Lavoro 28 Maggio 2020 17:42

Bonus ai sanitari per il “disagio” Covid. Palermo (Anaao): «Su mille euro, un medico ne intasca 350»

Le risorse provengono dal “Cura Italia” (250 milioni) e dal “Decreto Rilancio” (190). Le Regioni possono integrare. Indennità infettivologica e straordinari altri punti problematici

Bonus ai sanitari per il “disagio” Covid. Palermo (Anaao): «Su mille euro, un medico ne intasca 350»

Un bonus ai sanitari per il “disagio” rappresentato dall’emergenza Covid in Italia. Le risorse provengono sia dal “Cura Italia” (250 milioni che possono essere integrati dalle Regioni) sia dal “Decreto Rilancio” (190 milioni). Una liquidità non indifferente che dovrebbe “risarcire” tutti quei professionisti del mondo della sanità per lo sforzo fatto in questi mesi. Ma di questi milioni, quanti realmente entreranno nelle tasche degli operatori? Molti di meno, se si considera che le cifre elargite sono lorde: «Per ogni mille euro – spiega Carlo Palermo, Segretario ANAAO –, un medico ne vedrà circa 350». E chi effettivamente si vedrà riconosciuto questo bonus? Alcuni professionisti, quelli che non hanno avuto un coinvolgimento diretto nell’emergenza, non avranno diritto a nulla, mentre per gli altri ogni Regione stabilisce quali sono le fasce: si va da una fascia 0, ovvero di chi ha avuto un disagio molto limitato, ad una fascia 3 (ma alcune Regioni ne prevedono anche di più) per chi ha subito lo stress più grande.

Segretario Palermo, cosa pensate della distribuzione di queste risorse?

«Sono stati commessi diversi errori. Prima di tutto dal Governo, che non ha suddiviso a monte gli emolumenti previsti, e dunque ha fatto una distribuzione indistinta tra dirigenza e comparto. Per questo si è scatenata una vera e propria bagarre. Sia il Governo che il Ministero hanno convocato solo le confederazioni (Cgil, Cils e Uil) e i rappresentanti di categoria ad esse collegati. Parliamo di una minoranza, circa il 20% dei lavoratori. Poi c’è stato l’accordo tra Regioni e confederazioni sulla distribuzione di questi emolumenti con un intento di programmazione che è andato ad incidere sul “Cura Italia”, che destinava queste risorse alla remunerazione dello straordinario. Era stata definita una destinazione ben precisa, in quanto si parlava solo di personale sanitario. Le confederazioni hanno però voluto una distribuzione più larga, e se venisse applicata così avrebbe conseguenze paradossali: noi, come dirigenza medica, abbiamo ad esempio un’Irpef più alta di circa 15-20 punti. Ne consegue che otterremmo un netto inferiore, ad esempio, ad un infermiere. Per cui un infermiere della terapia intensiva, che ha lavorato fianco a fianco ad un medico rianimatore o di pronto soccorso, avrebbe una remunerazione netta diversa. È un problema che nessuno vuole considerare. Ma c’è un altro problema, che è quello della regolazione del disagio legato all’elemento epidemico. C’è stata la richiesta, all’interno dell’accordo tra confederazioni e Regioni, di estendere l’indennità infettivologica».

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Di cosa si tratta?

«Nel contratto questa indennità ce l’ha solo il comparto e non è prevista per la dirigenza medica. La confederazione ha chiesto alle Regioni di estenderlo, di allargarlo, e questo comporta un altro elemento di differenziazione: l’indennità è di 5,16 euro al giorno, circa 100 euro lordi al mese. Per cui se il bonus, da un lato, viene erogato in cifra lorda uguale, in base all’intensità e alla durata in giorni di disagio legato al Covid, il comparto si porta dietro un vantaggio fiscale perché ha, mediamente, un valore di tassazione inferiore, come detto, di 15-20 punti, e dall’altro ha anche l’indennità di rischio infettivologico. Si è venuta a creare una condizione assolutamente iniqua. Noi abbiamo fatto battaglia in alcune Regioni. Questo è avvenuto soprattutto in Piemonte e Veneto, dove gli accordi sono stati rifiutati. In altre Regioni, come la Toscana e l’Emilia Romagna, sono stati trovati meccanismi di compensazione e la questione è andata avanti in maniera molto meno drammatica. La situazione si è un po’ calmata in Veneto, dove c’è un pre-accordo che riconosce le nostre ragioni. In Piemonte invece siamo ancora al braccio di ferro: fatto 100 l’ammontare globale tra comparto e dirigenza, per la dirigenza si sta intorno al 20%, con l’80% al comparto. Ci vuole maggiore equilibrio e bisogna trovare meccanismi di premialità riguardo allo straordinario: tutte le ore lavorate in più da febbraio a luglio, quindi 6 mesi, vanno remunerate, secondo noi, in produttività aggiuntiva. In soldoni: non 27-28 euro all’ora ma 60».

Che tempi ci sono?

«Dal punto di vista delle delibere, alcuni accordi sono stati già firmati. È successo ad esempio in Toscana, in Emilia Romagna, in cui è previsto tutto quel che dicevo. Ci sono vari aspetti che dipendono dalla realtà locale: in Toscana, ad esempio, certamente non si è fatto un grande uso dello straordinario, in quanto l’impatto è stato inferiore rispetto ad altre Regioni. In Piemonte, per fare un altro esempio, ci sono invece ancora posizioni molto rigide, ma spero che gli accordi che stanno per essere firmati in Veneto e in Lombardia riescano, in quale modo, a rendere il confronto più calmo e basato su elementi sostanziali».

Le risorse stanziate sono sufficienti?

«Dipende. Questi soldi vengono distribuiti per fasce: da una fascia 0, ovvero scarso rischio, fino alla 3, per quelli che hanno avuto il disagio maggiore da questa emergenza. L’ultimo accordo che ho visto parla di 3-400 euro per la fascia più bassa, pro capite, fino a circa 2mila euro per quella più alta. Il problema però è la tassazione. Noi spingeremo affinché venga prevista una tassazione separata, un’aliquota uniforme per tutti, sia per noi che per il comparto, di circa il 10%, così come è stato già fatto in altre occasioni. Questo anche per evitare ricadute paradossali in cui una categoria prenda una cifra netta più alta dell’altra categoria».

Allo stato delle cose, dunque, a parità di “disagio” c’è chi prenderà di più e chi prenderà di meno?

«Se non verrà prevista una tassazione separata e omogenea, i nostri lavoratori avranno una tassazione tra il 40 e il 45%, considerando tutto, e quelli del comparto una tassazione intorno al 25%».

Può farci un esempio pratico?

«Facciamo un calcolo su mille euro. Dobbiamo subito detrarne il 37% per gli oneri previdenziali riflessi. Tolti questi, la cifra restante va in busta paga. Ma ci sono da pagare l’Irpef e altre cose. In pratica, al medico rimangono, netti, 350 euro per ogni mille. Se parliamo invece di un infermiere, gli rimangono 450-500 euro. Secondo noi questo bonus dovrebbe essere esentato totalmente dalla tassazione o, almeno, andrebbe considerato non al lordo ma al netto degli oneri previdenziali riflessi. Quella cifra andrebbe determinata con una tassazione separata».

Chi riceverà questo bonus?

«Esistono realtà diverse. In Toscana, ad esempio, chi ha fatto smart working, chi dunque non è stato toccato dall’emergenza, non riceverà il bonus. Lo riceveranno gli operatori sociosanitari, gli amministrativi che hanno fatto il front office con gli utenti, e via dicendo. In altre Regioni è diverso. Ad esempio, per quanto riguarda i lavoratori in smart working, siamo sui 3-400 euro. Ci sono dunque Regioni in cui diventa questo il primo livello. Si fa una distribuzione larga, che in genere esclude la Pta, la parte non sanitaria del comparto. Insomma, c’è una diluizione estrema delle risorse che riguarda tendenzialmente solo chi ha avuto un ruolo nel contrastare l’epidemia. Ci sono vari modi per stabilire i livelli. Alcune Regioni ne hanno 3, altre anche 4 o 5».

Da dove provengono le risorse e come sono divise tra le Regioni?

«I soldi non sono pochi: 250 milioni vengono dal “Cura Italia” e possono essere implementati dalle Regioni. Altri 190 sono previsti dal “Decreto Rilancio”. Questi soldi vengono suddivisi per fattori di assorbimento tra le varie Regioni. In Lombardia, ad esempio, saranno 70 milioni, in altre Regioni più piccole e meno colpite, molti di meno: c’è a chi spetta il 6%, a chi il 10%. In base a queste percentuali si calcola la cifra. Come detto, però, le Regioni possono implementare il totale: da 440 milioni totali si può salire anche di 150-200 milioni, più o meno. In ogni caso, più si allarga la platea più diminuiscono le risorse. I confederati tendono ad estenderle il più possibile, diluendo il bonus. Noi preferiremmo concentrarle per darle a chi è stato veramente colpito dall’emergenza».

 

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