Salute 7 Maggio 2020

Covid-19 e terapia al plasma, facciamo chiarezza con il presidente del Policlinico San Matteo: «Tutti guariti i pazienti trattati a Pavia e Mantova»

Venturi: «Oggi l’unica possibilità di superare questo virus deriva dalla risposta del nostro sistema immunitario». E aggiunge: «Il 10% dei lombardi positivi ai test sierologici con anticorpi neutralizzanti. Sono possibili donatori»

di Federica Bosco
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La terapia con il plasma sembra funzionare contro il Covid-19. A confermarlo, sono i dati del Policlinico San Matteo di Pavia che, insieme all’ospedale Carlo Poma di Mantova, ha dato vita alla prima sperimentazione su 80 pazienti con un bel risultato: sono tutti guariti, come ci ha confermato il presidente del Policlinico San Matteo Alessandro Venturi.

«Questa è la chiave per curare i malati di coronavirus – spiega Venturi –. È stata un’intuizione del nostro  infettivologo Raffaele Bruno che, con il professor Cesare Perotti, direttore del servizio di immunoematologia, ha rispolverato un’antichissima terapia che si basa sull’immunizzazione passiva attraverso un vaccino o attraverso l’infusione di anticorpi specifici per il virus che si vuole combattere e che in qualche modo facilitano la risposta del sistema immunitario. Il protocollo siglato lo scorso 16 marzo ha dato poi il via libera alla sperimentazione su 80 pazienti tra Pavia e Mantova e, a breve, questa terapia sarà iniziata a Padova, in Toscana e in Piemonte. Ad oggi l’unica possibilità di superare questo virus deriva proprio dalla risposta del nostro sistema immunitario».

C’è un momento particolare in cui occorre effettuare questa terapia?

«Si sta sperimentando su più fasi di evoluzione della malattia. Le fasi più gravi, in cui il paziente si trova già in una terapia intensiva o in una respirazione assistita, ma anche in situazioni che precedono questo aggravamento del paziente, che sicuramente sono le migliori, perché se possiamo evitare che si vadano a compromettere alcune funzioni, evidentemente riusciamo ad anticipare anche il momento di guarigione. Negli Stati Uniti, addirittura, stanno sperimentando questa terapia come profilassi preventiva: infondono il plasma iperimmune anche in persone che ancora non hanno contratto la malattia e che sono però molto esposte, come il personale sanitario, in modo da creare una base di anticorpi che possano evitare il contagio. Oggi è praticabile solo all’interno delle strutture ospedaliere, ma nulla vieta, in prospettiva, che questi anticorpi neutralizzanti possano essere anche concentrati in fialette, in modo da essere somministrati in maniera più agile in un contesto extraospedaliero».

Come funziona?

«Si estrae il plasma da un donatore che è un ex paziente guarito dal Covid-19 e disponibile a donare. Si raccoglie una sacca di 600 ml di plasma, ovvero solo la parte liquida del sangue, mentre tutto il resto viene reintrodotto. L’operazione richiede 25-30 minuti ed è indolore. Una sacca serve per trattare due pazienti».

Chi sono oggi i vostri donatori?  

«In particolare sono ex pazienti che hanno superato la malattia e che hanno un valore di anticorpi alto. Questo protocollo si è potuto avviare al San Matteo proprio perché nel laboratorio di virologia i nostri ricercatori hanno messo a punto una metodica che permette di individuare questi anticorpi neutralizzanti e di quantificarli».

Ad oggi è sufficiente il plasma che avete raccolto per curare coloro che sono ancora in terapia?

«Il protocollo sperimentale prevedeva, nella fase iniziale, l’arruolamento di un numero circoscritto di pazienti a cui somministrare questo tipo di terapia. È ovvio che questo si potrà espandere anche ad altri pazienti e ampliare l’arruolamento. Quello che possiamo dire è che ad oggi noi stiamo lavorando già per stoccare e creare una scorta di plasma per fare fronte ad una eventuale seconda ondata di diffusione del virus, ed avere un’arma a disposizione per fronteggiare l’emergenza. La possibilità di precostituirsi delle scorte in congelatore è un atto di grande responsabilità e di grande generosità da parte di tutti coloro che hanno incontrato la malattia e l’hanno superata. Questa è l’unica arma a disposizione».

I test sierologici oggi permettono di avere un maggior numero di donatori, è così?

«Il test sierologico deve essere strettamente collegato a questa finalità. Lo scopo di un test sierologico di tipo quantitativo è titolare gli anticorpi dal punto di vista della quantità e individuare una potenziale platea di donatori, in modo tale da poter avere un’arma per il futuro».

I risultati che avete ottenuto ad oggi sui test sierologici cosa vi stanno dicendo?

«In questa prima fase gli esami sono stati fatti ai sanitari e alle persone poste in auto-quarantena o messe in quarantena dalle ATS. I risultati ottenuti ci danno due informazioni straordinarie:

  • La sieroprevalenza sul personale sanitario ci dice che circa il 10% del personale sanitario ha incontrato la malattia, e questo dato è in linea con la sieroprevalenza di tutta la popolazione lombarda. Questo significa che il 10% dei lombardi ha avuto il coronavirus, quindi il numero delle morti che ci sono state rientra a pieno titolo nella percentuale di mortalità di questa malattia. E soprattutto ci fa capire che il virus è circolato molto, ma non tantissimo, perché se solo il 10% l’ha avuto, il restante 90% è esposto al rischio.
  • Il secondo aspetto dice che Regione Lombardia ha fatto un’azione di isolamento e di contenimento della diffusione del virus straordinaria, perché delle persone poste in quarantena il 50% hanno avuto il virus e l’altro 50% no. Questo significa che Regione Lombardia ha messo in quarantena il doppio delle persone che hanno contratto il virus. E questo riporta una parola di verità sul tema dei tamponi. Sembrava che fare tamponi fosse la soluzione del problema, invece non è così, perché i tamponi hanno inevitabilmente una capacità di produzione e di diagnosi limitata. Quindi, l’aver posto in auto-quarantena o quarantena domiciliare le persone, ha garantito il contenimento del virus. Se il 50% delle persone non l’ha incontrato, significa che si può convivere con il virus, con un distanziamento fisico, una protezione e un’attenzione minima. Questo è un dato estremamente importante e confortante».

Alla luce di questi risultati, il vaccino può essere superfluo?

«No, il vaccino sarà essenziale a livello mondiale. Il problema è che arriverà nel tempo, perché occorre lavorare in maniera seria e sicura. La plasmaterapia è efficace in questa fase, in cui non abbiamo un farmaco specifico e una protezione fisica che sarà data dal vaccino, quindi è uno strumento democratico da usare quando non abbiamo altre possibilità. Ma non bisogna porlo in contrapposizione al vaccino o ai farmaci specifici che semplificherebbero la somministrazione e la disponibilità. Oggi il plasma iperimmune è contingentato dal numero di donatori e comunque non è un procedimento immediato».

 

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