Mondo 24 Agosto 2020

Covid negli Usa, cosa non ha funzionato nelle scelte di Trump

Una dottoressa italiana in Arizona: «È stato fatto tutto molto male. Folle lasciare libero arbitrio alla popolazione»

di Federica Bosco
Covid negli Usa, cosa non ha funzionato nelle scelte di Trump

«All’inizio si puntava il dito contro l’Italia come esempio da non seguire. Ora, a distanza di quattro mesi, gli Stati Uniti ci guardano come modello perché siamo riusciti a tenere sotto controllo contagi e focolai, anche se, come era prevedibile, il virus ha rialzato la testa e con molta probabilità ci sarà un nuovo picco in autunno».

Le parole di Francesca Polverino, pneumologa italiana per otto anni alla guida di un gruppo di ricerca sull’enfisema polmonare all’Università di Harvard e da poco in Arizona, ci portano, a distanza di due mesi dall’ultima intervista, dall’altra parte dell’Oceano per capire cosa è accaduto negli Stati Uniti e perché il sistema americano non ha retto l’urto della pandemia.

UNO STUDIO SULL’EVOLUZIONE DELLA MALATTIA

L’occasione di una lunga chiacchierata via zoom con il medico oggi in servizio a Tucson è stata data da uno studio che la dottoressa ha realizzato con un gruppo di colleghi italiani su un campione di 5000 pazienti Covid ospedalizzati in 19 regioni italiane tra marzo ed aprile e che ha messo in luce la prevalenza di pazienti ospedalizzati non fumatori (il 93%) rispetto ai fumatori o agli ex fumatori.

Da notare, aggiunge la dottoressa, anche l’abbassamento dell’età media dei contagiati. Sostenitrice della tesi di Zangrillo e Bassetti, secondo la dottoressa Polverino «la minore aggressività clinica del virus fa sì che ci siano meno ricoveri gravi in terapia intensiva, ma non per questo da trascurare».

«Anzi – aggiunge – la malattia sembra avere dei momenti di up e di down, tanto è vero che negli Stati Uniti dopo il picco iniziale di fine marzo e il conseguente calo, il momento di maggiore aggressività del virus è stato giugno ed oggi siamo nella fase discendente».

COVID NEGLI USA, COSA È SUCCESSO

Inevitabile, allora, un paragone tra il nostro Paese e gli Usa: dopo aver sostenuto una politica a tutela dell’economia anche in emergenza Covid, oggi Trump corre ai ripari e incentiva quella terapia del plasma scoperta in Italia, al San Matteo di Pavia, per fronteggiare l’emergenza. «La battaglia anti-coronavirus di Trump ha determinato il corso della pandemia soprattutto negli Stati repubblicani, come l’Arizona. Qui la gente, sulla scia delle parole del Presidente, ha sempre avuto un atteggiamento poco incline all’uso della mascherina, i distanziamenti e le regole anti Covid».

PERCHÉ IL “LIBERI TUTTI” HA FALLITO

«È stato fatto tutto molto male. Lasciare libero arbitrio alla popolazione è stato folle – commenta senza mezze parole -. Tre settimane di lockdown e subito dopo hanno riaperto tutto. E infatti poi si è avuto il picco disastroso di giugno che ha portato 15 mila casi al giorno in Florida, Texas e California. Ora siamo a mille persone contagiate circa al giorno in Arizona, ancora 10 mila al giorno in California».

LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE

«La riapertura dell’università e delle scuole, a mio avviso, sarà decisiva per l’andamento della pandemia, non solo in Arizona che è uno stato repubblicano quindi incline al Trump pensiero, ma anche altrove. In particolare, nello Stato di New York sono stati molti i casi di bambini positivi al coronavirus con vasculite e patologie simili alla sindrome di Kawasaki».

A tre settimane dalla riapertura della scuola in Italia, le parole della dottoressa Polverino suonano come un campanello d’allarme: «Attenzione ai giovani. Una volta che si apriranno le scuole, i banchi isolati e le mascherine non basteranno più, perché i ragazzi tendono a stare insieme, come è accaduto in altri luoghi di aggregazione come le discoteche».

LA CORSA AL VACCINO CONTRO IL COVID NEGLI USA

«A mio avviso ora è importante tirare la cinghia, finché non si avrà un vaccino o una terapia efficace. Molti vaccini sono in fase tre. Lo stesso governo americano ha promesso novità importanti per fine anno, quindi credo che per il 2021 avremo una risposta in questo senso. Ma nel frattempo sarà necessario osservare il corso degli eventi per capire, ad esempio, come si comporterà il virus con l’arrivo delle temperature fredde e il sopraggiungere della fase influenzale. Si potrebbe fare la scuola a distanza ancora per qualche mese, perché gli effetti del virus sulla popolazione sono cambiati con il passare del tempo».

I PROSSIMI OBIETTIVI

«Occorre poi approfondire perché la stragrande maggioranza degli ospedalizzati per coronavirus sono non fumatori, dato confermato anche negli Stati Uniti, Europa e Cina su ampie coorti, e soprattutto sarebbe importante analizzare l’impatto sul Covid della somministrazione di ace inibitori e sartani separatamente, cosa che non è mai stata fatta», chiosa.

 

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