Salute 16 Agosto 2020

Fame d’aria – Capitolo 11

Su Sanità Informazione il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti. Elisabetta e il padre sono ancora in ospedale. Lei non negativizza e lui ha bisogno di fare riabilitazione. Ma la fine della loro degenza è vicina…

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“Datemi notizie di mio padre, vi prego”.

Dopo giorni e giorni e giorni in cui ripeteva al personale dell’ospedale sempre la stessa domanda, gli infermieri dissero finalmente ad Elisabetta che Luca, suo padre, era uscito dalla terapia intensiva ed era stato portato in sub-intensiva. Le dissero che gli avevano messo il casco CPAP. Glielo descrissero come un congegno infernale, insopportabile, in cui gira un getto continuo di aria che dà l’impressione, a chi lo indossa, di star costantemente soffocando, quando invece la sua funzione è esattamente l’opposta. Le raccontarono di pazienti che, piuttosto di continuare a sopportare quella tortura, si facevano sedare.

Ora che il padre era sveglio, cosciente, Elisabetta sentì ancora più forte il desiderio, la necessità di mettersi in contatto con lui. Unico problema: non aveva assolutamente idea di come fare. Poi, come un’illuminazione, si ricordò che nella sua borsa, tra i suoi effetti personali, c’era anche un cellulare: un telefono vecchio che non usava quasi più ma che funzionava ancora. Prese la borsetta, lo cercò, lo trovò. Era in fondo a tutto, sommerso dai trucchi, dal portafogli, dall’intrico dei fili degli auricolari intrecciati, da pacchetti di fazzoletti e roba varia. Provò ad accenderlo ma era scarico e lei non aveva il caricabatterie. Così chiese di nuovo aiuto ad un’infermiera.

“Non è che avete un caricabatterie per questo telefono?”. “Vedo di rimediartelo”, rispose la donna. Poche ore dopo il telefono era sotto carica. “Non è che riuscite a farlo avere a mio padre?”, supplicò Elisabetta alla stessa infermiera. “Possiamo provarci ma non ti garantisco nulla”. Impacchettarono il telefono e la donna lo portò con sé. Il giorno dopo fu recapitato al padre.

Quando si sentirono l’emozione fu così forte che entrambi restarono per lunghi secondi senza dire nulla, sopraffatti com’erano dal pianto e dai singhiozzi. Provarono entrambi un misto di senso di liberazione (per essersi risentiti dopo averlo desiderato così tanto), di felicità (perché entrambi erano ancora vivi e avevano superato la parte più difficile della malattia) e di angoscia (in quanto nessuno dei due poteva ancora dirsi fuori pericolo).

Si scambiarono qualche parola ma subito Elisabetta capì che il padre non era lucido, probabilmente a causa degli anestetici che gli avevano somministrato nelle due settimane di intubazione. Diceva cose assurde: pensava che gli infermieri e i medici gli stessero iniettando di nuovo il virus, che volessero avvelenarlo attraverso quel casco: “Elisabetta, questi qui non mi stanno curando”.

Che non stesse seguendo una terapia era vero. Lui, cosciente da pochi giorni, non sapeva ancora che era stato intubato, non sapeva che era stato quindici giorni in coma in terapia intensiva, non sapeva che la terapia gliel’avevano già somministrata. “Te lo ricordi quel medicinale dal sapore bruttissimo che prendevi? A me non lo stanno dando…”.

Luca non aveva fiducia nelle persone che gli giravano intorno e che sostenevano di volersi prendere cura di lui. Non le conosceva, non poteva vederle in faccia. Mentre Elisabetta era stata sempre cosciente e poté seguire passo dopo passo tutto quel che le succedeva intorno, il padre si era risvegliato all’improvviso in una stanza anonima, in un ospedale in cui non era mai stato prima, circondato da persone che non conosceva, senza ricordare nulla di quel che gli era successo. L’unico suo appiglio, l’unica persona che poteva cavarlo fuori da quell’incubo, era la figlia: “Elisabetta, ti prego, vienimi a salvare… voglio stare in stanza con te”.

Tra le paranoie che assillavano la mente annebbiata di Luca la più forte era quella che lo aveva convinto di aver avuto un’embolia polmonare e che nessuno se ne era accorto, eccetto ovviamente lui. Chiamava Elisabetta in continuazione, tutto il giorno e – dato che aveva perso il ritmo sonno-veglia – anche di notte, mentre lei dormiva. Ogni volta le chiedeva di trovare una raccomandazione, di parlare con qualcuno, per farlo trasferire in una camera iperbarica. Lei provava a tranquillizzarlo, a spiegargli che se gli mancava l’aria non era a causa di un’embolia polmonare ma per colpa del virus che aveva costretto sia lui che lei a quella detenzione forzata. “Elisabetta, ti prego, portami sott’acqua. Solo lì riesco a respirare…”.

I deliri di Luca, per fortuna, finirono nel giro di pochi giorni. Dopo una settimana gli tolsero il casco e lo sostituirono con una maschera che aveva un tubo lungo – una specie di proboscide – all’altezza della bocca. Fu una vera e propria liberazione. Nel corso dei giorni aveva provato più volte a toglierselo e in un’occasione ci era pure riuscito. Per sua fortuna, però, un infermiere lo notò e glielo rimise subito. Ma lui reagì male, nel senso che ebbe problemi enormi a respirare e andò nel panico. L’infermiere che stava lì gli mise una mano sul petto e lo aiutò a riprendere la regolarità di respiro che aveva perso. Passò degli attimi davvero terribili, ma per fortuna fu solo una questione di pochi minuti.

Con la nuova maschera si trovò meglio ma non troppo. Dormire a pancia sotto (come gli veniva consigliato dagli infermieri) e con la maschera aderente al viso, con la testa forzatamente girata da un lato, gli provocava forti dolori al collo e alla spina dorsale. Prendere sonno risultava dunque molto difficile e al risveglio i dolori si facevano trovare sempre puntuali, immancabili. Ma Luca migliorava e gli tolsero anche questa maschera, sostituendola con una simile ma molto meno fastidiosa. Il tutto, ovviamente, era legato al suo progressivo miglioramento.

In tutto ciò, un’altra tortura – come sempre necessaria – a cui veniva sottoposto, erano i prelievi di sangue arterioso che venivano fatti due volte al giorno per valutare gli scambi gassosi. L’infermiere di turno doveva beccare un’arteria molto piccola al livello del polso. Un’operazione tutt’altro che semplice. Quando gli girava bene, l’infermiere la trovava al primo tentativo e il dolore era molto più contenuto. Quando gli girava male, di tentativi ne servivano due, tre, quattro, cinque, e più l’ago entrava nella sua carne più il dolore si faceva insopportabile.

Nel frattempo, anche sua figlia migliorava. Dopo essersi fatta quindici giorni in isolamento l’avevano spostata in una stanza in cui c’era già un’altra persona: una maestra della scuola elementare Don Bosco di Torre del Greco che aveva avuto più o meno il suo stesso decorso. Solo che Elisabetta aveva un problema: non negativizzava. Venne sottoposta ad una vera e propria maratona di tamponi: in totale ne farà tredici.

La stanza era piccolissima, molto più claustrofobica di quella in cui era stata da sola fino al giorno precedente. E in più, sia lei che l’insegnante avevano una paura tremenda di guarire dal virus e di infettarsi di nuovo a causa dell’altra. All’epoca non si sapeva ancora se l’aver contratto il virus rendesse la persona immune da una ricaduta. Per questo si tennero sempre a distanza e usarono tutte le precauzioni che il personale ospedaliero suggeriva.

La stessa paura si ripresentò quando, al posto dell’insegnante – che nel frattempo era guarita – le misero, come compagna di stanza, un’altra donna che era già risultata negativa al tampone ma che aveva ancora bisogno dell’ossigeno. La convivenza durò solo pochi giorni: la donna fu dimessa molto velocemente.

Elisabetta, invece, restava lì. Per dichiarare guarito un paziente c’era bisogno di due tamponi negativi e consecutivi. Dopo un tampone negativo che le dette nuove speranze, i successivi tre risultarono positivi. Nulla da fare anche questa volta. Elisabetta vide i medici e gli infermieri sempre più avviliti e lei stessa ormai non ce la faceva più. Scoppiò a piangere. Le dissero che un caso del genere, in tutta Italia, si era verificato solo con una giornalista di Milano. Le altre persone, in media, restavano in ospedale quindici giorni. Elisabetta, invece, in tutto se ne farà trentatré: più del doppio. Per spiegare la singolarità della sua situazione, basti pensare che dopo ventuno giorni di antimalarico e antivirale glieli dovettero sospendere perché stava andando in tossicità: la cura rischiava di farle più male della malattia.

Suo padre, invece, migliorava giorno dopo giorno, fino a risultare negativo al tampone (sebbene non potesse comunque fare a meno dell’ossigeno). Dopo essere entrato in sub-intensiva la sera del 19 marzo, il 2 aprile fu trasferito all’ospedale Monaldi per fare riabilitazione. Tra il virus e l’immobilità della terapia intensiva, infatti, Luca si ritrovò con entrambi i polmoni martoriati da una sorta di cicatrici – probabilmente permanenti – e una gamba immobilizzata da una lesione al nervo sciatico, dovuta non si sa bene a cosa. Solo che, nella sua stanza, un ingegnere che si trovava lì per i suoi stessi motivi ebbe un improvviso peggioramento e morì. Per questo lo trasferirono di nuovo, sia lui che tutto il resto del reparto, al Cotugno.

Luca ormai non aveva più il virus ma le complicanze della degenza lo costrinsero a settimane di riabilitazione. Sua figlia, invece, all’ennesimo tampone, quando ormai non ci credeva più, quando tutti intorno a lei cominciarono a credere che quella ragazza non sarebbe mai guarita, che sarebbe rimasta sempre chiusa lì, in quell’ospedale, risultò, finalmente, negativa: tampone negativo, tre tamponi positivi, ultimo tampone negativo. Tanto bastava: Elisabetta poteva tornare a casa da sua madre e sua sorella.

“Anche dopo che sei risultata negativa al tampone – le spiegarono – continuerai ad espellere il virus per via fecale. Per questo per almeno quindici giorni dovrai avere un bagno tutto per te, in cui non potrà entrare nessuno. Dovrai dunque occuparti personalmente anche della pulizia dell’ambiente. Ovviamente, poi, la tua famiglia meno la vedi meglio è, anche se vivete nella stessa casa. E gli amici o il fidanzato, scordateli per almeno altre due settimane”.

“Ma mia madre e mia sorella ce lo hanno già avuto il virus, anche se in maniera asintomatica. Perché non posso averci a che fare?”.

“Perché in questo momento hai un sistema immunitario molto debole. Se tua sorella si becca un raffreddore, per dire, tu corri rischi importanti. Ascolta noi che ormai abbiamo imparato qualcosa su questo virus: prendi tutte le precauzioni, tieni le distanze, porta la mascherina”.

Elisabetta passò due settimane in completa solitudine e senza mettere piede fuori dalla sua stanza e dal bagno che le era stato dato in esclusiva. Sua madre e sua sorella, anche se sotto lo stesso tetto, le vedeva solo in videochiamata. Era debole, smagrita e viveva nel terrore costante di dover ricominciare tutto daccapo, che in realtà il tampone avesse sbagliato e che all’improvviso uomini mascherati sarebbero entrati dalla sua porta per portarla di peso di nuovo all’ospedale. Non riusciva a stare tranquilla. Non poteva. Per sua fortuna, fece altri due tamponi ed entrambi risultarono negativi. Era guarita, finalmente.

In quei giorni lesse molto e guardò tanta televisione. Cambiava canale ma ovunque si parlava sempre e solo di un argomento. Lei cercava di non pensare a quel che le era successo ma ogni giorno, ogni ora, ogni minuto era uno stillicidio di storie, numeri, opinioni, scoperte, studi internazionali, gente multata perché passeggiava per strada, file chilometriche ai supermercati, politici di maggioranza che sostenevano quanto fosse inevitabile e salvifico il lockdown, politici di opposizione che invece sostenevano l’esatto opposto, persone comuni che non ce la facevano più a stare chiusi in casa, commercianti e libero professionisti che chiedevano aiuto perché non guadagnavano più nulla. E lei guardava e ascoltava tutto, non poteva fare altrimenti.

L’Italia era chiusa da poche settimane ma già emergevano le voci di chi cominciava a mettere tutto in dubbio, sia l’utilità della chiusura totale che del distanziamento sociale, arrivando in alcuni casi a negare l’esistenza stessa del virus. Voci dapprima solitarie, che facevano notizia proprio perché la necessità di fare dell’intero territorio nazionale una zona rossa – almeno per alcune settimane – appariva chiara e lampante a chiunque. Con l’andare del tempo, però, la frustrazione aumentava e la lucidità diminuiva. Da poche voci, da sfoghi solitari, quella dei negazionisti – come verranno definiti successivamente – stava diventando un movimento sempre più folto e nutrito.

“Solo una persona che non ha passato quello che abbiamo passato noi può sostenere certe posizioni – disse Elisabetta al padre che, finalmente, aveva anche terminato la riabilitazione e ora stava bene –. Il virus non esiste? E allora noi perché siamo stati tutto quel tempo in ospedale? Il virus fa male solo alle persone anziane? E allora io che ho 29 anni ed ero in salute come ci sono finita in quel reparto, attaccata al macchinario dell’ossigeno? La mascherina e il distanziamento non servono? Lo vedremo tra qualche settimana se chiudere tutto è servito oppure no. Certe persone devono provarle sulla loro pelle le cose brutte per poterle capire ed accettare. In casa si sta al sicuro, non si sta in gabbia”.

“Dai, non ti preoccupare. Ce la siamo vista brutta ma ora è tutto passato. Cerchiamo di pensare alle cose belle. Ad esempio, dove ce ne andiamo di bello questa estate? Che ne dici di qualche immersione nel mare del Cilento?”.

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