Salute 15 Maggio 2020

Fame d’aria – Capitolo 3

Ogni sabato, su Sanità Informazione, il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti. Elisabetta affronta le cure sperimentali contro il Covid. Tra questi, uno sciroppo disgustoso che ha pesanti ricadute sul suo corpo. Ma proprio quando pensa di star migliorando, le dicono che anche suo padre è ricoverato per lo stesso motivo, in terapia intensiva.

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Elisabetta era laureata in Farmacia e lavorava a Caserta per un’azienda farmaceutica. Era insomma discretamente pratica di principi attivi, nomenclature e trattamenti antivirali, anche se in ufficio si occupava d’altro, di cose burocratiche. Fino a quel momento aveva dunque avuto a che fare con quel mondo sia negli anni di università che, successivamente, per questioni lavorative, oltre che per le più banali e ovvie ragioni di salute: allergie, contusioni, malanni stagionali, cose così.

Per questo, quando firmò il consenso alla terapia e lesse che le avrebbero dato un determinato sciroppo, un antivirale usato per trattare pazienti affetti da HIV, intuì per grandi linee di cosa si trattasse, ma non poteva sapere effettivamente cosa avrebbe ingerito né che sapore avesse. In quel momento, con quel dolore e quell’angoscia cuciti dentro, non se lo chiedeva.

La prima volta che ne prese un sorso ebbe un conato di vomito. Non era semplicemente cattivo, non aveva un sapore definibile. Le sembrò solo, banalmente, di aver ingerito un veleno, qualcosa che non poteva entrare in un organismo vivente senza distruggerlo, disgregarlo dall’interno. Certo, forse quella brodaglia avrebbe ucciso il virus, ma avrebbe portato via con sé anche i tessuti della sua lingua, del suo esofago, del suo stomaco, del suo intestino. Era come dare alle fiamme una casa intera per uccidere un gruppetto di topi.

E difatti, tra le controindicazioni di questa cura c’era una forte diarrea, sintomo di un corpo che avvertiva il pericolo, lo riconosceva, lo circoscriveva e faceva il necessario per espellerlo il più velocemente possibile.

Quattro giorni dopo il suo ricovero aveva effettuato una nuova Tac che aveva dato risultati addirittura peggiori della prima: tra la risposta al tampone e l’inizio della terapia era passato diverso tempo e la polmonite, frattanto, era progredita. Quando era stata ricoverata, diversi medicinali che poi avrebbe preso non facevano ancora parte dei protocolli di cura. Andava avanti così, dipendente dall’ossigeno, di cui si privava solo quando doveva andare in bagno o le portavano il cibo. Di più proprio non poteva. Aveva difficoltà enormi a mangiare, non riusciva neanche a sollevare il braccio per tenere la forchetta o aprire le confezioni in cui c’era il pasto. Era smunta, irriconoscibile.

Ora, come poteva una persona in questo stato, ricoverata da giorni per via di un virus sconosciuto al mondo che le provocava un malessere dilaniante e diffuso e che non la lasciava dormire, senza terapie consolidate e affidabili a darle sollievo, accudita da persone che avevano negli occhi una paura e una stanchezza molto più grandi e profonde delle sue; che non poteva vedere né la famiglia, né gli amici, né il fidanzato; che non riusciva a mangiare, e quando ci riusciva, era il pasto di un ospedale, mica di un ristorante stellato; che non era in grado neanche di respirare e che anche per andare al cesso doveva farsi la croce; che stava da sola e non poteva chiedere aiuto se non nei casi in cui la probabilità di restarci secca era molto alta; che per guarire doveva mandar giù un intruglio che sapeva di morte, e senza avere, tra l’altro, la sicurezza che servisse a qualcosa; come poteva insomma una persona così allo stremo delle sue forze, delle sue capacità e della sua volontà, non aggrapparsi anche alla più piccola speranza, alla più misera circostanza benevola, al segnale più insignificante, al più impercettibile occhiolino della sorte?

Tale fu per lei il chiassoso ingresso, nel silenzio delle quattro mura in cui avevano imprigionato lei e il suo male, di un uomo che, all’improvviso e senza annunci o squilli di tromba, avanzava con il passo svelto e deciso di chi avesse trovato la cura definitiva, ma che invece, più modestamente, le annunciava con un sorriso larghissimo, per quanto nascosto: “Elisabetta, ti ho portato la Nutella”.

Era il primario e con sé portava una busta della spesa. L’idea non era tanto quella di tirarle su il morale quanto quella di attenuare gli effetti collaterali dello sciroppo, che poi era più o meno la stessa cosa. Avevano infatti constatato che se, poco prima o durante l’assunzione del medicinale, si dava uno shock alle mucose e alle papille gustative attraverso un alimento estremamente acido o estremamente basico, il corpo reagiva molto meglio. Quindi le alternative erano: crema alla nocciola o gorgonzola. Considerato che quest’ultimo non si trovava in monoporzioni e mangiarlo la mattina non era proprio il massimo, optarono per la prima.

Elisabetta svuotava quelle piccole confezioni quando poteva ma senza esagerare per non terminare le scorte troppo in fretta. Quella piccola carezza le fece bene, oltre che al corpo anche all’umore, ma non per questo sentiva di avere il diritto di potersene approfittare: era pur sempre un’ospite lì, e i padroni di casa si stavano sbattendo fin troppo per lei.

Quando le toccava prendere la medicina, le passavano un cucchiaino di plastica e una confezione, tirava via la pellicola e ne mangiava una buona parte, circa tre quarti. Il resto lo leccava subito dopo aver preso il medicinale, per addolcirne il sapore.

Fu una svolta, seppur piccola e completamente ininfluente sull’andamento della sua malattia. Fu forse un segno che le cose per lei stavano migliorando, o almeno così volle interpretare il fatto. Ma un’altra buona notizia le arrivò non molto tempo dopo, quando una dottoressa le disse che stavano riuscendo a procurarsi l’antivirale in compresse, le quali erano molto meno disgustose della versione liquida. L’unico problema era che in Europa non si trovavano e dovevano arrivare dall’Africa, dove se ne faceva grande uso a causa dei tanti malati di HIV. Bisognava solo aspettare un po’.

Il suo spirito trovò una nuova, piccola riserva di energia, una minuscola bolla d’aria che risaliva dal mare profondo verso la superficie. E il suo corpo, ad un passo dall’oscurità del fondo, riuscì ad aggrapparvisi in tempo per non annegare definitivamente. O forse non fu lo spirito a portare con sé il corpo. Forse al contrario fu il suo corpo, le sue condizioni in leggerissima ripresa, a rinvigorire lo spirito di quel poco che bastava per farle credere che il peggio fosse passato o che stesse passando.

Cominciò a sentirsi un po’ meglio. I dolori dietro alle spalle, quelli interscapolari tipici della polmonite, si ridussero parecchio, e anche l’ossigeno indotto cominciava a non essere più un’asfissiante necessità. Ormai camminava senza arrancare e aveva ripreso colorito.

Fu allora che le dissero che il padre si trovava lì, nel suo stesso ospedale ma in terapia intensiva, e che serviva una sua firma per testare su di lui una nuova cura a base di un medicinale utilizzato fino ad allora per l’artrite reumatoide.

Elisabetta scoppiò a piangere: “Devo parlare con mia madre”, disse al primario. “Fai pure, ma ci serve in fretta, non sta messo bene…”, rispose lasciando la ragazza da sola. Lei si sedette sul letto guardando i fogli e cercando di capirci qualcosa, ma le lacrime, la preoccupazione e la responsabilità che le era stata data nel momento già di per sé peggiore della sua vita non le permisero di capirci nulla. Prese il telefono e chiamò la madre: “Elisabetta?”. “Voi lo sapevate?”, le chiese senza salutarla. Silenzio. “Non volevamo farti preoccupare”. “Mi hanno detto di firmare il consenso per fargli fare una cura che non è mai stata sperimentata. Che devo fare?”. “Firma, firma subito”. “Ma se gli fa male? Se non funziona? Forse dovrei informarmi prima”. “Firma – ripeté la madre –, non c’è un’altra scelta”. “Ma io già sto una schifezza – urlò tra forti colpi di tosse –, perché devo prendermi pure la responsabilità per papà?”. “Elisabetta – rispose la madre con la voce tremula –, firma, ti prego. Non sta bene, ne ha bisogno veramente”.

La piccola bolla d’aria, quella a cui s’era aggrappata anima e corpo e che la stava riportando, lentamente, in superfice a respirare, scoppiò e la lasciò ricadere nel buio abissale. Vide la luce che splendeva in alto allontanarsi e farsi sempre più scura. All’improvviso le mancò di nuovo il respiro. E così, in apnea, firmò.

 

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