Salute 14 Luglio 2021 10:30

Anziani e Covid, ecco cosa significa “non vivere per non morire”

Tosato (UO Post Covid Gemelli di Roma): «Negli anziani sopravvissuti livelli di Sindrome da Stress Post Traumatico più alti che a Ground Zero. E le limitazioni alla socialità hanno fatto impennare i fenomeni depressivi»

Anziani e Covid, ecco cosa significa “non vivere per non morire”

I più colpiti, i più isolati, il bersaglio numero uno del virus che da un anno e mezzo non dà tregua al mondo intero. Di un virus che ha trovato terreno fertile non solo nelle RSA, ma anche nei bar di paese, nelle messe della domenica, nelle feste comandate intorno a un tavolo coi propri cari. Che si è insinuato in ogni piega del vivere ordinario, che ha gettato un’ombra di pericolo sui più rassicuranti riti quotidiani, colpendo, spesso a morte, loro: gli anziani.

Sin dall’inizio della pandemia, quando la spaventosa proporzione tra decessi ed età dei contagiati si palesò sotto gli occhi di tutti, il leitmotiv e la sensazione predominante fu quella di star “perdendo la memoria storica di un Paese intero”. E mentre si piangevano i morti, restavano i vivi da proteggere, ad un prezzo molto alto sulla cui portata forse non ci si è mai soffermati abbastanza: lo stravolgimento di piccole quanto significative abitudini, l’azzeramento dei contatti sociali e familiari, la paura concreta di finire i propri giorni da soli in un reparto di terapia intensiva, la sensazione di stare mettendo in un sinistro stand-by il rush finale di una vita intera. Dell’impatto psicologico e sociale di tutti questi fattori abbiamo parlato con Matteo Tosato, specialista in Geriatria, responsabile UO di Day Hospital Post-Covid presso il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Nei sopravvissuti al Covid percentuali altissime di PTSD

«Dallo scorso aprile ad oggi presso il nostro Day Hospital abbiamo valutato oltre 1.500 pazienti nella fascia della terza età sopravvissuti al Covid – afferma Tosato – ed abbiamo riscontrato la presenza di Sindrome da Stress Post Traumatico (PTSD) nel 30% dei casi. Una percentuale spaventosa, se pensiamo che la PTSD è stata riscontrata in un 25% di casi nei sopravvissuti allo tsunami in Asia nel 2004 e in un 20% di casi negli abitanti delle zone limitrofe a Ground Zero, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La PTSD non è classificabile come semplice depressione, perché comprende una serie di sintomi, talvolta severi, di natura sistemica: disturbi del sonno, allucinazioni, ansia costante, che impattano in modo drammatico sulla qualità della vita».

Depressione per oltre il 50% di anziani che non ha contratto il Covid

«Per quanto riguarda invece gli anziani che non hanno contratto il Covid – prosegue Tosato – la faccenda è ancora più complessa: per cercare di avere le idee più chiare su questo segmento di popolazione, abbiamo effettuato una raccolta dati, in via di pubblicazione. Abbiamo intervistato gli ultraottantenni che hanno effettuato il vaccino anti-Covid presso il nostro centro in merito alla loro percezione della qualità della vita negli ultimi 15 mesi, sulle attività svolte e sulla loro routine. I dati emersi sono drammatici, e hanno evidenziato il livello di stravolgimento della vita quotidiana per questa fascia d’età. Gli anziani – aggiunge – sono la categoria che più necessità di cure familiari, di sostegni di tipo sociale e sanitario, e chiaramente tutte queste reti sono venute meno nell’ultimo anno».

«Una serie di abitudini e riti consolidati che in molti casi rappresentano uno scopo, una ragione di vita, come le visite ai parenti o semplicemente recarsi in chiesa (che per gli anziani assolve alla doppia funzione di conforto religioso e partecipazione sociale), sono stati impediti. Dai dati raccolti, è emerso un maggiore impatto psicologico derivato da questi divieti nei soggetti più autonomi rispetto a coloro i quali non sono completamente autosufficienti. Quest’ultimo segmento infatti – osserva il geriatra – ha già imparato a fare i conti con un gran numero di limitazioni imposte dalla propria condizione fisica, ed ha accusato emotivamente meno il colpo. Ad ogni modo, se prima della pandemia la percentuale degli anziani che ci riferiva un sentimento di tristezza costante si attestava su un 20%, oggi siamo ben oltre il 50%».

Paura e istinto di sopravvivenza: ecco perché gli over 80 hanno aderito in massa alla campagna vaccinale

«Due considerazioni sono da fare – sottolinea Tosato –: la prima è che la portata dei disturbi emotivi causati dalle limitazioni in pandemia è stata ancora più drammatica nella fascia dei giovani adulti piuttosto che negli anziani, probabilmente perché questi ultimi hanno già familiarizzato col concetto di graduale autolimitazione dovuta all’età che avanza. La seconda è che abbiamo riscontrato soprattutto nella fascia over 80 una grandissima adesione alla campagna vaccinale: questa categoria è stata tra i destinatari prioritari del vaccino, quindi cronologicamente precedente allo scoppio del caso AstraZeneca. Soprattutto – aggiunge – il Covid è stato da subito identificato (sebbene generalizzando) come una malattia letale perlopiù per gli anziani. Sicuramente la paura, forse ancor più della speranza di tornare presto a una vita normale, è stata una leva fortissima nel generare consenso alla vaccinazione da parte degli ultraottantenni».

Ma come supportare i nostri anziani in una fase così complessa? «Approfittando, con i dovuti accorgimenti, di questa finestra temporale di pausa che il virus ci sta concedendo, con i due fattori della copertura vaccinale e della stagione favorevole, per recuperare quanti più aspetti della propria routine familiare e sociale. E aiutarsi, laddove possibile, con la tecnologia – conclude l’esperto – che aiuta ad accorciare le distanze nei casi in cui queste fossero fisicamente incolmabili».

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