Salute 9 Maggio 2020

Fame d’aria – Capitolo 2

Ogni sabato, su Sanità Informazione, il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti. Elisabetta è all’Ospedale Cotugno, isolata dagli altri pazienti e dalla sua famiglia. Non riesce a respirare e ogni più piccolo gesto per lei è un’impresa, tra svenimenti, colpi di tosse e crisi vomito.

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Elisabetta fece appena in tempo a premere il pulsante con cui poteva chiamare gli infermieri in caso di emergenza, dopodiché svenne. Purtroppo, a volte ne passava di tempo da quando un paziente cercava aiuto a quando l’otteneva. Come gli altri nelle sue condizioni in altre stanze dell’ospedale, era da sola e nessuno, fatta esclusione per gli operatori che le portavano da mangiare o le somministravano la terapia, poteva entrare.

E lei non poteva uscire, non solo perché le mancassero le forze, ma perché, come se ce ne fosse stato bisogno, glielo avevano espressamente vietato. Non si trovava in quel tipo di ospedale a cui tutti pensano quando pensano ad un ospedale: non c’erano vicini di letto con cui parlare o tirarsi su il morale a vicenda; non c’era quel viavai di infermieri, medici, inservienti o familiari, suoi e degli altri, con cui scaricare le tensioni, distrarsi o chiedere aiuto se necessario. Se lei stava male, se aveva una crisi respiratoria, un mancamento, una fitta alla schiena, non c’era nessuno ad aiutarla. Non poteva esserci. Doveva premere il pulsante, ingoiarsi il dolore e aspettare.

Prima di entrare gli infermieri dovevano cambiarsi, indossare tuta, guanti, maschere, insomma tutto quel che serviva a poterle dare una mano senza correre il rischio di dover passare dall’altra parte, da chi cura a chi viene curato. C’era poi tutto il percorso da fare per trasferirsi dalla parte pulita, gli uffici in cui si riposavano o svolgevano quella parte del lavoro che non richiedeva il contatto con i pazienti, a quella sporca. Finita la visita, si doveva fare il percorso inverso e svestirsi facendo estrema attenzione ad ogni singolo movimento per non contaminarsi. Un lavoro e una fatica enormi. Per questo ogni richiesta di aiuto doveva essere ben motivata: “Chiama solo se stai veramente male”, l’avevano avvertita.

Quella volta stava male per davvero. Aveva provato a respirare da sola ma l’ossigeno non le era bastato. Fu colpita da attacchi di tosse così forti che vomitò sul pavimento. Riuscì a riprendersi leggermente e a concentrare le forze residue sulle dita con cui premette il pulsante.

I primi giorni per lei furono terribili proprio perché non riusciva a staccarsi dal tubo dell’ossigeno. Inspirava, anche con forza e rabbia, ma il suo corpo tratteneva poco e nulla. Così, quasi fosse un gioco per ingannare il tempo, decise di cercare di rosicchiare ogni giorno di più qualche secondo di autonomia all’inerzia dei suoi polmoni malati. E passa un giorno, passa l’altro, riuscì a conquistare quei due, tre minuti di carica che le avrebbero permesso, per lo meno, di andare in bagno.

Andare in bagno significava staccarsi dall’ossigeno e cercare di fare il tutto nel più breve tempo possibile. Era come immergersi nell’acqua del mare per raccogliere una pietra dal fondale potendo contare solo sull’aria trattenuta prima del tuffo. Capitava che dovesse provarci più di una volta, e così faceva un respiro profondo, si levava la maschera, faceva forza sulle gambe per alzarsi, provava a stare eretta per un secondo ma c’era sempre qualcosa a tenerla inchiodata al lettino: colpi fortissimi di tosse, giramenti di testa, mancamenti.

Così desisteva, si dava ancora un po’ di tempo per riprendersi, dieci minuti, un quarto d’ora, e poi ci riprovava, di nuovo invano, di nuovo desisteva, di nuovo rimandava, dieci minuti, un quarto d’ora, e così avanti fino a quando l’esigenza non diventava tanto impellente da costringerla ad alzarsi e tirarsi avanti, strascicando un passo dopo l’altro, in aperta sfida a tutte le forze che cercavano di impedirglielo, come un soldato ferito che attraversa un ponte sotto il fuoco nemico.

I primi giorni dovette arrangiarsi parecchio, sia nel nutrirsi da sola che nell’avere quel minimo di cura di sé che poteva permettersi. Il personale passava raramente, giusto per portarle il vitto e i medicinali. I medici facevano lo stesso, una visita quotidiana estremamente veloce. Non poteva chiamare un infermiere ogni volta che doveva andare in bagno, e se lì dentro si fosse sentita male nessuno se ne sarebbe accorto, nessuno l’avrebbe aiutata.

In queste occasioni portava con sé il cellulare e si faceva accompagnare da sua madre, l’unica persona che avrebbe potuto dare l’allarme in caso di collasso. Per diversi giorni funzionò così: sua madre, dall’altro capo del telefono, le faceva da badante, si sincerava che tutto andasse bene e la riaccompagnava come per mano nel lettino.

Non era la prima volta che premeva quel pulsante, che stava così male da non poter far finta di nulla solo per evitare di rubare energie e tempo a chi si prendeva cura di lei, o ad altri che avrebbero potuto averne più bisogno. E ogni volta si chiedeva quanto ci avrebbero messo, sempre che ci fosse effettivamente stato qualcuno a raccogliere la sua richiesta di aiuto. La struttura, per quanto più avanti si dimostrerà essere una delle più organizzate nel fronteggiare l’emergenza, all’epoca, al momento del ricovero di Elisabetta, era stata colta impreparata dagli eventi, o almeno questa era l’impressione che lei aveva avuto guardandosi intorno. I pazienti non erano ancora molti, ma la straordinarietà del momento, l’imprevedibilità con cui tutto era successo, avevano preso alla sprovvista anche il personale e la sua gestione.

Bisogna avere fortuna anche nel momento in cui capita una sfortuna grande come quella di beccarsi una patologia tanto grave e, all’epoca, ancora rara. E lei si sentiva molto, molto sfortunata, non solo per la tempistica con cui era successo tutto, ma anche per la forma che aveva preso questa malattia. Aveva sentito, nei giorni precedenti il suo ricovero, che in molti risultavano positivi senza presentare sintomi. In più, pareva che solo gli anziani se la vedessero davvero brutta. I giovani no, sembravano quasi immuni: al massimo diventavano messaggeri del virus e infettavano qualcun altro, ma loro se la cavavano. Lei aveva solo 29 anni e nessun’altra patologia. Era forte, in piena salute. Non riusciva proprio a darsi una spiegazione che avesse un senso.

Mentre era ancora incosciente due persone entrarono in stanza. Non poteva rendersi conto di quanto tempo fosse passato. Gli infermieri la rianimarono, pulirono il vomito, le stettero vicino per qualche minuto. Lei chiese scusa per il disturbo, piangendo, loro la accarezzarono per tranquillizzarla, dopodiché uscirono e lei tornò ad essere sola, a sentire nessun altro suono che i suoi colpi di tosse, a non provare null’altro che non fosse malessere, debolezza e paura. “Da quanto tempo sto qui dentro?”, si chiese ancora una volta. Erano passati solo pochi giorni, e non erano neanche i peggiori della sua permanenza lì dentro.

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