Mondo 16 Marzo 2020

L’appello a Macron di 200 medici italiani in Francia: «Più consapevolezza del pericolo e più tutele»

Marco Mafrici: «Con questo documento proponiamo azioni concrete per contenere la minaccia Covid-19 in Francia. L’esempio dell’Italia insegna che la prevenzione è fondamentale e i medici devono essere protetti»

di Federica Bosco
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Essere medici è una missione, ancor più ai tempi di una pandemia e in un Paese straniero, dove il pericolo  non è avvertito in tutta la sua dimensione. Marco Mafrici, oculista, 38 anni, da sette risiede e lavora in Francia del Sud, in quella lingua di terra d’Oc tra Nimes, Marsiglia e Mompellier, e da circa un mese è completamente assorbito  dal suo lavoro in studio e in ospedale e dalle notizie che arrivano dall’Italia. Il nemico da battere è comune, si chiama Coronavirus, eppure per Marco e molti colleghi italiani, una rete di 200 medici che lavorano in Francia, è stato necessario fare un appello al Presidente Macron, alle istituzioni pubbliche, alla gestione ospedaliera, alle delegazioni regionali e a tutto il personale del settore sanitario per cercare di giocare d’anticipo e contenere la diffusione di Covid-19 sulla base delle recenti esperienze italiane.

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Come mai la rete di 200 medici italiani di cui lei fa parte e che lavora in Francia ha deciso di scrivere al Presidente, alle istituzioni e al mondo sanitario?

«Siamo oltre 200 professionisti italiani con un background  differente, ma tutti con una formazione e un trascorso professionale in Italia. Abbiamo avvertito una situazione di pericolo perché la gente, fino ad un paio di giorni fa, nonostante le notizie provenienti dall’Italia ed i primi casi conclamati anche in Francia continuava a fare vita sociale come se non ci fosse un pericolo. Il nostro obiettivo con questo documento è di condividere esperienze provenienti dall’Italia, proponendo azioni concrete per contenere la minaccia legata al peggioramento dell’epidemia di Covid -19 in Francia».

In pratica il vostro è un invito a seguire l’esempio italiano per evitare le conseguenze. Cosa chiedete nella vostra lettera?

«L’Italia, non senza difficoltà, sta cercando di contenere il più possibile la diffusione del virus. Le misure adottate consentiranno di risparmiare tempo e rallentare la diffusione nel resto d’Europa, Francia compresa, e dunque vogliamo presentare delle proposte che possano aiutare le autorità francesi a stabilire un protocollo organizzativo negli istituti sanitari che permettano di tenere alto il livello di servizio, di non mettere in pericolo i pazienti esponendoli a rischi di infezione, quindi bloccando tutti gli accessi ospedalieri ai più fragili (dializzati, immunodepressi, trapiantati o sottoposti a radio e chemioterapia) indirizzandoli a servizi ambulatoriali, e di preservare la salute di medici e operatori sanitari. I punti chiave del documento sono: il personale medico e non che svolge attività ambulatoriale deve indossare almeno una maschera chirurgica (cambiandola ogni 4 ore); coloro che lavorano ad un metro dalla bocca del paziente (come gli oculisti) o eseguono esami di tipo invasivo (come le endoscopie digestive) devono indossare maschere FFP2; le visite con pazienti che hanno malattie croniche o acute che non possono essere rinviate devono prevedere un intervallo di almeno 20 minuti una dall’altra e i pazienti devono essere dotati di maschera chirurgica e deve essere disponibile la disinfezione con soluzione idroalcolica; nel Pronto Soccorso è indispensabile pianificare un triage infermieristico o medico che selezionerà i pazienti sospetti Covid-19 con una valutazione della temperatura corporea per poi fornire un itinerario ospedaliero separato per i pazienti sospetti Covid-19; gli interventi chirurgici non urgenti devono essere rinviati, mentre sarà indispensabile fornire piani di regolamentazione delle sale operatorie per i servizi di rianimazione in caso di emergenza».

Il problema più grande sembra essere però quello di convincere le persone a non uscire di casa. È cambiato qualcosa dopo il discorso di Macron?

«Sembra esserci stata una presa di coscienza, ma la strada della consapevolezza è ancora lunga. Il decreto che impone la chiusura di locali pubblici è in vigore da domenica 15 marzo a mezzanotte, le scuole sono chiuse da oggi 16 marzo, quindi siamo in una fase di cambiamento. È importante perciò che le misure di protezione e le restrizioni sociali siano applicate su tutto il territorio nazionale. Qualunque ritardo potrebbe essere pagato a caro prezzo».

Per quanto riguarda le protezioni siete in grado di garantirle a tutto il personale medico?

«Mancano mascherine e direttive precise. Un passaggio fondamentale del nostro documento si riferisce proprio all’acquisto e alla fornitura di attrezzatura sanitaria in previsione di una fase più grave dell’epidemia. In tal senso si rimarca la necessità di fornire gli ospedali di tutti gli strumenti necessari per la rianimazione, in particolare respiratori e attrezzature ausiliarie per la gestione dei casi di sindrome respiratoria acuta e di convertire, là dove è possibile, le sale operatorie in sale di rianimazione, perché, come dimostrano i dati dell’OMS – in Francia oggi sono oltre 5400 di cui 400 in terapia intensiva e 127 morti – il Covid-19 viaggia veloce e tra l’Italia e il resto d’Europa, Francia compresa, esiste solo una differenza temporale».

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