Salute 16 Marzo 2020

Coronavirus, Esposito (Waidid): «Per fermare l’epidemia necessari tamponi a tutti i sintomatici, familiari e operatori sanitari»

Susanna Esposito, presidente della World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders: «Serve una politica aggressiva di indagine epidemiologica e terapia antivirale per vincere la battaglia col Covid. Chiusura di tutte le attività per almeno 2-3 mesi per riduzione marcata dei casi»

di Federica Bosco
Coronavirus, Esposito (Waidid): «Per fermare l’epidemia necessari tamponi a tutti i sintomatici, familiari e operatori sanitari»

Tamponi a tutti i sintomatici, ai familiari dei casi positivi e a tutti coloro che lavorano nei reparti ad alto rischio degli ospedali. Per Susanna Esposito, presidente di Waidid (World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders) e professore ordinario di pediatria all’Università di Parma, in caso contrario sarà molto difficile tenere realmente sotto controllo l’epidemia da coronavirus. Sostenute dai dati numerici dell’andamento epidemiologico, le parole della professoressa Esposito mettono in luce uno scenario di difficile soluzione nel breve termine.

Professoressa, stare a casa sarà sufficiente per fermare la circolazione del virus?

«Non credo, se non vengono individuati anche i sintomatici senza il cosiddetto criterio epidemiologico e gli asintomatici esposti a contatto stretto con casi positivi. Siamo 60 milioni di italiani e al momento attuale ci sono poco più di 20mila casi. Analizzando però i dati della protezione civile, è evidente che la situazione è frammentaria e ci sono differenze importanti da rilevare. Il Veneto ha fatto 32mila tamponi ed il numero dei positivi è molto contenuto, così come il numero dei decessi. Dando uno sguardo alle statistiche, l’Italia è il Paese in cui ci sono ad oggi il maggior numero di decessi per casi diagnosticati. In Lombardia gli ultimi dati parlano di oltre 1200 deceduti a fronte di 13mila casi, mentre in Veneto ci sono stati 63 decessi per 2172 contagi. Ciò significa che la percentuale in Veneto è molto più contenuta e si allinea ai dati della Cina. La differenza tra le due regioni sta nella precocità della diagnosi effettuata in Veneto, nell’isolamento, nel monitoraggio effettivo dei positivi e nel numero di tamponi effettuati nei focolai dell’epidemia. Il numero elevato di tamponi eseguiti in Veneto evidenziano una strategia aggressiva di indagine epidemiologica, anche nei confronti del personale sanitario, con un risultato evidente poi sul numero dei decessi».

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I numeri dei contagi continuano a salire, e la linea dura adottata dal governo dalle sue parole potrebbe non bastare… è così?

«La chiusura delle scuole ha determinato un crollo della patologia in età pediatrica e questo ha avuto già un impatto significativo nella diffusione dell’infezione, ma non è sufficiente. Penso ci possano volere almeno 2-3 mesi di chiusura di tutte le attività per avere una marcata riduzione dei casi, ma sono dell’avviso che sia necessario adottare un approccio aggressivo sui sintomatici senza contatto stretto e sui contatti stretti anche asintomatici, o il virus continuerà a circolare ancora per molto tempo. Ci sono diversi aspetti poi da considerare, come le fasce di età dei pazienti».

Più volte si è detto che i bambini sono meno a rischio degli anziani. Per i giovani e gli adulti cosa si evidenzia?

«Giovani, anziani e bambini sono tutti ugualmente suscettibili a Covid-19, che genera una risposta infiammatoria abnorme nei soggetti colpiti ed è causa delle complicanze che si evidenziano. Ciò che cambia è la rappresentazione clinica. Nel caso dei bambini è modesta: infatti, in Italia ci sono stati, fino ad oggi, circa 15 casi per i quali non è stata necessaria la terapia intensiva o cure invasive, ma si sono manifestate infezioni respiratorie, alcune volte associate a polmoniti, non particolarmente aggressive. Questo porta a pensare che la ridotta risposta infiammatoria tipica dei primi anni di vita contro questo virus sia un elemento protettivo. Differente il discorso per gli adulti, dove la risposta infiammatoria può generare insufficienza negli organi vitali, polmoni, cuore e reni, che nei casi più gravi porta al decesso. Ecco perché è una lotta contro il tempo ed è fondamentale un approccio aggressivo per identificare i casi positivi con pochi sintomi. Dando uno sguardo alle statistiche, nessun Paese ha una letalità superiore all’Italia per Covid-19: questo perché la diagnosi è tardiva, il contagio sta proseguendo e solo in alcuni centri vengono utilizzate terapie antivirali e/o immunoregolatorie sperimentali, che stanno dando buoni risultati in pazienti ricoverati per polmonite interstiziale bilaterale».

Quale terapia è più indicata per la cura del coronavirus?

«Trattandosi di uno stato infiammatorio grave, che segue all’infezione, ritengo che la strada intrapresa in Cina sia corretta. La terapia deve essere prevista con step successivi a seconda della gravità. Oltre agli antivirali, nei pazienti in terapia intensiva si è dimostrata utile una terapia a base di plasma con anticorpi dei pazienti guariti. Di sicuro non è efficace l’uso di corticosteroidi, mentre l’utilizzo di tocilizumab, farmaco biologico attivo contro il recettore dell’interleuchina d6, sembra dare una risposta favorevole».

Secondo lei quanto ci vorrà per uscire da questa situazione?

«Per il vaccino i tempi sono molto lunghi, quindi meglio puntare su diagnosi precoce, isolamento dei casi positivi e una terapia in grado di dare delle risposte positive».

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