Salute 19 Febbraio 2021 15:45

Intervista a Cartabellotta (Gimbe): «Sistema Regioni a colori non ha piegato i contagi. Ora lockdown di 2-3 settimane»

Abbiamo chiesto al presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, perché in Italia i contagi non scendono e quanto bisogna temere le nuove varianti: «Senza lockdown questo sfiancante stop&go durerà per tutto il 2021»

Intervista a Cartabellotta (Gimbe): «Sistema Regioni a colori non ha piegato i contagi. Ora lockdown di 2-3 settimane»

Vaccinazioni a rilento e pericolo varianti, l’Italia del febbraio 2021 rischia di vedere nuovamente i contagi aumentare. La maggiore trasmissibilità della variante inglese, destinata secondo l’Istituto Superiore di Sanità a diventare predominante, ha portato all’istituzione di singole zone rosse. Prima Perugia, poi Chieti e Pescara. Mentre l’Rt delle regioni ricomincia ad alzarsi.

Altri paesi, il Regno Unito in primis, hanno scelto il lockdown duro per contrastare l’arrivo della terza ondata. Una soluzione che anche alcuni esperti italiani cominciano ora a richiedere a gran voce. Sanità Informazione ha consultato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, per discutere della possibile progressione dell’epidemia nei prossimi mesi.

Dottor Cartabellotta, si è parlato di lockdown generale come unica soluzione per abbassare i contagi insieme ai vaccini. È indicato per l’Italia ed è davvero il metodo da usare?

«Nonostante gli effetti del sistema delle Regioni “a colori”, introdotto più di tre mesi fa, tutte le curve si trovano in un plateau d’alta quota: quasi 390 mila positivi, oltre 18.200 persone in ospedale e più di 2.000 in terapia intensiva. Se il nuovo Esecutivo deciderà di mantenere la strategia di mitigazione al mero fine di contenere il sovraccarico degli ospedali, bisognerà accettare lo sfiancante stop&go degli ultimi mesi almeno per tutto il 2021. Se invece intende perseguire l’obiettivo europeo zero-Covid, questo è il momento per abbattere la curva dei contagi con un lockdown rigoroso di 2-3 settimane al fine di riprendere il tracciamento, allentare la pressione sul sistema sanitario, accelerare le vaccinazioni e contenere l’emergenza varianti.

Ovviamente questa strategia presuppone che il sistema (sanitario e non) sia predisposto a far fruttare i risultati del lockdown: dal potenziamento dei sistemi di testing alla ripresa del contact tracing anche con strumenti elettronici; dal passaggio della quarantena fiduciaria a quella monitorata; dal potenziamento del trasporto locale alla messa in sicurezza di scuole, Università e luoghi pubblici su aerazione e deumidificazione dei locali; da rigorose politiche per controllare frontiere e flussi turistici a strategie di coinvolgimento attivo dei cittadini e misure più rigorose per il rispetto delle regole.

Il dubbio è che la politica, oltre a temere le conseguenze sociali ed economiche di un nuovo lockdown, non sappia se il Paese è davvero pronto a perseguire la strategia zero-Covid. Occorre in ogni caso essere consapevoli che l’attuale sistema delle Regioni a colori, oltre ad esasperare i cittadini e a danneggiare le attività economiche con decisioni last minute, non è riuscito a piegare la curva dei contagi e mantiene ospedali e terapie intensive al limite della saturazione, con la minaccia delle varianti che da un giorno all’altro potrebbero mandare in tilt i servizi sanitari».

Quanto sono pericolose le varianti per la campagna vaccinale e, se i vaccini dovessero mostrarsi in larga parte inefficaci, di quanto ritarderebbe secondo lei l’uscita dalla pandemia?

«Le tre varianti che in questo momento preoccupano maggiormente (inglese, sudafricana e brasiliana) hanno la mutazione N501Y, che conferisce al virus una maggiore trasmissibilità. Le varianti sudafricana e brasiliana, però, hanno anche altre mutazioni, come la E484K, che conferisce la capacità di “scappare” dalla risposta immunitaria, minando l’efficacia dei vaccini. Per esempio, dati preliminari del trial clinico di AstraZeneca hanno mostrato una netta riduzione dell’efficacia del vaccino in Sudafrica, dove la variante sudafricana è dominante. Sulla variante inglese, invece, i dati di Israele ci permettono di essere più ottimisti. In ogni caso, potrebbe essere necessario adattare ripetutamente i vaccini, per controllare alcune nuove varianti di Sars-CoV-2. Inoltre, con l’aumento della trasmissibilità probabilmente comune a tutte le varianti, sarà necessario raggiungere coperture vaccinali di popolazione più elevate».

I numeri non scendono e ora con le varianti rischiano di aumentare di nuovo, cosa abbiamo sbagliato?

«Nel nostro Paese la pandemia è stata gestita molto bene durante la prima ondata. L’impreparazione sanitaria e la paura collettiva per un nemico sconosciuto hanno portato all’unica decisione assennata: un lockdown tempestivo, rigoroso e prolungato seguito da riaperture graduali di attività e mobilità. Questo ha permesso di abbattere la curva dei contagi sino ad un minimo di 1.400 nuovi casi settimanali e 41 letti occupati in terapia intensiva. Un risultato straordinario che, tuttavia, ha favorito la diffusione della narrativa del “virus clinicamente morto” su cui cittadini, servizi sanitari e politica si sono comodamente adagiati, complice l’estate e la voglia di libertà, certi che il peggio fosse ormai alle spalle.

In sostanza, all’inizio dell’estate scorsa avevamo un grande vantaggio sul virus: quello era il momento di potenziare i sistemi di testing & tracing per avviare una strategia di eliminazione del virus. Ma sino a quando non abbiamo visto scoppiare nuovamente gli ospedali le azioni sono state molto light. Ovvero se la prima ondata l’abbiamo subìta, la seconda l’abbiamo favorita, con ritardi nel potenziamento sanitario prima e decisioni politiche troppo lente poi. Tutto questo favorito da un contesto di cronica debolezza del sistema dovuta al pesante definanziamento della sanità pubblica (dipartimenti di prevenzione decimati con personale all’osso, organizzazione territoriale inadeguata), oltre che dal cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni.

Le cose sono andate poi molto male nella prima fase dell’autunno: mentre i casi salivano in maniera esponenziale ed ospedali e terapie intensive si riempivano progressivamente, dopo settimane di inutile attesa al suono del mantra “non è come a marzo”, con ben 4 DPCM in 21 giorni è iniziata l’affannosa rincorsa al virus. E solo con l’ultimo (3 novembre 2020) è arrivato il sistema delle Regioni “a colori”, decisamente troppo tardi perché i casi positivi erano ormai 800 mila. Da allora con vari stop&go, inclusa la “stretta” di Natale, siamo riusciti a dimezzarli allentando la pressione sugli ospedali. Ma, di fatto, i numeri continuano a rimanere troppo alti per riprendere il tracciamento e l’arrivo del vaccino ha fatto calare l’attenzione sulla gestione della pandemia».

C’è un paese che ha fatto meglio nel contrastare il virus?

«A livello europeo tutti i Paesi hanno optato, finora, per una strategia di mitigazione e convivenza con il virus. I Paesi che hanno raggiunto migliori risultati in termini di indicatori di salute, sociali, economici sono però quelli che hanno adottato la strategia di eliminazione (zero-Covid). Una strategia che mira ad interrompere la catena di trasmissione del virus con azioni tempestive e incisive in caso di individuazione di nuovi focolai, attraverso un efficiente sistema di testing & tracing e l’isolamento non più fiduciario ma controllato, oltre alle misure individuali (es. Cina, Hong Kong, ma anche paesi democratici quali Corea del Sud, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda)».

 

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