Salute 30 Agosto 2020

Fame d’aria – Capitolo 12

Su Sanità Informazione il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti

Fame d’aria – Capitolo 12

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Non aveva mai visto così tanta gente per strada, eppure ci viveva da anni in quella zona di Roma. In case diverse ma sempre attorno alla Tuscolana, tra il Quadraro e Cinecittà. Più che un quartiere, un assembramento asfissiante di palazzoni alti e squadrati, montagne altissime che impedivano al sole di cadere per terra, con solo qualche alberello qua e là che però proprio non riusciva a regalare, a quel grigio così invasivo, una seppur minima tonalità di verde, ma solo un mucchio di foglie morte, giallognole e umide ai marciapiedi e all’asfalto.

Era appena uscito dal cancello del suo palazzo. Aveva due buste di immondizia che gli penzolavano dalle dita. Poco prima s’era messo addosso i primi indumenti che aveva trovato sulla sedia in camera sua, non si era neanche pettinato. Aveva solo indossato la mascherina, raccattato bottiglie di vetro, contenitori di plastica, lattine e tovaglioli sporchi, s’era infilato le scarpe ed era uscito fuori.

Era entrato in ascensore e, una volta arrivato al piano terra, la porta gliel’aveva aperta il ragazzo che viveva nell’appartamento accanto al suo, al quinto piano. Un giovanotto albanese che portava al guinzaglio un pitbull grosso e muscoloso. Indugiò qualche secondo. Più che l’animale senza museruola (era un animale discretamente inquietante ma lo aveva incrociato altre volte e, a dispetto della sua figura feroce e attaccabrighe, se n’era sempre stato tranquillo) temeva l’umano senza mascherina.

Aspettò qualche secondo che quello si allontanasse per farlo passare. Alla fine, si arrese e tanti saluti al distanziamento sociale. Davanti a lui c’era una signora, anch’essa senza mascherina. Stava uscendo e, quando lo vide arrivare, gli tenne aperto il portone del palazzo (così, per gentilezza, come fanno i buoni vicini). “Eccone un’altra – pensò Lorenzo –, niente mascherina e niente distanza di sicurezza. Su questo avevo ragione: nel momento in cui riapriranno tutto, la gente uscirà di casa e si comporterà come se non fosse successo nulla. Ma capirai che genio che sono, non era difficile da prevedere…”.

Era la mattina di lunedì 18 maggio, il giorno in cui, sostanzialmente, l’Italia riapriva. Dopo mesi di isolamento coatto ognuno a casa sua, si poteva finalmente uscire anche solo per fare due passi o prendere un gelato. Una cosa impensabile solo fino a pochi giorni prima.

“Dire agli italiani ‘potete uscire, ma con moderazione e senza dimenticarvi le regole che dobbiamo seguire tutti per limitare il contagio’, è come urlare ‘il buffet è aperto, ma non vi accalcate’ ad un’orda di ragazzini affamati durante una festa”. Così aveva detto qualche giorno prima ad una sua amica e lei si era fatta una sonora risata.

E ora era lì, sotto al cancello del suo palazzo e di fronte a se aveva la solita Roma. La Roma stracolma di auto parcheggiate, traffico asfissiante, clacson molesti, persone che camminano in fretta con le buste della spesa o un cane al guinzaglio. C’era gente, tanta, tanta gente, tanta come non ne aveva mai visto in vita sua, almeno in quella zona lì.

Rimase circa un minuto immobile con le buste penzoloni. Rivide per lunghi e interminabili secondi la stessa strada vuota, senza persone, senza auto e senza rumori. Rivide quella stessa strada com’era solo un paio di giorni prima e sentì mancargli il fiato. Ritornò in sé e prese a scansare i pedoni che gli camminavano a pochi centimetri di distanza. Alcuni avevano la mascherina abbassata sul mento, altri attaccata al gomito, qualcun altro non ce l’aveva proprio. Erano in pochi quelli che la portavano nel modo corretto.

E dunque lui restava lì, impietrito, incapace di muoversi se non di pochi passi per evitare le persone che si avvicinavano. Si sentì incapace di fare qualsiasi movimento se non, appunto, quelli che in quel momento gli sembravano solo contrazioni involontarie dei muscoli dettate dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. Sentì che l’aria cominciava a mancargli e, in uno sprazzo di lucidità, si sentì anche discretamente ridicolo per quel balletto che stava facendo. Così, senza muovere un passo, lanciò le due buste verso il cassonetto dell’indifferenziato e rientrò velocemente nel palazzo.

Si avvicinò di fretta all’ascensore ma era occupato. Qualcuno stava scendendo al piano terra e sarebbe arrivato nel giro di pochi secondi ma lui non volle aspettare: non voleva incrociare nessuno né, tantomeno, toccare un pulsante o una maniglia già toccati da qualcun altro. Salì a piedi. Di piani da fare ce n’erano un bel po’ e già gli mancava il fiato, un po’ per la corsa, un po’ per quella specie di attacco di panico che gli era venuto, un po’ per la mascherina che non abbassava, neanche quando si trovava da solo.

Fece l’ultimo piano di corsa per paura di incontrare qualcuno proprio quando era quasi arrivato a casa sua. Chiuse la porta dietro di sé arrancando per il fiatone. Avrebbe voluto buttarsi sul letto ma prima c’erano tutte le procedure di svestizione e sanificazione da fare. Così prese il flacone di disinfettante e strofino per bene le mani, poi si tolse i vestiti e li lasciò su una sedia all’ingresso, poi in mutande andò a lavarsi le mani e, per sicurezza, le cosparse di nuovo di gel disinfettante.

Restò immobile per cinque o sei minuti, aspettando che il cuore tornasse al suo ritmo regolare e che il respiro gli si calmasse. Quando fu più calmo e lucido ricordò che era sceso non solo per gettare l’immondizia ma anche per fare un po’ di spesa, visto che non aveva nulla da mangiare. Ma di scendere di nuovo non se ne parlava. Non dopo che aveva visto tutta quella gente in giro. Prese il telefono e chiamò la sua amica. Non si erano ancora sentiti quel giorno.

“Penso mi sia venuto qualcosa di simile ad un attacco di panico”, fece Lorenzo. “Racconta”, rispose l’amica.

“Sono sceso di casa e, non appena ho visto la strada presa d’assalto dalle persone e dal traffico, mi sono sentito come quando finisci di leggere un libro che ti ha particolarmente preso o sei arrivato all’ultimo giorno di vacanza in un posto che ti piaceva un sacco: mi sono sentito svuotato, triste, malinconico. Ho pensato che è tutto finito, che si ritorna alla solita, monotona e caotica vita che si faceva prima. Poi ho visto un signore anziano che mi veniva incontro senza mascherina e mi sono spostato per non farlo avvicinare troppo. Poi una coppia di fidanzati con la mascherina abbassata, anche loro venivano verso di me e di nuovo mi sono scostato. Ad un certo punto ero accerchiato, ti giuro. Attorno a me decine e decine di persone che sembravano esser scese di casa con il preciso scopo di venirmi incontro, senza mascherina né distanziamento di un metro. Sembravano lì apposta per tentare di infettarmi. Mi è mancata l’aria e mi è salita un’ansia che non ho mai provato e sono scappato in casa, al sicuro”.

“Mi sa che sei diventato un po’ paranoico in queste settimane chiuso da solo in casa”.

“Non sono paranoico. È che oggi hanno riaperto tutto perché non potevamo più permetterci di non far ripartire le attività commerciali. Abbiamo riaperto per questo, non perché il rischio nel frattempo è scomparso. Certo, la curva dei contagi è in calo, ma tutti gli esperti dicono che se non facciamo attenzione torniamo punto e daccapo e allora, in caso di un secondo lockdown, davvero non ne usciamo vivi. E invece no, da oggi è liberi tutti. Ognuno fa il cazzo che vuole e sembra non ricordarsi nemmeno dove eravamo solo poche settimane fa. O forse, e non so se è meglio o peggio, se la ricordano eccome la vita di prima e oggi vogliono fare tutto quello che non hanno potuto fare per mesi”.

“Se vuoi vengo a farti un po’ di compagnia, o tu puoi venire qui. Così non ci pensi e ti tranquillizzi”.

“Ma sei matta? Dovresti prendere i mezzi pubblici, e lo stesso dovrei fare io. Ma allora non è chiaro neanche a te che il pericolo non è passato? Qui se facciamo finta che non sia successo niente ci ritroviamo punto e daccapo, e per quanto io mi sia trovato bene in casa a vivere questa vita sospesa, leggera, quasi surreale, non voglio che si ritorni in una situazione in cui la gente perde il lavoro, è vietato vedere i “congiunti”, non si può fare una passeggiata, e così via. Proprio perché la gente non ce la faceva più a stare chiusa dentro ora tutti dovrebbero fare attenzione. Ma figurati se ce la fanno. Il virus se lo sono già dimenticati…”.

“Dai, non essere catastrofico. Vediamo come va nelle prossime settimane…”.

“Vuoi sapere cosa penso? Che se l’andazzo è questo, i problemi non li vedremo tanto fra quindici giorni o un mese, quanto più in là. Ho paura che se per agosto la situazione resta tutto sommato sotto controllo, ecco… lì, in estate… sarà lì che ci faremo davvero male…”.

continua…

 

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