Salute 4 Luglio 2020

Fame d’aria – Capitolo 9

Ogni sabato, su Sanità Informazione, il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti. Luca esce dalla terapia intensiva ma è ancora sedato. Quando si risveglia ha indosso il casco CPAP. Una tortura che durerà un tempo infinito

Fame d’aria – Capitolo 9

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“Dove sono? Mi guardo intorno, cerco di capire ma non lo so, non saprei proprio dire ma fa nulla, mi sta bene. Mi sono ritrovato qui e basta. Non ho ricordi di cosa stessi facendo prima o di dove mi trovassi. Semplicemente sono qui, in un luogo che non riesco a identificare. Non è casa mia, non è l’ospedale in cui lavoro, non è un posto che conosco. Direi quasi che non è nulla. Ci sono dei tavoli ma non ci sono pareti. È tutto confuso, quasi fluttuante.

C’è tanta gente e conosco quasi tutti. C’è mia figlia Elisabetta, e anche Brigida, la seconda, insieme alla madre. Ci sono amici, colleghi, parenti vari e poco più in là, vicino ad un altro tavolo pieno di roba da mangiare e bottiglie, c’è la mia bambina piccola, quella che vive a Roma. C’è anche sua madre.

Guardo verso l’alto e il cielo mi sembra la superficie del mare vista dal fondale. Il sole non è un disco luminoso chiaro e immobile ma si espande, si muove, ondeggia come un riflesso. Riesco anche a guardarlo: sembra ovattato, la sua luce non mi acceca.

«Ciao Luca, felice di rivederti di nuovo in salute», mi fa una persona che ha le fattezze di un mio lontano cugino ma che non è mio cugino, o almeno io non lo ritengo tale. Ma guardandolo, parlando con lui, sono assolutamente certo e convinto che sia mio cugino. È difficile spiegare la sensazione, me ne rendo conto, ma è come se lo identificassi e io sia certo che quella persona lì è proprio mio cugino, ma più lo guardo e più so che non è lui: è molto diverso e ora sembra quasi un’altra persona, e vicino a lui ha una donna che non conosco, che non è sua moglie, ma niente mi toglierà dalla testa che quello lì, in realtà, sia lui, quel mio lontano cugino.

«Ben tornato a casa», mi fa Elisabetta, mia figlia, piangendo e abbracciandomi. Io le rispondo che non la vedo da tanto, che ero in pensiero per lei, che avevo chiesto di lei un milione di volte agli infermieri e ai medici ma quelli dicevano sempre che era stazionaria, che non migliorava né peggiorava, che le stavano dando tutte le cure che avevano ma che lei continuava da avere problemi a respirare.

«Papà, c’è il pesce crudo», mi fa la mia bambina piccola, quella che vive a Roma, tutta contenta. «Mi piace un sacco il pesce crudo». Io l’abbraccio, prendo da un tavolo un vassoio davvero enorme, pieno di tartine al caviale, cocktail di gamberetti, sushi e roba del genere e glielo poggio sulle gambe. «Grazie, papà», mi risponde lei spazzolandosi tutto il cibo in pochi secondi: «Ne voglio ancora», mi fa. Vedo che dalla sua bocca escono delle bollicine d’aria ogni volta che parla. Guardo gli altri che continuano ad avvicinarsi a me e a congratularsi con me per la mia guarigione. Anche loro cacciano bollicine dalle labbra. Vedo dei cavallucci marini che ci volano attorno.

Capisco che siamo sott’acqua. Capisco d’improvviso, senza che nessuno mi dica niente, che quella festa è stata organizzata da chissà chi per darmi il bentornato dopo i mesi (o gli anni?) di ospedale. Ora mi ritorna tutto in mente. Anche io, come mia figlia, sono stato in ospedale attaccato all’ossigeno. E ora, dopo essere guarito, incontro tutte le persone a cui voglio bene per celebrare il giorno in cui è finito tutto. Regalo gioielli alle mie figlie. Alla più grande, due biglietti per il viaggio di nozze. Si deve sposare.

Ma mentre sto con gli altri, mentre bevo vino bianco, mangio pesce e guardo i fuochi d’artificio che esplodono nell’acqua di quell’oceano infinito, così, d’improvviso, senza che nel frattempo sia successo nulla ma semplicemente come se il montatore del film della mia vita avesse incollato tra di loro due fotogrammi di momenti completamente diversi e distanti nel tempo, mi ritrovo in una tuta da sub, con le pinne e le bombole dell’ossigeno appese alla schiena. Ricordo quando da ragazzo mi piaceva immergermi nel mare profondo e visitare grotte, entrare tra gli scogli, osservare da vicino il mondo che pulsava di vita anche laddove il sole non era mai arrivato.

Sento un colpo forte al casco. Forse ho battuto la testa contro uno scoglio. Ne sento un altro. Forse mi sono scontrato con un pesce molto grosso. Sento un terzo colpo. Mi sveglio”.

Un infermiere diede tre colpi al casco in cui avevano infilato la testa di Luca dopo averlo estubato il 19 marzo. Dopo due settimane di coma farmacologico, le sue condizioni erano migliorate e lo avevano trasportato in terapia sub-intensiva. Qui però, per farlo respirare, gli avevano messo un casco CPAP, una specie di scafandro di plastica con valvole e tubi che consente una ventilazione non invasiva del paziente. Luca era come svenuto, così, all’improvviso, e l’infermiere aveva dato quei colpi per svegliarlo.

“Ero sott’acqua”, fece Luca, parecchio frastornato, alle persone che gli giravano intorno e facevano cose che lui non riusciva ad interpretare. I medicinali con cui gli avevano indotto il coma producevano ancora i loro effetti collaterali, e Luca, in quel momento, non era lucidissimo.

“E che ci facevi sott’acqua?”, gli chiese una voce.

“Festeggiavamo il mio ritorno a casa”.

“E chi c’era?”.

“C’erano tutti. Le mie figlie, la mia ex moglie, i colleghi…”, non riuscì a terminare la frase. Luca vomitò nel casco. L’infermiere aspettò che finisse di liberarsi, poi aprì uno sportellino e cercò di pulire il più possibile quel macello con diverse garze. Luca si sentiva stringere alla gola. Nonostante l’aria, aveva la netta impressione di star soffocando.

“Non respiro… non respiro… mi sento morire”, diceva agli infermieri. “Dai, forse a me non serve. Ce la faccio da solo a respirare… ne sono sicuro”, continuava ad articolare con difficoltà. Loro cercavano di tranquillizzarlo dicendogli che avrebbe dovuto portare quell’aggeggio solo poche ore. Ma anche solo poche ore di quella tortura erano troppe, per Luca.

Così, quando rimase solo nella stanza, cercò di toglierselo. Provò a slacciarselo, a diminuire la pressione che quell’arnese faceva sulla sua gola, ma niente, non ci riusciva.

“Mi vogliono uccidere”, pensava con sempre più convinzione. “A cosa mi serve ‘sto casco? Respiro peggio con ‘sta cosa in testa…”. Poi, mentre continuava a maneggiare il casco per provare a toglierselo, vide con la coda dell’occhio una manopola. “Forse, se giro quella, riesco ad allentare la stretta”. Ma poi, in uno sprazzo di lucidità, gli venne in mente che, toccando quella manopola, avrebbe addirittura potuto peggiorare la situazione. E lui, in quel momento, era da solo. Sarebbe morto strangolato e nessuno avrebbe potuto aiutarlo, nessuno se ne sarebbe accorto. La sua parte razionale ebbe la meglio e rinunciò definitivamente a provare ad allentare quel cappio.

Passò un tempo infinito con quella cosa in testa. Gli parvero settimane, se non mesi. Doveva stare fermo e se si muoveva anche solo di un po’ tutta la stanza gli girava intorno. Si accasciò e vomitò altre volte. Delle mani gli entravano nel casco ora per pulire il vomito, ora per bagnargli un po’ le labbra screpolate e piene di croste. Ora sentiva dirsi “stai molto meglio”, “ce la farai”, e incitamenti di questo tipo, ora vedeva il personale dell’ospedale armeggiare con rapidità e preoccupazione intorno al suo letto.

Ogni minuto che passava era sempre più convinto che la realtà non fosse come gliel’avevano spiegata, ma molto più preoccupante. Cominciò a sospettare di loro. Quel casco, quel marchingegno che avrebbe dovuto farlo respirare meglio, in realtà gli impediva di respirare. E tutte quelle cose che facevano intorno a lui, quel dimenarsi a destra e sinistra per fare cose, che cosa non si sa, non erano anche quelle un po’ sospette? Non è che forse lo stavano usando come cavia per testare delle possibili cure o, peggio ancora, gli stessero volutamente iniettando il virus? Per quale motivo avrebbero dovuto farlo? Luca non lo sapeva, ma era sicuro che ci fosse qualcosa sotto.

Così, quando gli infermieri tornarono, lui gli fece: “So cosa state facendo. Toglietemi subito il casco o vi denuncio, lo dico a tutti”. Gli infermieri si guardarono interdetti ma non diedero peso alle sue parole. Anzi, lo assecondarono. Erano entrati proprio per togliergli il casco: “E va bene, ci ha scoperti. Glielo togliamo”.

Finalmente libero, si sentì come se fosse stato per troppo tempo sott’acqua. Provò a respirare a pieni polmoni. “Ma quanto tempo l’ho portato?”, chiese agli infermieri. “Due settimane? Un mese?”.

“Macché”, fece uno dei due, “saranno state quattro o cinque ore al massimo…”.

Luca si sentì preso in giro e inveì contro quelle persone, dall’età e dall’identità indefinite, che stavano palesemente tentando di ingannarlo. Ormai li aveva sgamati. Quattro o cinque ore? Davvero volevano fargli credere che quel tormento era durato solo mezza giornata? Lo sapeva lui quanto era durato. Li aveva contati i giorni di tortura. E loro, quelli che si spacciavano per infermieri, non solo lo avevano torturato per giorni, ma lo prendevano anche in giro dicendogli che il tutto era durato un niente.

“Devo parlare con mia figlia. Subito!”, urlò.

“Luca, abbiamo qualcosa per te”. Questa volta era una voce femminile, più rassicurante delle altre ascoltate fino a quel momento. Ma lei, da dove era spuntata? E che giorno era? Era quando gli avevano tolto il casco o il giorno dopo, oppure una settimana dopo? La concezione del tempo gli si era totalmente sballata.

Luca aprì un pacchetto rettangolare e sottile. Ne uscì un telefono. “Chiama tua figlia”, gli disse ancora quella voce gentile, “fai questo numero”.

Luca, tremando, provò a digitare il numero. Sbagliò un paio di cifre per l’emozione. Poi ci riuscì.

“Pronto, papà?”.

“Elisabetta…”, fece lui, scoppiando a piangere. Piangeva anche lei. “Come stai?”.

“Io molto meglio papà, sto molto meglio. Ma tu? Come stai?”. Luca tornò serio, dimenticando d’un tratto che non aveva notizie della figlia da tantissimo tempo e che anche lei era preoccupatissima per lui. Le spiegò quello che aveva scoperto.

“Io non lo so come sto. Penso di stare meglio ma questi che mi girano intorno”, disse abbassando la voce, “fanno delle cose strane. Non capisco cosa vogliono fare, di certo non mi stanno guarendo né aiutando a stare meglio. Anzi, penso di essere guarito e che mi stanno iniettando di nuovo il virus per continuare le sperimentazioni”.

“Papà, ma che dici?”.

“Fidati di me Elisabetta, stanno facendo proprio questo”.

Restarono qualche secondo in silenzio. “Elisabetta”, fece il padre, ancora piangendo, “ti prego… vieni qui, vieni a salvarmi. Questi mi vogliono uccidere…”.

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