Salute 29 Settembre 2020

Spreco alimentare ai tempi del Covid-19, Sorice (Simevep): «Tonnellate di eccedenze da stop ristorazione»

Oggi si celebra la prima Giornata mondiale per la consapevolezza sullo spreco e le perdite alimentari, proclamata dalle Nazioni Unite. Il Presidente della Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva: «Il tracollo del settore sarebbe stato una disfatta se non si fosse pensato a recuperare quanto stoccato nei magazzini e pronto per essere utilizzato»

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Lo spreco alimentare ai tempi del Covid-19. Oggi si celebra la prima Giornata mondiale per la Consapevolezza sullo spreco e le perdite alimentari, proclamata dalle Nazioni Unite. Un’occasione utile per fare il punto sulla questione. Come sono cambiate le abitudini alimentari degli italiani? E cosa è successo durante il lockdown? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Sorice, Presidente Simevep (Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva).

Lo spreco alimentare è un problema molto grande e diffuso in tutto il mondo, tant’è che è stata indetta una giornata mondiale specifica sull’argomento. Qual è la situazione, sia nel mondo che in Italia? Il problema è in aumento o in diminuzione? Quanto costa questo spreco sia in termini di cibo buttato sia dal punto di vista economico?

«La sensibilità sul tema dello spreco alimentare è sicuramente aumentata negli ultimi anni, le campagne di sensibilizzazione organizzate da più parti, come la giornata di oggi, hanno decisamente aumentato la consapevolezza da parte delle persone, delle imprese e delle istituzioni. Questa aumentata sensibilità ha fatto registrare negli ultimi anni una diminuzione dello spreco alimentare che, ricordiamo, comporta dei costi enormi in termini di consumo di risorse, di acqua, di suolo coltivato, di energia di lavoro. di smaltimento rifiuti che è pari o superiore a 15 miliardi di euro distribuiti tra filiere produttive, distribuzione e ambito domestico».

Lo spreco alimentare è un problema che i singoli possono combattere adottando alcune abitudini e avendo qualche accortezza. Cosa si può fare per limitare il più possibile il problema?

«Teoricamente siamo tutti paladini dell’antispreco, in pratica lo spreco alimentare è un problema che riguarda tutti, nessuno escluso, dalle imprese della filiera ad ogni cittadino. Basti pensare che ancora oggi la maggior parte dei cittadini non conosce la differenza tra data di scadenza di un alimento, indicata come “da consumarsi entro il” ed il Termine Minimo di Conservazione di un alimento, indicato come “da consumarsi preferibilmente entro il”. È molto importante perchè mentre la prima indica la data entro la quale il prodotto deve essere consumato per evitare problemi di ordine anche sanitario, la seconda, “da consumare preferibilmente entro”, indica la data entro la quale il produttore consiglia il consumo e garantisce che tale prodotto conserva le caratteristiche di qualità  dell’alimento stesso, fragranza, consistenza, ma non c’è nessun divieto di consumarlo dopo tale data».

Durante il lockdown gli italiani sono stati invitati ad andare al supermercato il meno possibile, ed in effetti le lunghe file e la paura del contagio hanno spinto tutti ad uscire di casa lo stretto indispensabile, anche per andare a fare la spesa. Ciò significa che chi andava a fare la spesa, generalmente, ha cercato di fare scorta e dunque di comprare quanta più roba possibile. Avete dati sullo spreco alimentare durante il lockdown? Come ha influito l’impossibilità di fare la spesa tutti i giorni e comprare solo lo stretto necessario sui consumi (e sugli sprechi) degli italiani?

«Sicuramente il periodo di lockdown ha determinato in modo significativo il modo di fare la spesa, in primo luogo perché ci si è trovati di fronte alla necessità di preparare tutti i pasti della giornata per tutta la famiglia, cosa che prima non accadeva perché impegnati al lavoro piuttosto che a scuola, e di conseguenza ad ingegnarsi anche per variare il “menu” domestico. Questo ha comportato un ritrovato modo di cucinare e di preparare i pasti facendo più attenzione allo spreco e a riutilizzare anche gli avanzi preparando nuove pietanze che si erano un po’ dimenticate ma che sono state sempre ben presenti nei nostri ricordi dei tempi delle nostre mamme e nonne. Il settore della ristorazione invece ha dovuto affrontare un grandissimo problema: come tutti i ristoranti, pizzerie, bar, mense sono stati costretti ad interrompere le loro attività e di conseguenza si è generata una eccedenza di materie prime. Lo stop della ristorazione ha causato tonnellate di eccedenze in questi segmenti ed il tracollo del settore sarebbe stato una disfatta se non si fosse pensato a recuperare quanto stoccato nei magazzini e pronto per essere utilizzato. E così fin dai primi giorni della crisi molte aziende della filiera agroalimentare hanno contattato le reti delle associazioni del volontariato, Banco Alimentare e Caritas per citarne solo alcune, per salvare cibo buono e sicuro. Pure in mezzo a molte difficoltà le reti già organizzate sul territorio, da metà marzo fino alla ripresa delle attività, hanno fatto arrivare più di cento tonnellate di cibo fresco a chi aveva poco o nulla da mettere in tavola. Tutta questa attività doveva essere fatta nel rispetto delle procedure di sicurezza alimentare, perché questo cibo arrivasse sano e sicuro e distribuito in tutta sicurezza anche attraverso il sistema delle verifiche e dei controlli effettuati senza sosta dai Veterinari, dai Medici e dai Tecnici della Prevenzione delle ASL. Controlli e ispezioni che non si sono mai interrotti nemmeno durante il lockdown perché considerati indifferibili per garantire che il cibo arrivasse sano e sicuro sulle tavole delle famiglie del Paese».

 

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