Salute 2 Dicembre 2020 16:50

«Per il coronavirus serve una risposta planetaria. E la Global Health può aiutarci»

Intervista a Emanuele Montomoli (Università di Siena): «Oggi la pandemia viene gestita addirittura a livello di ASL, serve sovranazionalità»

di Tommaso Caldarelli
«Per il coronavirus serve una risposta planetaria. E la Global Health può aiutarci»

Un articolo apparso recentemente su Nature si intitola “Un sondaggio globale sull’accettazione potenziale del vaccino contro il coronavirus” e importanti agenzie di ricerca di mercato promuovono consultazioni fra i cittadini di tutto il mondo.

Ciò vuol dire che l’attenzione alla salute è sempre più globale ed è sempre più forte la consapevolezza che, ad esempio, le campagne di vaccinazione contro il SARS–CoV–2 dovranno essere promosse su scala planetaria: oltre che per una questione di giustizia, perché un virus non conosce né barriere né confini.

Di questo approccio alla salute, dell’intreccio fra esigenze della prevenzione locale e grandi organizzazioni sovranazionali, si occupa la cosiddetta salute globale, una branca della ricerca e della scienza medica che oggi ha sempre più spazio e centralità. Sanità Informazione ha intervistato Emanuele Montomoli, professore di Public Health e direttore dell’Istituto di Global Health presso l’università di Siena.

Professor Montomoli, una domanda iniziale: cosa si intende per Global Health?

«Il termine si traduce correttamente in italiano con salute globale. Si tratta dell’approccio allo studio della medicina che tiene insieme tutte quelle variabili che possono incidere nella nostra vita a livello, direi, multifattoriale. Parlare di modelli di implementazione delle vaccinazioni, della diffusione delle malattie infettive, va di pari passo con tutto ciò che ha a che fare con la qualità della vita e dunque l’inquinamento atmosferico, la qualità di quello che mangiamo, dove viviamo, la qualità dell’acqua, come ci nutriamo, quali tipi di farmaci prendiamo, quanto le nostre macchine inquinano. Si può aggiungere, come immagina, molto altro ancora».

 

Sembra una materia di interesse per gli scienziati della politica più che per i medici.

«È al confine, come è al confine la riflessione su quella che chiamiamo sanità pubblica. I clinici possono spiegare cosa sia e come funzioni una campagna vaccinale, ma se la campagna vaccinale vada fatta o meno è una decisione che spetta alla politica, come d’altronde se imporre o no le cinture di sicurezza nelle auto. La salute pubblica e la sanità globale sono due discipline nelle quali l’intervento politico è un fattore estremamente discriminante».

 

Il Global Health Council ha pubblicato una posizione proponendo una profonda riforma dell’OMS e dei suoi meccanismi di governance. Quale è il suo giudizio sul comportamento dei grandi enti sovranazionali che presidiano la salute globale?

«Onestamente io le devo dire che si è fatto il possibile. Arriva una pandemia causata da un microrganismo che si trasmette su via aerea, cosa puoi fare nell’immediato per evitare il congestionamento degli ospedali e che la gente muoia? Delle chiusure gradualmente sempre più serrate, a livelli maggiori o minori fino ad arrivare al lockdown e questo è stato fatto. Anche i soldi, questa volta, ci sono stati, e molti, stanziati per un bacino di ricerche terapeutiche di diverso tipo, dagli anticorpi monoclonali al vaccino. Forse si sarebbe dovuto evitare di distribuirli quasi esclusivamente a pioggia, studiare dunque un meccanismo di indirizzamento migliore».

Il direttore del Lancet intervistato al Festival della Global Health ha però fatto notare che è assurdo che per ogni Paese al mondo ci sia un protocollo diverso per la risposta al Covid-19.

«Per ogni Paese al mondo? Lei è anche troppo generoso. In Italia la pandemia viene gestita a livello regionale e dobbiamo dire di più, che nel concreto viene gestita a livello di ASL. Il tracciamento viene fatto dalla ASL di Siena ed è diverso dal tracciamento della ASL di Arezzo o di Palermo. Le vaccinazioni sono gestite territorialmente, perché le linee guida per la vaccinazione antinfluenzale parlano, ad esempio, di categorie a rischio comprendendo giustamente gli over 65, ma poi dipende dalla ASL, dai suoi fondi e dai suoi amministratori che tipo di vaccino abbiano comprato, se quello adiuvato, più potente, o a sub-unità tradizionali che è più economico ma un po’ meno potente. Ci sono, ripeto, decisioni che se va bene sono nazionali, ma l’implementazione è poi molto, molto locale».

 

E allora cosa può fare l’Italia per fare un passo avanti nel suo contributo alla costruzione di una policy globale sulla salute?

«In una prima fase è inevitabile che gli approcci siano top-down, la salute pubblica deve arrivare dall’alto, dall’OMS e dalle Nazioni Unite. Voglio dire, il punto di conflitto è molto, molto delicato: diciamo che voglio eradicare il morbillo, poi andiamo dal primo ministro del Malawi che dice ‘Sentite, io però non ho i soldi nemmeno per dare da mangiare a questi cittadini’, e allora bene che va ci sarà un ente privato che finanzia la campagna di vaccinazione, cosa che non vogliamo. Oppure se parliamo di abbattimento degli inquinanti, andiamo dai Paesi in via di sviluppo che, come è noto, dicono ‘per noi è una questione di sviluppo economico, voi avete potuto fare come volete, ora deve poter toccare a noi’. Senza una decisa fiducia negli organismi sovranazionali non ci sarà mai una policy globale sulla salute».

 

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