Salute 11 Luglio 2020

Fame d’aria – Capitolo 10

Ogni sabato, su Sanità Informazione, il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti. In pieno lockdown, Lorenzo racconta all’amica l’assurda vicenda che gli è successa il giorno prima. Durante la telefonata, sua madre gli dà una notizia che lo sconvolge

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Lorenzo non era mai stato bravo ad azzeccare le previsioni. Lo sapeva e per questo cercava di farne il meno possibile. Se la cavava nettamente meglio nelle analisi di fatti già avvenuti. In questo caso, comunque, aveva toppato alla grande. “Ma non sono stato mica l’unico a non capirci niente di ‘sta storia”, si ripeteva per giustificarsi. Ed effettivamente era così: cantonate clamorose le avevano prese anche personaggi che, sulla carta, ne sapevano molto, ma molto più di lui.

“La verità è che nessuno ci ha capito niente. Il virus è nuovo, sconosciuto, e ne sappiamo qualcosa in più un giorno alla volta. Non ci sono cure e molto probabilmente girava già da tempo, molto prima che venissero scoperti i primi due casi. Hai presente? Quella coppia di turisti cinesi a Roma…”.

Lavorava da casa da poche settimane. Per sua fortuna, il tipo di lavoro che faceva glielo consentiva. In quel momento stava a telefono con la sua amica. Lei gli rinfacciava di essere stato un idiota a non prendere subito sul serio la questione e a continuare ad andare in giro senza mascherina. “Ecco, brava – l’interruppe Lorenzo –, proprio l’esempio più calzante. Neanche sulle mascherine riescono ad andare d’accordo. C’è chi dice che sono necessarie e chi dice che addirittura possono essere dannose, e che comunque è inutile indossarle se si tiene la distanza dagli altri”.

Era la fine di marzo, un lunedì. Le strade erano deserte. Non un’auto, in giro, non un rumore. Si viveva come sospesi nel tempo. Alla radio, sui giornali e alla televisione, al telefono e nelle chat, non si parlava d’altro che del virus che si era diffuso molto più di quanto si sarebbe potuto prevedere e delle terapie intensive di tutti gli ospedali italiani prese letteralmente d’assalto (loro malgrado) dai malati più gravi. Erano migliaia e migliaia le persone che, quotidianamente, risultavano positive al tampone e di morti se ne contavano a centinaia, ogni giorno. Mentre Lorenzo e l’amica parlavano, i casi accertati in Italia erano più di centomila e i morti quasi dodicimila. Dai palazzi penzolavano, come panni messi ad asciugare, bandiere tricolori e ogni giorno, alle 18 in punto, la gente si affacciava ai balconi per cantare insieme e farsi forza a vicenda.

“Senti questa – fece Lorenzo all’amica –. Ieri pomeriggio, mentre lavoravo al pc, mi è venuta un’improvvisa voglia di bere una birra. Sono andato al frigo e ne ho presa una, ma era l’ultima. Così me la sono bevuta e poi sono sceso per comprarmene qualcun’altra per la sera. Sia nel portone che nel cortile che fuori, in mezzo alla strada, non ho incontrato nessuno. Non c’era un’anima. Mi sono incamminato verso il bangla da cui mi rifornisco di solito ma era chiuso. Strano, mi dico, la domenica dovrebbero chiudere alle 17 e mancava ancora un’ora. Vabbè, mi sono diretto verso un altro alimentare che sta sempre non lontano da casa mia. Chiuso anche quello. Ho iniziato a preoccuparmi. In giro vedevo solo macchine parcheggiate, qui e lì qualcuno che passeggiava con il cane e volanti della polizia e dei carabinieri che perlustravano il territorio. Porca vacca, non ho portato l’autocertificazione e sono senza mascherina. E se mi fermano, che gli dico? Ora, io lo so benissimo che se non hai l’autocertificazione te la fanno firmare al momento del controllo. So anche che, essendo giornalista, potrei sempre esibire il tesserino e dire che sto facendo un reportage sul lockdown. E poi, in ogni caso, sono sceso per fare la spesa, mica per prendere un po’ di sole? Insomma, di motivi per stare tranquillo ne avevo più di uno. Però in questi giorni ho sentito e letto di così tanti episodi strani, in cui le guardie hanno multato gente che girava per strada con una facilità così estrema, che sarei preoccupato anche se avessi in tasca un’autorizzazione del Papa o del Presidente della Repubblica. Hai mai provato quella sensazione di inquietudine quando sei in auto e vedi un posto di blocco e comunque speri che non ti fermino, anche se hai tutto a posto, bollo pagato, revisione fatta e non nascondi un cadavere nel portabagagli?”.

“E come no?”.

“Ecco, sapevo che non c’era nulla da temere ma quelle vedette che passavano per controllare che nessuno cazzeggiasse in mezzo alla strada mi hanno spaventato. Però no, non dovevo tornare a casa. Era in mio diritto scendere per comprare cose al supermercato e, porca miseria, mi sarei fatto anche i chilometri a piedi per trovarne uno aperto. Poi però mi è venuto da pensare che è vero che tu puoi fare la spesa, ma non puoi allontanarti troppo da casa. Ci sono persone che si sono prese centinaia di euro di multa solo perché camminavano troppo lontano dal loro domicilio, o perché si sono fermate a fumare su una panchina, o perché sono andate al parco o in spiaggia, da soli, a rilassarsi e prendere un po’ di sole. Ho letto storie assurde, che ovviamente dipendevano più che altro dall’estremo zelo di qualche carabiniere o poliziotto e dagli ordini che avevano ricevuto, e ma se poi lo trovavo anche io un poliziotto o un carabiniere di questo tipo? Comunque, decido di continuare la ricerca. Mi sono incamminato con passo svelto, guardandomi intorno per vedere se spuntasse qualche guardia. Mi sembrava di stare in un film di guerra o in uno post-apocalittico, non so se mi spiego…”.

“Certo – rispose l’amica –, è la stessa sensazione che ho io”.

“E comunque, mentre camminavo aderente al muro, ho visto spuntare una volante. Mi sono fermato, mi sono abbassato per nascondermi dietro la sagoma di una macchina parcheggiata e sono tornato indietro. Girato un angolo, mi sono ritrovato sulla Tuscolana. Ero troppo esposto, così sono di nuovo tornato sui miei passi e sono entrato in una stradina che comunque mi avrebbe portato al supermercato. Camminavo sempre con passo svelto e ben attento a scorgere lampeggianti o gente in divisa. Ad ogni angolo mi fermavo per osservare la situazione. E comunque, per farla breve, sono arrivato al supermercato e la saracinesca era chiusa. In quel momento ho capito che forse ricordavo male, non chiudevano alle 17 ma alle 15…”.

“Infatti la domenica chiudono alle 15, non alle 17”.

“Ma perché? Che senso ha? Dovrebbero allungare gli orari di apertura dei supermercati o degli alimentari, non diminuirli. Più gli orari sono corti, più la gente si accalca. Come fanno a non capirlo? Se, paradossalmente, avessero dato a tutti gli esercizi commerciali la possibilità di stare aperti anche ventiquattrore su ventiquattro, si creerebbero meno assembramenti. Ma vabbè, così è… Comunque, ho visto che era chiuso anche il supermercato e ho capito che la sera non avrei bevuto birra. Fa nulla, torno a casa. Nel tornare mi sono imbattuto in due poliziotti (o carabinieri, non ricordo) che si avvicinavano ad un gruppetto di tre anziani che parlavano tra loro. Avevano le mascherine e la giusta distanza, ma quelli, le guardie, sono andati a rompergli le palle lo stesso. Tecnicamente facevano il loro dovere, ma quelli non stavano facendo del male a nessuno e non stavano mettendo a rischio la loro salute. Comunque li hanno cacciati via, ognuno a casa sua”.

“Mi sembra tutto così esagerato…”.

“Ora, io non avevo nulla in mano. Non avendo fatto la spesa ero automaticamente uno che era sceso di casa senza un motivo valido. Se mi avessero fermato, avrei potuto rispondere che ero sceso di casa per comprare da mangiare ma che era tutto chiuso. Al ché mi avrebbero risposto che gli alimentari chiudono alle 15, e se non lo sapevo erano fatti miei, che la legge non ammette ignoranza. Avrebbero potuto multarmi e io proprio non ho la possibilità di buttare qualche centinaio di euro così, senza motivo. E allora, ci crederai o no, mi sono messo a correre. Ho corso a perdifiato fino a casa. Una reazione stupida, perché se mi avessero visto correre mi avrebbero senza dubbio inseguito. Erano lì per questo, per trovare gente che non aveva giustificazione per stare in strada. Però ho corso, ho corso come se stessi passando tra le linee nemiche e avrebbero potuto abbattermi in qualsiasi momento…”.

“Che scemo…”.

“Lo so, però così è stato. Ero tutto sudato. Mi sono buttato subito sotto la doccia. Una volta tranquillizzato, mi sono seduto alla scrivania e mi sono fermato a pensare. Ed ho pensato sostanzialmente due cose…”.

“Ovvero?”.

“Primo, che nel momento in cui ti privano della libertà di fare anche le cose più semplici, più scontate, più normali, come passeggiare o incontrare un amico o una fidanzata, solo allora, in quel preciso istante, puoi capire che anche le cose più semplici, più scontate e più normali, non sono affatto tali. Anche poter passeggiare senza meta per strada non è e non va considerata come una cosa dovuta, un diritto inalienabile. Questa pandemia ci sta mostrando una variabile dell’esistenza a cui noi non abbiamo mai pensato, che non abbiamo mai neanche lontanamente preso in considerazione. Eppure nel mondo, di posti in cui non c’è la libertà di fare qualsiasi cosa si voglia, ce ne sono tantissimi. Anzi, forse la maggior parte della popolazione mondiale vive in una situazione di parziale o limitatissima libertà. Pensa ai Paesi in guerra, pensa alla Siria o alla Palestina. Pensa ai Paesi africani, dove non c’è nulla, né cibo né acqua. Pensa ai Paesi sudamericani, dove i cartelli della droga si sparano ogni giorno per strada, tra le case.

“Vero…”.

“E poi, secondo, e qui forse mi prenderai per matto o per insensibile, visto quel che sta succedendo a chi sta male: ma quanto era bella la città senza automobili, senza clacson, senza smog, senza la folla, senza il caos, senza la gente che ti pesta i piedi o che ti urta o che ti passa così vicino da poterne sentire la puzza. Com’era bella la città senza rumori, senza schiamazzi. E poi, com’è bello poter lavorare da casa e non doverti svegliare ogni mattina alle sei per cucinare qualcosa da mangiare durante il giorno, lavarti e vestirti in fretta, prendere la macchina e farti un’ora di viaggio e mezzora per trovare parcheggio. Com’è bello non arrivare la sera stanco morto e rimetterti in auto e rifarti tutto il traffico del raccordo e tre quarti d’ora a cercare un parcheggio, che poi magari lo trovi molto lontano da casa e tu, stanco e afflitto, devi pure camminare parecchio prima di poter rincasare ed iniziare a preoccuparti per la cena. Oppure, magari non hai niente da mangiare per cena, magari devi andare a fare un po’ di spesa, e allora dopo aver parcheggiato in culo al mondo poi devi buttarti in un supermercato e prendere la roba, fare la fila, caricarti una o due buste pesanti sulle spalle e stancarti, sudare e rientrare a casa ancora più stanco e afflitto di prima e l’unica cosa che puoi fare è mettere su una serie da guardare distrattamente mentre cucini. Poi, dopo aver cucinato e mangiato, sei così stanco e afflitto che non puoi far altro che buttarti nel letto, addormentarti per poi risvegliarti il mattino successivo e ricominciare tutto daccapo. Da quando lavoro a casa ho capito che una parte più che consistente delle nostre vite le gettiamo via in maniera del tutto inutile”.

“Ma non tutti possono…”.

“Ovvio, ma se alla gente come me, che può tranquillamente lavorare da casa senza dover per forza andare in un ufficio, se alla gente come me venisse data la possibilità, anche solo due o tre volte alla settimana, di poter aggirare le routine del lavoro moderno, ma sai quanto ci guadagneremmo, tutti? Io ci guadagnerei a livello economico perché non pagherei la benzina e non rischierei di fare incidenti (ne ho fatti tre, ma non per causa mia, nell’ultimo anno), ma più che altro ne guadagnerei di salute: un’ora e mezza o due ore buttate nel traffico, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, me le risparmierei. Così come mi risparmierei di arrivare al lavoro già stanco perché sveglio e attivo da almeno tre ore. E per questo ci guadagnerebbero anche tutte le aziende che permettono ai dipendenti di lavorare da casa: meno costi d’affitto dei locali, meno costi di gestione degli stessi e una maggior produttività data da persone più riposate ed energiche. E poi, vogliamo parlare dell’inquinamento? Niente più targhe alterne o blocchi del traffico, se a girare sono la metà, un terzo, un quarto, un decimo delle macchine che girano di solito. Insomma, come puoi vedere vinceremmo tutti…”.

“Sarà, ma a me non poter vedere altre persone comincia a pesarmi”.

“A me no, ma sono io ad essere un asociale… oh, scusa, mi sta chiamando mia madre… ti richiamo dopo”.

Lorenzo parlò una decina di minuti con sua madre, poi attaccarono e richiamò l’amica.

“Mia madre mi ha detto una cosa che mi ha messo parecchio di cattivo umore”.

“Cos’è successo?”.

“Mia cugina, Elisabetta, e mio zio, ovviamente suo padre, hanno il virus. Ora sono in ospedale. Mio zio è stato in terapia intensiva e per poco non moriva…”.

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