Mondo 20 Marzo 2020

Coronavirus negli Usa, un medico italiano in Arizona: «Pochi tamponi, si sottovaluta il rischio»

Francesca Polverino, pneumologa alla guida di un gruppo di ricerca sull’enfisema: «Il governo della mia regione invita a rimanere a casa solo in presenza di sintomi. Non ci sono strategie, il danno sarà più ingente dell’Italia»

di Federica Bosco
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«Contagi in aumento e previsioni preoccupanti. Gli Stati Uniti dopo aver guardato da lontano l’insorgere dell’epidemia in Italia, si trovano ora a fare i conti con un virus che sta dilagando in particolare sulla costa Est e Ovest del Paese con 7mila casi e 97 decessi». Le parole della pneumologa italiana Francesca Polverino, alla guida di un gruppo di ricerca sull’enfisema polmonare in Arizona, danno il senso del dramma che, dopo un avvio in sordina, da qualche giorno sembra aver destato l’opinione pubblica statunitense, tanto che lo stesso Trump ha acceso i riflettori sul Covid-19 e si è iniziato a trattare il problema come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

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Dottoressa, come è cambiato il suo lavoro da quando è scoppiata la pandemia Coronavirus?

«La mia attività di ricerca è quasi totalmente bloccata. Il laboratorio è aperto solo parzialmente, mentre l’attività clinica ha avuto un incremento vertiginoso, ma mi creda, la portata del pericolo non è ancora chiara. Pensi che dove vivo, nella regione Pima County – Arizona – le indicazioni del governo sono di rimanere a casa solo in presenza di sintomi. Allucinante».

Mi sta dicendo che se un cittadino non ha sintomi può uscire tranquillamente, andare al lavoro ed avere una vita sociale senza limitazioni?

«Esattamente. La vita cambia solo dinnanzi a una sintomatologia. In un primo momento il numero dei tamponi era del tutto insignificante, erano irreperibili e poco utilizzati. Ora stanno diventando più frequenti e si sta facendo una programmazione per testare pazienti sia in ambulatorio che in reparto. Sono ancora pochi, ma quanto meno ora lo screening al di fuori del pronto soccorso si effettua in tutti i presidi ambulatoriali affiliati con l’ospedale principale».

Chi sono i soggetti sottoposti a tampone?

«Il test viene fatto se ci sono dei sintomi. Se il tampone è positivo si decide se mandare a casa il paziente, quando asintomatico o paucisintomatico, o ricoverarlo in ospedale. I pazienti ad alto rischio come gli over 65, con diabete, con patologie cardiovascolari o polmonari o immunodepressi possono avere consulti via video. Il personale sanitario con sintomi influenzali non riconducibili direttamente al Covid-19, (come allergia stagionale, leggera irritazione della gola o tosse minima) possono tornare al lavoro superati alcuni indici di riferimento. Ovvero se sono assenti dal lavoro da 7 giorni dalla comparsa dei sintomi e se da 24 ore non hanno febbre e non prendono medicinali per abbassare la temperatura corporea».

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Quando scatta il ricovero?

«Il primo campanello di allarme è la comparsa di dispnea ingravescente. In questo caso si suggerisce di chiamare il 911 (numero di emergenza) e di indossare una mascherina».

La sanità americana è privata, non tutti possono permettersela. Come fate fronte a questo problema che, se sommato alla velocità di diffusione del virus, può innescare un contagio particolarmente virulento?

«Questo è un problema serio, a cui si aggiunge la recessione economica che deriverà da questa ondata. Per ora il Governo Trump sta cercando di trovare una soluzione che vada oltre la chiusura delle scuole e delle attività pubbliche. Ma il problema principale resta la mancanza di tamponi e il fatto che gli USA stanno brancolando nel buio».

Come viene recepito negli Stati Uniti quello che sta accadendo in Italia?

«Il messaggio che è passato sui media è che in Italia si scelgono i pazienti da salvare. Una notizia che è rimbalzata sui giornali e che ha creato molto allarmismo. Con il risultato che il modello italiano è da evitare, ma di fatto nessuno propone soluzioni concrete su come evitarlo. Non solo, qui siamo ad un punto in cui mancano i tamponi, il personale sanitario è incerto sul da farsi e i numeri accertati – perché in realtà quelli reali sono molto più alti – stanno salendo vertiginosamente. A mio avviso gli Stati Uniti sono molto più lenti in termini di risposta al problema rispetto all’Italia e dunque il danno sarà più ingente».

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