero cucita su misura per il singolo paziente, basandosi sui fattori di rischio clinico e genetico.

Alcuni altri progressi riguardano l’aspetto puramente tecnico della chirurgia tiroidea. Mentre gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati dalla diffusione della chirurgia mininvasiva e dallo sviluppo di mezzi di sintesi tecnologicamente avanzati (ultrasuoni, radiofrequenza, etc) oggi si va diffondendo, anche in Italia, il neuromonitoraggio, in acronimo IONM (IntraOperative NeuroMonitoring). La metodica si basa sull’impiego di una tecnologia che consente di identificare e monitorare funzionalmente i nervi laringei in maniera da evidenziare o prevenire i danni neurogeni in chirurgia tiroidea e paratiroidea. In alcuni paesi europei, per esempio in Germania, oramai, la quasi totalità degli interventi in questione vengono eseguiti con l’ausilio di questa tecnologia. In Italia, nel 2015 poco più del 15% delle tiroidectomie sono state eseguite con il monitoraggio, comunque, il trend è in lenta ma progressiva crescita. Il neuromonitoraggio rappresenta un utile ausilio in corso di chirurgia tiroidea: una sorta di “airbag” preventivo, un “tutor” che avverte il chirurgo della sofferenza dei nervi coinvolti nella procedura chirurgica. L’allarme avverte l’operatore del pericolo incombente e quindi indica di procedere con maggiore cautela per evitare l’instaurarsi del danno alle corde vocali.

In una sola affermazione: “La chirurgia tiroidea è davvero, sulla base delle aumentate conoscenze, in grande evoluzione”.

Contributo originale di Luciano Pezzullo, Società Italiana Unitaria di Endocrinochirurgia (SIUEC) – pubblicato in occasione della conferenza stampa di presentazione della Settimana Mondiale della Tiroide presso il Ministero della Salute di Roma

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