Salute 2 Maggio 2020

Fame d’aria – Capitolo 1

Ogni sabato, su Sanità Informazione, il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti. Siamo a fine febbraio. Elisabetta è una ragazza di 29 anni in ottima salute, quando qualcosa entra nella sua vita e la segnerà per sempre. La corsa in ospedale con il padre, la Tac che rivela qualcosa di brutto. Da qui ha inizio il suo calvario.

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Quanti giorni erano passati? Una settimana, un mese? Poteva dirlo con precisione? In teoria, non era una domanda difficile: ricordava in quale giorno era stata ricoverata, non aveva vuoti di memoria, era sempre stata vigile, le sarebbe bastato prendere il cellulare e guardare la data, fare una sottrazione elementare e il dubbio sarebbe svanito.

No, non era questo il problema, però significava barare, un po’ come prendere la calcolatrice per fare una moltiplicazione tutto sommato facile, che poteva essere risolta anche a mente. E invece lei, senza aiuti esterni, senza qualcuno che le dicesse “sei qui da sei, sette, otto giorni, un mese, un anno”, non avrebbe saputo darsi una risposta. Il tempo era praticamente immobile, neanche a dire che era lento. No, fermo, piantato.

Almeno questa era l’impressione che aveva quando gli attacchi di tosse e i conati di vomito le concedevano una tregua. Quando riusciva a distogliere l’attenzione da quel malessere diffuso e pervasivo che le rendeva le giornate un inferno. Quando gli infermieri non entravano in stanza, bardati da capo a piedi come cavalieri medievali, come astronauti, a darle quella pozione malefica, quel veleno che, a loro dire, l’avrebbe fatta stare meglio. Quando, insomma, era sola e poteva ascoltare, una dopo l’altra, identiche, le sue boccate d’ossigeno, profonde e rumorose come non lo erano mai state.

Poteva calcolare il tempo che passava semplicemente contando i suoi respiri, ma alla fine a chi importava? Non si guarisce perché il tempo della malattia è scaduto: “Ok, la tua polmonite durerà quindici giorni, tieni duro e fra due settimane esatte te ne torni a casa”. No, non funziona così. Prima si risolve il problema, sempre che si riesca a risolverlo, e poi si esce, al di là di quanti giorni, o mesi, siano trascorsi.

“Che giorno è oggi?”, le capitava di chiedersi in uno di quei rari momenti in cui, insomma, aveva il tempo per annoiarsi e non pensare ai suoi dolori. Prendeva il cellulare, guardava la data, trovava la risposta. Oppure lo chiedeva all’infermiere, quelle rare volte che passava. Era marzo, su quello non c’era dubbio.

Però poi, a pensarci bene, perché chiederselo? Cosa cambia, che beneficio dà saperlo? Se a farsela è una persona in galera, per dire, la domanda può pure avere un senso. Un assassino potrebbe scontare, chi lo sa, trent’anni? Un ladro sicuramente un bel po’ in meno: diciamo tre, quattro? Un ladruncolo di mele al mercato, chiamiamolo così, un delinquente di mezza tacca, si farà qualche mese, non di più. Per tutti questi, seguire il tempo che scorre ha un senso.

Mettiamo che Tizio deve scontare una pena complessiva di un anno, 365 giorni. Entra in cella e passa il primo, gliene restano 364, poi il secondo, gliene resta uno in meno ancora, e poi il terzo, il quarto e così via. Passata una settimana, gli resta da scontare un anno meno una settimana. Se non fa cazzate, se non partecipa a risse, se non accoltella nessuno, la pena non aumenterà. Anzi, si prende anche la buona condotta ed esce prima. E se poi c’è un indulto, un’amnistia?

Se Tizio ha una condanna a cinque anni, ad un anno, ad una settimana, i giorni quelli sono, non di più. Se si sveglia vivo, Tizio ha un giorno in meno da passare in quella stanza. Ma se invece della galera è l’ospedale, contare i giorni non ha senso.

E quindi, quanti giorni erano passati? Importa poco, perché ad un certo punto, in un punto temporale qualsiasi della sua degenza, Elisabetta sentì bussare forte alla porta. Un uomo si precipitò dentro la stanza. Era completamente coperto da quello scafandro che lo rendeva uguale a tutte le altre persone che entravano, irriconoscibile.

“Elisabetta, presto, ci serve la tua firma”, le disse il primario porgendole dei fogli e una penna. “Una firma? Per cosa?”, arrancò presa dall’affanno, un po’ per la difficoltà a respirare e un po’ per lo spavento. “È una cura sperimentale, ci serve la tua autorizzazione”. “Una cura sperimentale? Quella che sto facendo non funziona?”. “Non è per te”. “E per chi è?”. Passò qualche secondo. “È per tuo padre”. “Mio padre?”. “Sì, lo abbiamo ricoverato da poco in terapia intensiva…”.



“E se avessi il virus?”, chiese Elisabetta al padre. Non aveva una bella voce. Erano in auto e lui guidava, lei era seduta alla sua destra. Lei lo guardava, lui guardava davanti a sé. “Non dire cretinate”. “T’immagini se la prima persona che si prende ‘sto schifoso di virus in Campania so’ proprio io?”, sorrise Elisabetta.

Non ci credeva davvero mentre lo diceva. Anzi, era sicura che non fosse quello il problema, però ne aveva sentito parlare tanto, in tv, in radio, sui giornali, su internet, fin da quando l’epidemia era ancora confinata in Cina, e lei, al pari di tutti gli altri esseri umani, ha una mente aperta agli stimoli esterni, vuoi o non vuoi come tutti può lasciarsi influenzare, ed è difficile ignorare gli stimoli esterni se sono così insistenti, così disgraziati.

D’altra parte, solo pochi giorni prima era scoppiato il caso di Codogno, questo paesino in provincia di Lodi che non aveva mai sentito nominare in vita sua, un posto che non faceva neanche 16mila abitanti, ma che risultava, nell’incredulità generale, essere uno dei primi focolai italiani. Il problema, all’epoca, era visto come lontano, e il contagio un’eventualità davvero remota.

Era così un po’ per tutti, gente comune ed esperti. Lei non era stata in quelle zone di recente e non aveva incontrato nessuno che provenisse da lì. “E poi, dai, mica ci si becca solo sto virus, non è che stai male e, di conseguenza, hai per forza quello. Insomma, tutte le altre patologie non sono mica scomparse?”.

Qualche giorno prima, e solo per puro scrupolo, aveva chiamato il numero dedicato ai casi sospetti. Aveva spiegato che non stava bene, quali erano i sintomi. L’operatore era scoppiato a ridere e no, le disse, lei non aveva il virus, non presentando sintomi respiratori non c’era bisogno di fare il tampone, il quale veniva fatto, per l’appunto, solo a chi aveva i sintomi.

Ripensando tempo dopo a quella telefonata Elisabetta non proverà rabbia. Sa benissimo che in quel momento, quando lei cominciò a non sentirsi bene, la conoscenza diffusa sul virus era molto carente, e solo successivamente, quando lei ormai era già attaccata al tubo dell’ossigeno, sarebbero emerse verità scientifiche fino a poco prima del tutto trascurate, assolutamente sconosciute e a volte, va detto, anche imprevedibili.

Era la fine di febbraio. Ormai era già qualche settimana che non stava bene, che faceva il giro dei medici per capire che cos’avesse. Era partito tutto da una semplice febbre, alta, ma senza altri sintomi: niente tosse, né affanno, né debolezza, né altro. Nulla, insomma, che facesse pensare ad una sindrome polmonare. Una febbre durata diversi giorni, che raggiunse anche picchi di 39 gradi e che non rispondeva al paracetamolo.

Elisabetta fece un’analisi delle urine e venne fuori una carica batterica molto alta di Escherichia Coli, un’ipotesi poi confermata dai diversi medici consultati. Iniziò a prendere l’antibiotico e la febbre, effettivamente, cominciò a scendere, fino a scomparire nel giro di circa una settimana. Tutto a posto, il cerchio si era chiuso. Dopodiché, era un lunedì, la temperatura ricominciò a salire, venne consultato uno pneumologo che avanzò un’ipotesi di legionella, un indizio di polmonite batterica. Serviva una radiografia del torace.

È per questo che lei e il padre erano in macchina, quella mattina. Da Torre del Greco stavano andando a Napoli per una radiografia. Arrivarono, parcheggiarono e salirono in ospedale. Dopo essere stata ricoverata, Elisabetta scambiò due parole con il radiologo, il quale, sentendola parlare, le disse preoccupato: “Forse è il caso che facciamo una Tac… probabilmente quello che hai potrebbe non emergere dalla radiografia”.

Ma neanche dalla Tac uscirono fuori indizi che potessero far pensare a quel virus, così le fu prescritto del cortisone e fu dimessa. La situazione precipitò quel pomeriggio stesso, e il giorno successivo peggiorò ancora. Questa volta i sintomi erano più vicini a quelli descritti ogni giorno dagli esperti. Altra corsa in ospedale, ma questa volta fu mandata al Cotugno di Napoli.

L’accolse una dottoressa che, vedendo le condizioni in cui si trovava, si premurò di dirle: “Guarda, io non so se è il virus o no, ma per come ti sento parlare, anche se non è quello il problema, ti devo per forza trattenere. La tua Tac – le disse – è molto, molto brutta, e la tua voce mi fa pensare che qualcosa di serio ce l’hai. Probabilmente una polmonite in stato avanzato”.

Fu qui che le certezze di Elisabetta cominciarono a vacillare. Fu portata in un’ambulanza, ferma, isolata, e lì tenuta fino alle dieci di sera in attesa del tampone. Da sola, immobile sul lettino, aveva la mente fissa su quel dubbio, quell’ipotesi remota che avrebbe potuto trasformarsi in certezza nel giro di qualche ora: “E se ce l’avessi veramente? E se l’avessi passato a qualcun altro? Ma poi, dove lo avrei preso?”. “Signorina – l’interruppero entrando in ambulanza –, ci siamo, abbiamo il tampone”.

 

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